Domenica02 luglio 2023

5 dopo Pentecoste

Per introdurci

  • Che spazio ha la fede nel nostro progetto di vita?
  • Sappiamo davvero interpretare la vita come vocazione?

Perché, vedete, quando parliamo di vocazione, ormai, inizia subito quella lamentela continua per il numero dei sacerdoti che cala, a cui oggi si uniscono le immancabili previsioni statistiche. Io credo che la Parola di Dio ci stia parlando di qualcosa di profondamente diverso.

La Parola di Dio 

LETTURA Gen 11, 31. 32b – 12, 5b
Lettura del libro della Genesi

In quei giorni. Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono. Terach morì a Carran. Il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan.

SALMO Sal 104 (105)

Cercate sempre il volto del Signore.

Ricordate le meraviglie che ha compiuto,
i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
voi, stirpe di Abramo, suo servo,
figli di Giacobbe, suo eletto. R

È lui il Signore, nostro Dio:
su tutta la terra i suoi giudizi.
Si è sempre ricordato della sua alleanza,
parola data per mille generazioni,
dell’alleanza stabilita con Abramo
e del suo giuramento a Isacco. R

«Ti darò il paese di Canaan
come parte della vostra eredità».
Quando erano in piccolo numero,
pochi e stranieri in quel luogo,
non permise che alcuno li opprimesse
e castigò i re per causa loro. R

EPISTOLA Eb 11, 1-2. 8-16b
Lettera agli Ebrei

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio.

VANGELO Lc 9, 57-62
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Mentre camminavano per la strada, un tale disse al Signore Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

Genesi

Anzitutto perché Abramo è un “laico”. Un uomo come tanti, diremmo, non un appartenente alla casta dei sacerdoti che, in Israele, arriverà solo più tardi. Un uomo che ha un’origine precisa: ecco perché veniva ricordato il padre, Terach, cioè il clan di origine. Un uomo che ha relazioni, parenti, ecco perché veniva ricordato lo zio. Un uomo che si sta costruendo il futuro sia dal punto di vista materiale, ecco il ricordo dei suoi molti beni, ma anche dal punto di vista personale, ecco il ricordo di sua moglie e di quella loro vicenda a tutti nota per non avere avuto figli. Un uomo e i suoi sogni, le sue radici, il suo futuro, potremmo dire. Un uomo che, certo, si sposta per motivi di beni: va’ a cercare una maggior fortuna lontano dalla sua terra, come hanno fatto moltissimi per motivi disparati. Un uomo che, però, in tutto questo, ode la voce di Dio, ovvero un uomo che sa interpretare ciò che gli capita e ciò che vive non semplicemente come frutto del caso, del destino, delle cose che si uniscono insieme, a volte in modo perfino irrazionale ma, piuttosto, come espressione della volontà di Dio. Abramo si sente chiamato a qualcosa di speciale. Qualcosa che ha intuito e che, pure, non vedrà mai. Non apparterrà mai veramente a quella terra che gli viene promessa, ne vedrà solo un piccolo pezzettino; non vedrà mai quella generazione numerosa come le stelle del cielo o come la sabbia sulla riva del mare: dovrà accontentarsi del figlio, o, se proprio vogliamo, dei due figli, quello avuto dalla schiava e quello avuto dalla moglie in tardissima età. Avrà dei segni, avrà dei riferimenti che gli permetteranno di pensare alla sua vita come vocazione, ma mai delle certezze piene, vere, definitive. Perché Abramo vive così? Cosa gli permette di vivere davvero la sua vita come una chiamata, come una vocazione?

Ebrei

La risposta è una sola e viene capita dall’autore dell’epistola, la lettera agli Ebrei: la fede. “Per fede” era il continuo ritornello di questa seconda scrittura. Abramo vive con fede, interpreta i suoi giorni con fede. Capisce che deve sposarsi, nella sua fede. Comprende che è bene coltivare le sue radici, la sua unione con i parenti, con gli avi, per fede. Capisce anche che è bene per lui spostarsi, andare via dalla sua terra di origine. Lo capisce utilizzando, anche qui, la sua fede, domandandosi cosa sia giusto fare, ascoltando quella voce interiore che gli parla, che lo guida. Voce che, appunto, è la voce della fede. Abramo fa tutto questo per fede. Così come tutte le altre cose della sua vita. Per questo la lettera agli Ebrei chiama Abramo il “nostro padre nella fede”, perché è esempio, modello, richiamo per tutti. Tutti siamo chiamati a riconoscerci come figli di Abramo se, appunto, viviamo le stesse cose che egli visse. Ovvero se impareremo a interpretare la nostra vita, i nostri giorni come un dono di Dio e come risposta ad una chiamata: la chiamata che c’è per ogni uomo e che porta ogni uomo a vivere, ad interpretare la propria vita come una vocazione.

Vangelo

Quando è possibile fare questo? Quando una vita impara davvero a leggersi come vocazione? Quando ricorrono quelle tre caratteristiche fondamentali che sono esemplificate dal triplice incontro del vangelo.

La prima caratteristica: la libertà dalle cose. Lo dice il primo caso di chiamata. Abbiamo un tale che si propone per seguire il Signore. A costui il Signore indica che “le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi”, ma non così il Figlio dell’uomo. Detto che lascia capire che chi vive una vita come vocazione non si attacca alle cose, non si attacca ai progetti. Chi vuole interpretare la vita come vocazione deve essere libero e saper lasciare le cose quando è il momento di farlo. Come Abramo, appunto, che lascia la sua patria, le sue cose, perché sente che la sua vita è chiamata ad altro.

