Martedì 15 aprile

Martedì nella settimana santa

Introduzione

Martedì: sull’attesa della festa.

Come si attendono le feste? Credo che ciascuno abbia un po’ il suo modo. Molto dipende anche dall’educazione che abbiamo ricevuto e dal modo con cui siamo stati abituati a vivere le feste in famiglia. Credo che alcune cose le portiamo dentro di noi per una vita. Vorrei però che ci fosse un modo per vivere bene questa festa del tutto singolare, particolare, che è la Pasqua. Per farlo, ci lasciamo guidare anche oggi dal Vangelo.

La Parola di questo giorno

GIOBBE 19, 1-27b
Lettura del libro di Giobbe

In quei giorni. Giobbe prese a dire: «Fino a quando mi tormenterete e mi opprimerete con le vostre parole? Sono dieci volte che mi insultate e mi maltrattate in modo sfacciato. È poi vero che io abbia sbagliato e che persista nel mio errore? Davvero voi pensate di prevalere su di me, rinfacciandomi la mia vergogna? Sappiate dunque che Dio mi ha schiacciato e mi ha avvolto nella sua rete. Ecco, grido: “Violenza!”, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia! Mi ha sbarrato la strada perché io non passi e sui miei sentieri ha disteso le tenebre. Mi ha spogliato della mia gloria e mi ha tolto dal capo la corona. Mi ha distrutto da ogni parte e io sparisco, ha strappato, come un albero, la mia speranza. Ha acceso contro di me la sua ira e mi considera come suo nemico. Insieme sono accorse le sue schiere e si sono tracciate la strada contro di me; si sono accampate intorno alla mia tenda. I miei fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei. Sono scomparsi vicini e conoscenti, mi hanno dimenticato gli ospiti di casa; da estraneo mi trattano le mie ancelle, sono un forestiero ai loro occhi. Chiamo il mio servo ed egli non risponde, devo supplicarlo con la mia bocca. Il mio fiato è ripugnante per mia moglie e faccio ribrezzo ai figli del mio grembo. Anche i ragazzi mi disprezzano: se tento di alzarmi, mi coprono di insulti. Mi hanno in orrore tutti i miei confidenti: quelli che amavo si rivoltano contro di me. Alla pelle si attaccano le mie ossa e non mi resta che la pelle dei miei denti. Pietà, pietà di me, almeno voi, amici miei, perché la mano di Dio mi ha percosso! Perché vi accanite contro di me, come Dio, e non siete mai sazi della mia carne? Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro e con piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia! Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro».

SALMO Sal 118 (119), 161-168

Dal profondo a te grido, Signore;
ascolta la mia voce.

I potenti mi perseguitano senza motivo,
ma il mio cuore teme solo le tue parole.
Io gioisco per la tua promessa,
come chi trova un grande bottino. R

Odio la menzogna e la detesto,
amo la tua legge.
Sette volte al giorno io ti lodo,
per i tuoi giusti giudizi. R

Grande pace per chi ama la tua legge:
nel suo cammino non trova inciampo.
Aspetto da te la salvezza, Signore,
e metto in pratica i tuoi comandi. R

Io osservo i tuoi insegnamenti
e li amo intensamente.
Osservo i tuoi precetti e i tuoi insegnamenti:
davanti a te sono tutte le mie vie. R

