Venerdì 05 febbraio

Settimana della quarta domenica dopo l’Epifania – Venerdì

Vangelo

Mc 7, 1-13
✠ Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo. Si riunirono attorno al Signore Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è ‘korbàn’, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Anche oggi voglio partire dal Vangelo, sempre a motivo delle giornate eucaristiche che stiamo vivendo.

Le spighe strappate rimandano immediatamente al pane, al cibo che i discepoli cercano per sostenersi nelle cose di tutti i giorni, nelle cose della loro vita. Esse sono però anche un rimando all’Eucarestia, cioè a quel cibo per la vita spirituale, cibo per l’anima, che mai dovrebbe mancare.

Il discorso di Gesù prende spunto da quello che avviene per trarre però un insegnamento più alto sulla coerenza della fede.

C’è chi ritiene che la coerenza nella fede nasca solamente dal rispetto delle norme e delle regole. Basta essere ossequiosi, basta essere attenti alle norme per avere un cuore puro, per conservare uno spirito puro.  Così pensano i farisei, attaccati al rispetto del Sabato ma pronti poi ad eludere, per ragioni di convenienza, le esigenze della fede. Chi rispetta tutte le norme sul Sabato, ma poi non si prende cura dei genitori in età anziana, è un ipocrita. Uno che vuol passare come uomo di fede, ma che tradisce, con il suo esempio, quello che dovrebbe o che vorrebbe essere. L’attenzione minuziosa alle norme non salva da sola! Salva l’amore per l’uomo! Il che non rende insensate o superate le regole. Le due cose vanno insieme. Si può avere una giusta attenzione per le regole e un’attenzione ancora più grande all’uomo. Questo è essere religiosi nel vero spirito della fede! Attenti alle cose di Dio perché attenti alle cose dell’uomo e viceversa, attenti alle condizioni degli uomini perché carichi del mistero di Dio. Le due cose vanno sempre insieme, altrimenti non si è coerenti. Chi vive solo un formale rispetto dei gesti legati alla ritualità rischia di essere prigioniero del ritualismo.

Chi, al contrario, è solo sbilanciato sulle cose degli uomini, si ritroverà presto a vivere solamente una forma di altruismo, di prossimità o di vicinanza che è cosa buona, ma non fede! Solo chi riesce a vivere anche questa dinamica come espressione della sua fede trova il modo di coniugare l’una e l’altra cosa e, quindi, di essere uomo di fede lontano dai ritualismi e pronto per ogni opera buona, pieno del senso di Dio che è presente nella sua anima.

Siracide

Sir 30, 2-11
Lettura del libro del Siracide

Chi corregge il proprio figlio ne trarrà vantaggio e se ne potrà vantare con i suoi conoscenti. Chi istruisce il proprio figlio rende geloso il nemico e davanti agli amici si rallegra. Muore il padre? È come se non morisse, perché dopo di sé lascia uno che gli è simile. Durante la vita egli gioisce nel contemplarlo, in punto di morte non prova dolore. Per i nemici lascia un vendicatore, per gli amici uno che sa ricompensarli. Chi accarezza un figlio ne fascerà poi le ferite, a ogni grido il suo cuore sarà sconvolto. Un cavallo non domato diventa caparbio, un figlio lasciato a se stesso diventa testardo. Vezzeggia il figlio ed egli ti riserverà delle sorprese, scherza con lui, ti procurerà dispiaceri. Non ridere con lui per non doverti rattristare, e non debba alla fine digrignare i denti. Non concedergli libertà in gioventù, non prendere alla leggera i suoi errori.

Queste cose, come dice il Siracide, si imparano da piccoli, quando si è ragazzi, e poi si vivono per una vita. Sono questi gli insegnamenti di fede che ogni padre, ogni madre dovrebbe dare al suo ragazzo che sta crescendo, sopportando i suoi errori, ma non negandoli; donando tempo per la crescita senza rimandare all’infinito; correggendo senza opprimere e tuttavia non lasciando correre…

Insegnamenti sempre importanti per noi che siamo sempre in bilico e che non sappiamo mai bene fino a dove spingerci nell’educazione di un giovane o che toni usare per non offendere, certo, ma anche per non lasciar cadere un patrimonio e una tradizione di fede nella quale ci ritroviamo.

Per noi:

L’insegnamento sulla coerenza che noi riceviamo proprio mentre vogliamo mettere al centro di tutto la Santa Eucarestia, mi sembra determinante!

Anche noi, infatti, spesso viviamo una forma di coerenza che è del tutto rituale e staccata dalla vita. Non sono pochi i cristiani che sono fedelissimi al precetto festivo, ma non sono altrettanto attenti alle dinamiche di attenzione all’uomo, di servizio, di prossimità, di amore. Siamo spesso insensibili ai richiami che vengono proprio dal Vangelo, nonostante veniamo a Messa frequentemente. Forse, a noi che siamo qui in un giorno feriale, il Signore sta dicendo che pur supernutriti di Eucarestia, facciamo poi fatica a portare nel concreto dei giorni la ricchezza di quanto sperimentiamo in chiesa.

Questo giorno delle Sante Giornate Eucaristiche ci serva, allora, per rivedere la nostra posizione, per capire che solo dentro un percorso di fondamentale coerenza potremo riuscire a vivere bene quel percorso di vita che desideriamo fare con la Chiesa. Solo in un’ottica di incontro con il mistero di Cristo che si dona sull’altare, perché noi possiamo imparare a donarci fuori da questa chiesa come ha fatto lui, ha senso la frequente celebrazione del mistero e la frequente comunione.

Solo se la vita tutta diventerà attenzione, donazione, presa in carico, interessamento senza altri scopi, avrà senso quella partecipazione eucaristica che siamo qui a vivere e a rinnovare.

Il Signore ci benedica, ci esaudisca e ci doni di comprendere che è dalla sua presenza stessa in mezzo a noi che noi tutti possiamo attingere forza per vivere bene i giorni che ci vengono donati, perché possiamo compiere un più profondo, sincero e sentito ritorno a Lui.

2021-01-28T16:51:58+01:00