La seconda caratteristica: è Gesù che propone a questo tale la sequela. A costui, che vorrebbe seppellire il padre, cosa che ci sembra più che lecita, il Signore obietta: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. È un detto che, ovviamente, non vuol far venir meno la pietà ma, piuttosto, ricordare la libertà nelle relazioni di chi vive la vita come vocazione. Libertà significa amore di rispetto, amore che non diventa possesso. Chi vive la vita come vocazione ha anche tante relazioni, ma di nessuna ci si impossessa. Tutto è nella logica del dono, della gratuità, della vicinanza, della comprensione, di quel sano distacco che permette di vedere le cose con animo del tutto diverso. Come Abramo che, pur non misconoscendo la sua origine, anzi facendosi carico del padre anziano, vive, però, una libertà relazionale grande e forte.

La terza caratteristica: la fedeltà. All’ultimo che si propone per seguirlo, Gesù ricorda che “nessuno di coloro che hanno messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno dei cieli”. Altro detto del Signore che richiede poco sforzo interpretativo. Dio chiede fedeltà, a chi vuole vivere un cammino serio, significativo, importante, Dio chiede fedeltà. Non si può tenere il piede in due scarpe, non si può fare per un certo tempo e, poi, vedere cosa succede. L’uomo di fede si sente chiamato a qualcosa di grande e, per questo, vive di conseguenza ogni scelta. Tutto alla luce di quella radicalità che il vangelo viene a chiedere a tutti. È a queste tre precise condizioni che la vita diventa non semplicemente un insieme di giorni, non solo un susseguirsi di progetti ma una vocazione, cioè una chiamata a realizzare qualcosa di unico, vero, importante, solido perché nelle mani di Dio.

Per il nostro cammino

Così è per noi. Se non vogliamo noi per primi che la nostra vita sia solo un insieme di giorni che si susseguono l’un con l’altro fino a che sarà colma la misura della nostra vita; se non vogliamo che la vita sia solo un insieme di eventi che sono accostati l’uno all’altro in modo del tutto casuale, abbiamo bisogno di entrare nell’ottica della fede. La fede che ci ricorda che la vita di ciascuno è vocazione. La fede che ci ricorda che l’esistenza di ciascuno è lode di Dio. La fede che ci ricorda che ciascuno di noi è chiamato a fare un discernimento per comprendere cosa Dio chieda a ciascuno di noi. Sempre, in ogni età della vita, anche quando si è anziani, appunto come Abramo. Se vogliamo che la nostra vita sia interpretata come vocazione abbiamo anche noi bisogno di essere liberi dalle cose. Come ci ha ricordato il Vangelo e la figura di Abramo.

Siamo liberi dalle cose? Oppure la nostra vita dipende dalle cose che abbiamo o che vorremmo avere? Pensate quanto incide questo tema sul modo con il quale noi interpretiamo la vita.

Siamo liberi nelle nostre relazioni? Pensate anche quanto è importante questo tema, pensate come le relazioni sono importanti e decisive per i nostri giorni, ma anche a quanto è cambiato il modo di viverle nel tempo del covid e dopo il covid.

Libertà dalle cose e libertà nelle relazioni che chiede, però, fedeltà. Perseveranza, capacità di resistere. Anche qui dovremmo chiederci come queste cose impattano sulla nostra vita. Perché è vero che non siamo sempre fedeli e nemmeno capaci di vivere le relazioni così. Davvero molte volte non c’è nemmeno l’ombra della fedeltà nel modo di vivere dedizioni, impegni, cose della vita. Così come nelle relazioni, manca quel rispetto che porta a considerare ogni relazione come sacra, massimamente la relazione matrimoniale, che vediamo così spesso svilita e banalizzata. Come ci comportiamo noi in materia?

Vedete come il contenuto e la proposta della Parola di Dio sono molto più ampie di quello che, a prima vista, il tema sembra consegnarci. Vedete come è importante riflettere su questo tema, se non vogliamo rassegnarci ad una vita che è fatta di attimi giustapposti l’uno all’altro, di impegni che non hanno continuità l’uno con l’altro, di temporaneità, per cui manca davvero un filo conduttore serio dell’esistenza.

Perché la vita di Abramo è esemplare e santa? Perché noi rileggiamo ancora del suo esempio? Proprio per questo motivo, perché una vita tutta giocata nell’ottica della fede acquista un senso che ogni altro modo di interpretare la vita non ha. Sta a noi acquisire questo insegnamento, sta a noi saper interpretare la nostra vita come vocazione.

Oggi siamo anche in festa nella nostra comunità di San Pietro per il patrono che abbiamo festeggiato giovedì scorso. Anche Pietro ci parla di queste cose, di una vita libera, di una vita onesta, di una vita nella quale il messaggio del Vangelo ha portato quella parola di verità che illumina, rischiara, riscalda. Pietro libero dalle cose lascia il suo lago per giungere a Roma; Pietro libero nelle relazioni continuamente costituisce relazioni nuove che siano l’inizio della Chiesa; Pietro si dedica con dedizione incrollabile a quell’edificazione del regno di Dio a cui è stato chiamato, scoprendo, di volta in volta, a cosa lo chiama il Signore.

Chiediamo al nostro patrono questa grazia: la grazia di saper anche noi interpretare la vita come vocazione. Sarà questa la ricchezza dei nostri giorni, sarà questo quello specifico cristiano che tutti hanno il diritto di vedere in coloro che credono.

2023-07-01T14:20:25+02:00