Sabato 06 dicembre

Settimana della 3 domenica di avvento – sabato 

La spiritualità di questo giorno

Concludiamo insieme la terza settimana di Avvento come dicevo con la festa solenne di Sant’Ambrogio. Vorrei rileggere con voi la vita di Ambrogio dal punto di vista delle relazioni, tema cuore di questo anno.

La Parola di questo giorno

LETTURA Sir 50, 1; 44, 16-23; 45, 3-16
Lettura del libro del Siracide

Ecco il sommo sacerdote, che nella sua vita piacque al Signore. Fu trovato perfetto e giusto, al tempo dell’ira fu segno di riconciliazione. Nessuno fu trovato simile a lui nella gloria. Egli custodì la legge dell’Altissimo. Per questo Dio gli promise con giuramento di innalzare la sua discendenza. Dio fece posare sul suo capo la benedizione di tutti gli uomini e la sua alleanza; lo confermò nelle sue benedizioni. Lo glorificò davanti ai re. Sopra il turbante gli pose una corona d’oro. Stabilì con lui un’alleanza perenne e lo fece sacerdote per il popolo. Lo onorò con splendidi ornamenti e gli fece indossare una veste di gloria, esercitare il sacerdozio e benedire il popolo nel suo nome. Lo scelse fra tutti i viventi perché offrisse sacrifici al Signore, incenso e profumo come memoriale.

oppure

LETTURA AGIOGRAFICA
Vita di sant’Ambrogio, vescovo e dottore della Chiesa

Ambrogio nacque da famiglia romana a Trèviri nelle Gallie, città allora residenza imperiale, dove il padre esercitava le alte funzioni di prefetto del pretorio. Terminati a Roma gli studi, ricevette dal prefetto Probo l’incarico di recarsi a Milano come governatore della provincia di Liguria ed Emilia. Proprio in quel tempo morì il vescovo ariano Aussenzio e tra il popolo cristiano si accese una violenta discordia in merito alla scelta del successore. Ambrogio si recò allora – com’era dovere della sua carica – alla chiesa, per sedare il tumulto: qui parlò a lungo e con grande capacità persuasiva della pace e del bene comune. L’impressione sui presenti fu enorme. Si dice che a quel punto improvvisamente risuonò nell’assemblea l’esclamazione di un fanciullo «Ambrogio vescovo!», e che tutto il popolo si unì a quella voce e acclamò concorde «Ambrogio vescovo!», designando in tal modo con scelta unanime il governatore quale proprio pastore. Di fronte al rifiuto e alla resistenza di Ambrogio, il desiderio ardente del popolo fu sottoposto all’imperatore Valentiniano, che si mostrò ben contento che il vescovo fosse stato scelto tra i magistrati da lui nominati. Lietissimo fu pure il prefetto Probo che, quasi profetizzando, aveva detto ad Ambrogio al momento della partenza: «Va’, e comportati non come giudice, ma come vescovo». Coincidendo pertanto la volontà dell’imperatore col desiderio del popolo, Ambrogio venne battezzato (era infatti solo catecumeno), e iniziato nei giorni successivi al sacro ministero. Otto giorni dopo il battesimo, precisamente il 7 dicembre dell’anno 374, ricevette l’ordinazione episcopale. Divenuto vescovo, fu suo impegno difendere con coraggio la libertà della Chiesa e la dottrina della fede, richiamando alla verità molti eretici; fra questi generò a Gesù Cristo mediante il battesimo sant’Agostino, il grande dottore della Chiesa. Sollecito del bene di tutte le Chiese, sapeva intervenire nella comunione cristiana con grande energia e costanza. Fu instancabile nell’adempiere i doveri del ministero pastorale, tanto che, dopo la sua morte, nell’amministrazione dei Misteri dell’iniziazione cristiana cinque vescovi riuscirono a stento a supplirlo. Amò intensamente i poveri e i prigionieri, per i quali donò tutto l’oro e l’argento che possedeva. Quando fu eletto vescovo, assegnò alla sua Chiesa anche i propri vasti possedimenti fondiari in Sicilia e in Africa – destinandone il solo usufrutto alla sorella Marcellina – in modo da non serbare per sé cosa alcuna che potesse dire sua. Così, come un soldato privo di impedimenti e pronto a combattere, si mise al seguito di Cristo Signore che «da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà». Godeva con coloro che erano nella gioia, piangeva con chi era afflitto. Ogni volta che qualcuno gli confessava i propri peccati per riceverne la penitenza, compartecipava a tal punto al dolore del penitente da versare con lui lacrime di pentimento: si considerava infatti peccatore tra i peccatori. Dopo essersi recato per due volte nelle Gallie presso l’usurpatore Massimo, responsabile dell’uccisione dell’imperatore Graziano, Ambrogio ruppe irrevocabilmente la comunione con lui e con quanti si erano resi responsabili, insieme a Massimo, della morte a Treviri dell’eretico Priscilliano. Ma il presule milanese, in seguito alla strage di Tessalonica, non dubitò di escludere dalla partecipazione ai divini Misteri anche il grande imperatore Teodosio, da lui peraltro profondamente stimato, finché questi non ebbe umilmente eseguita la penitenza impostagli a causa di quella efferata repressione. Il vescovo di Milano ha lasciato alla sua Chiesa splendidi edifici di culto e all’intera comunione cristiana scritti dogmatici e omiletici, considerati in Oriente come in Occidente testimonianza della fede dell’antica Chiesa indivisa. Logorato dalle grandi fatiche e dall’intensa cura della Chiesa di Dio, al termine della sua ultima Quaresima cadde ammalato. Quando era ormai prossimo alla morte, pregava nel suo letto con le braccia aperte in forma di croce; Onorato, vescovo di Vercelli, mosso da un impulso divino, accorse al suo capezzale portandogli il Corpo del Signore. Ambrogio si comunicò e subito dopo consegnò la propria anima a Dio: era il Sabato Santo, 4 aprile, dell’anno 397, prima dell’alba.

