Mercoledì 15 aprile

Settimana in albis – Mercoledì

Atti

At 5, 12-21a
Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni. Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti. Si levò allora il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica. Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: «Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita». Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare.

Anche oggi ci lasciamo interrogare dagli atti, dove vediamo riflessi questi atteggiamenti di sapienza e di fede popolari.

  1. La stima enorme per San Pietro. Nessuno lo conosceva bene, nessuno avrebbe potuto stimare un pescatore rozzo della Galilea, eppure, quando la gente vede il suo modo di vivere, il so modo di stare in mezzo agli altri, quando lo sente predicare e quando vede i suoi miracoli, capisce che egli è un uomo di Dio. Così avviene che tutti desiderano portare a lui i propri malati e sperano che almeno la “sua ombra” possa passare sopra i loro malati. Questo accade perché Pietro continua a predicare “ciò che si riferisce a Cristo”, la sua passione, la sua morte, la sua risurrezione. C’è, nel modo di pensare e di fare di San Pietro, un continuo rimando alla Pasqua del Signore intesa nel senso più globale e riferendosi a tutti e tre i giorni santi.
  2. Un desiderio di rileggere le proprie sofferenze alla luce di quello che San Pietro va dicendo. È per questo che portano a lui i malati, perché vogliono che ascoltino quella parola di speranza che egli va predicando e vogliono che tutti incontrino una persona così speciale come è San Pietro.

Le due cose insieme sono il modo nuovo di vivere la storia che la gente di Gerusalemme mette in campo.

Romani

Rm 6, 3-11
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è liberato dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.

Così pure come San Paolo nell’epistola. Molti anni dopo, giunto quasi al termine della sua riflessione spirituale, San Paolo capisce che è compito di tutti i battezzati ripensare sempre alla passione, morte e risurrezione del Signore e rileggere alla luce del proprio battesimo, tutta quanta la propria storia. San Paolo ha compreso che chi è battezzato è stato sepolto con Cristo nella sua passione e morte, e vive in attesa della risurrezione a cui prenderà parte dopo la propria morte. San Paolo ci dona così una bellissima riflessione sul valore del Battesimo, ovvero sul valore della fede. Avere fede implica che uno non creda che nulla di male dovrà poi mai capitare nella propria esistenza. Una vera consapevolezza del proprio battesimo non porta a ritenere che nulla di male deve capitare a coloro che sono i figli di Dio. Piuttosto chi ha ricevuto il Battesimo deve saper riferirsi sempre ad esso e deve sempre saper interpretare le cose della vita alla luce della fede che riceve in dono.

Noi tutti siamo molto lontani da questo modo di pensare. Il battesimo non sempre è un punto di riferimento per noi. Purtroppo non sempre siamo così attenti a capire le conseguenze che una vera fede battesimale dovrebbe accendere in noi. Potrebbe essere questo il dono santo da chiedere in questi giorni di Pasqua.

Vangelo

Lc 24, 13-35
✠ Lettura del vangelo secondo Luca

In quello stesso giorno due discepoli del Signore Gesù erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Il cuore di questa liturgia è però dato dal Vangelo.

Cuore umano. Anche i discepoli hanno fatto fatica a “comprendere ciò che si riferiva a Lui”. Sapevano cosa dicevano le scritture. Chissà quante volte le avevano lette e commentate. Magari anche in presenza dello stesso Gesù. Ma la fatica per capire, la fatica per comprendere il significato di tutto questo era davvero tanta. Così come è per noi. Anche noi sappiamo bene cosa dicono le scritture. Anche noi sappiamo bene che valore ha la passione di Cristo. Eppure facciamo fatica a ricordarcelo, a comprenderne le conseguenze.

Cuore di fede. Gesù in persona spiega a loro le cose che sanno già. È però una spiegazione diversa dal “sapere”. È una spiegazione che mira a far percepire con il cuore la verità delle scritture. È allora che nasce la fede nel discepolo. Fede che sa trasformare chi sta fuggendo in un apostolo che tornerà sui propri passi per annunciare a tutti la verità che salva.

Per noi

Questo dovrebbe essere anche ciò che capita a noi. Questo dovrebbe essere un possibile itinerario di fede anche per noi. A noi che conosciamo le scritture, a noi che chissà quante volte le abbiamo lette e rilette, proprio a noi è chiesto di fare in modo che esse non siano presenti solo nella nostra mente, ma che ci ardano nel cuore e che dicano il senso di una ricerca di fede e di amore che deve perdurare tutta la nostra vita.  È questo il dono da chiedere, come stiamo facendo, proprio in questi giorni. Se noi non vivremo sempre attenti e protesi a comprendere che significato ha, nella nostra vita, la passione, la morte e la risurrezione del Signore, non potremo mai dire di avere fede!

Torniamo sui nostri passi, come i discepoli di Emmaus, e cerchiamo di dare senso a quell’incontro con Cristo che trasforma tutta la nostra vita.

2020-04-12T21:39:34+02:00