SALMO Sal 88 (89)

Sei stato fedele, Signore, con il tuo servo.

Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché hai detto:
«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto,
ho giurato a Davide, mio servo. R

Ho trovato Davide, mio servo,
con il mio santo olio l’ho consacrato;
la mia mano è il suo sostegno,
il mio braccio è la sua forza. R

La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui
e nel mio nome s’innalzerà la sua fronte.
Sulla mia santità ho giurato una volta per sempre:
certo non mentirò a Davide. R

In eterno durerà la sua discendenza,
il suo trono davanti a me quanto il sole,
sempre saldo come la luna,
testimone fedele nel cielo». R

EPISTOLA Ef 3, 2-11
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui vi ho già scritto brevemente. Leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo, del quale io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza. A me, che sono l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo, affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore.

VANGELO Gv 9, 40a; 10, 11-16
Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ad alcuni farisei che erano con lui: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore».

La Scrittura

Dalla vita che abbiamo letto emergono alcune considerazioni interessanti sulla vita di Sant’Ambrogio per quanto attiene alle relazioni.

La relazione in famiglia anzitutto. Si capisce che Ambrogio ha avuto un ambiente molto stimolante di vita, a causa del lavoro del padre e della sua collocazione sociale che ha permesso ad Ambrogio uno studio e una posizione rilevante nella società di allora. Certamente ne è rimasta prova anche in molti suoi scritti e, come leggiamo e come celebriamo anche nelle loro feste liturgiche, Satiro, il fratello e Marcellina, la sorella, ebbero sempre un rapporto privilegiato con lui.

In secondo luogo metterei la relazione con la gente. Il lavoro di Ambrogio, l’essere prefetto, lo ha portato a contatto certamente con molte persone. Ambrogio è stato un uomo apprezzato per l’integrità della sua vita, per la sua passione con cui ha accompagnato l’esistenza di molti, per l’attenzione che ha riservato ai singoli. Tutto questo deve essere stato compreso nel suo carattere se è vero, come leggiamo, che Ambrogio è stato eletto all’Episcopato per acclamazione popolare. Attenzione che ha continuato ad avere da Vescovo per i fedeli e, soprattutto, per i poveri.

In terzo luogo metterei la relazione con i potenti. Come Vescovo Ambrogio ha avuto relazioni con tutti i potenti di allora, specie con l’imperatore. La schiettezza di Ambrogio è stata ammirata da tutti. Come forse sapete si è opposto all’imperatore che, durante una guerra, aveva ordinato una strage. Non lo riammise alla comunione della Chiesa se non dopo aver avuto un serio itinerario penitenziale. Nel frattempo egli accolse però i suoi figli. Ambrogio fermo e autoritario, ma anche compassionevole e pronto al perdono, senza temere di opporsi ai grandi per difendere la verità del Vangelo e gli interessi della Chiesa.

Queste le relazioni umane di Ambrogio.

Su tutte, però, ci fu la Relazione, quella nella fede con Cristo. Quella relazione che Ambrogio ha espresso mirabilmente con un suo scritto: “Cristo è tutto per noi”. Con molti esempi, con molti paragoni ha poi cercato di insegnare questa forza della relazione con Cristo ai fedeli tutti e, in particolare, ai consacrati. Possiamo dunque dire che se Ambrogio ha avuto un’attenzione tanto grande e tanto mirabile per gli uomini, curando le relazioni con loro, è perché ha avuto a cuore la relazione con Dio, cuore della sua vita, centro dei suoi giorni, tesoro per la vita eterna. Ambrogio, dunque, insegna che quando è curata la relazione con Dio, anche le relazioni umane sono curate. Quando manca la relazione con Dio, ne risentono anche le relazioni tra uomini.

Per noi e per il nostro cammino di fede

Credo che questo insegnamento sia preziosissimo anche per noi. Noi che ci diamo tanto da fare per alcune relazioni umane, dobbiamo imparare da Ambrogio almeno queste cose:

  • le relazioni umane meritano attenzione e cura. Ambrogio è espressione di questa cura che gli ha permesso di avere amici ed estimatori ovunque. Anche adesso l’amicizia spirituale con Sant’Ambrogio annovera molti fedeli ed è preziosissima per molte anime sia della Chiesa di Oriente che di quella di Occidente.
  • Le relazioni umane affondano la loro radice in Cristo. Questo è l’insegnamento fondamentale di Ambrogio. Insegnamento che ricorda a noi che la preghiera, l’adorazione eucaristica, il tempo donato a Dio sono, anche per noi, occasione per rendere più forte la nostra amicizia con altri uomini e donne del nostro tempo. Credo che questo sia l’insegnamento che più conta. Per noi, infatti, occorre buttarsi a capofitto nelle cose da fare, quando parliamo di relazioni. Non consideriamo, invece, che il cuore di tutto è la preghiera, unione per eccellenza con gli altri, luogo dove cresce la relazione con gli altri. Il richiamo di questa festa di Sant’Ambrogio vorrei fosse proprio questo: impariamo a curare la relazione con gli altri a partire dalla nostra preghiera. Questo potrebbe anche essere, per così dire, il “regalo di Natale” da fare a molte persone: il ricordo nella preghiera. Il ricordo che diventa ringraziamento, il ricordo che diventa intercessione, il ricordo che diventa affidamento, il ricordo che diventa anche commemorazione di coloro che sono già nella gloria di Dio e nello splendore dell’eternità. Noi possiamo ricordare tutti nella preghiera, in diverso modo, affidando tutti all’unico Padre che ama donare a ciascuno il premio comune della vita eterna. Imparare a ricordarsi delle persone nella preghiera diventa occasione per ricostruire rapporti, o per renderli più significativi, o per renderli più stabili.
  • Impariamo anche noi a dire che Cristo è tutto per noi, non come ritornello, non come preghiera da ripetere solamente a voce, ma come attitudine da acquisire nella vita. Sarebbe certo molto bello se anche noi potessimo donarci un momento di adorazione silenziosa ripetendoci questa verità, dicendo anche noi a Cristo che Egli è tutto per noi. Così potremmo anche far passare alcuni momenti della vita per ricordare che, davvero, Cristo deve essere tutto in ogni momento dell’esistenza che condividiamo con gli altri.

Vi suggerisco quindi di vivere questa festa di sant’Ambrogio con questa schiettezza di fede che porta ciascuno di noi a vivere con gusto le relazioni.

Perchè la Parola dimori in noi

  • Mi sento chiamato a vivere le relazioni con Dio in questo modo?
  • Cosa posso dire delle mie relazioni a partire dalla mia preghiera? Quanto la mia preghiera è dedicata a questo tema bello della vita?
  • Cosa posso chiedere a Dio Padre per custodire le mie relazioni?

Sant’Ambrogio che veglia sempre sul nostro cammino guidi ciascuno di noi a vivere bene le relazioni della nostra vita.

Così sia.

2025-11-29T08:41:48+01:00