TOBIA 5, 4-6a; 6, 1-5. 10-13b
Lettura del libro di Tobia

In quei giorni. Uscì Tobia in cerca di qualcuno pratico della strada, che lo accompagnasse nella Media. Uscì e si trovò davanti l’angelo Raffaele, non sospettando minimamente che fosse un angelo di Dio. Gli disse: «Di dove sei, o giovane?». Rispose: «Sono uno dei tuoi fratelli Israeliti, e sono venuto qui a cercare lavoro». Riprese Tobia: «Conosci la strada per andare nella Media?». Gli disse: «Certo». Il giovane partì insieme con l’angelo, e anche il cane li seguì e s’avviò con loro. Camminarono insieme finché li sorprese la prima sera; allora si fermarono a passare la notte sul fiume Tigri. Il giovane scese nel fiume per lavarsi i piedi, quand’ecco un grosso pesce balzando dall’acqua tentò di divorare il piede del ragazzo, che si mise a gridare. Ma l’angelo gli disse: «Afferra il pesce e non lasciarlo fuggire». Il ragazzo riuscì ad afferrare il pesce e a tirarlo a riva. Gli disse allora l’angelo: «Apri il pesce e togline il fiele, il cuore e il fegato; mettili in disparte ma getta via gli intestini. Infatti il suo fiele, il cuore e il fegato possono essere utili medicamenti». Il ragazzo squartò il pesce, ne tolse il fiele, il cuore e il fegato. Arrostì una porzione del pesce e la mangiò; l’altra parte la mise in serbo dopo averla salata. Erano entrati nella Media e già erano vicini a Ecbàtana, quando Raffaele disse al ragazzo: «Fratello Tobia!». Gli rispose: «Eccomi». Riprese: «Questa notte dobbiamo alloggiare presso Raguele, che è tuo parente. Egli ha una figlia chiamata Sara e all’infuori di Sara non ha altro figlio o figlia. A te, come parente più stretto, spetta il diritto di sposarla più di qualunque altro uomo e di avere in eredità i beni di suo padre. È una ragazza saggia, coraggiosa, molto graziosa e suo padre è una brava persona». E aggiunse: «Tu hai il diritto di sposarla. Ascoltami, fratello: io parlerò della fanciulla al padre questa sera, per serbartela come fidanzata».

VANGELO Mt 26, 1-5
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Terminati tutti questi discorsi, il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso». Allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, e tennero consiglio per catturare Gesù con un inganno e farlo morire. Dicevano però: «Non durante la festa, perché non avvenga una rivolta fra il popolo».

Meditazione

Terminati tutti questi discorsi…

Voi sapete bene che tra due giorni è Pasqua

Tennero consiglio per catturare Gesù con l’inganno

Come già ieri vorrei che, per prima cosa, ci domandassimo: come Gesù attendeva le feste? In linea generale dovremmo dire che Gesù ha imparato ad attendere le feste da Maria, da Giuseppe. In un contesto di fede, in un contesto di attenzione, di preghiera, di meditazione. In un contesto di sobrietà, ma anche in un contesto di gioia: la gioia di parenti e di conoscenti che, insieme, si muovono verso Gerusalemme o che si radunano per celebrare i diversi misteri della fede. Ma come avrà atteso Gesù quella festa di Pasqua? Come avrà atteso il Signore quell’ultima sua Pasqua?

Con il senso delle cose che finiscono. Gesù ha atteso la sua ultima Pasqua così. Per questo, proprio Lui che non si era risparmiato nella predicazione, proprio Lui che non aveva mai fatto mancare la sua Parola illuminante, guida, forte, giunge ad un tempo in cui non parla più. Gesù, nella consapevolezza che “quella” Pasqua sta giungendo, arriva a dire basta al suo girare, al suo predicare, al suo stare con gli uomini. Sa che il suo tempo è arrivato e sa che il suo tempo di presenza sulla terra è finito. Gesù ha la chiara ed assoluta consapevolezza che sta arrivando un tempo di questo genere. Sta arrivando un tempo di dolore, di silenzio, di sangue. Ma sta anche arrivando il tempo del ritorno al Padre. È per questo che Gesù, pur vivendo sensazioni ed emozioni umane, guarda al mistero del Padre da cui è venuto e a cui torna e si lascia guidare da questa unica certezza. Certezza che condurrà Gesù fin sulla Croce. Certezza che non verrà meno, nemmeno in quel grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi ha abbandonato?”. Grido che esprime tutta la sua certezza nella vicinanza di Dio, seppure in quel misteriosissimo silenzio.

Gesù non vuole vivere da solo in questa consapevolezza, per questo tenta di educare il discepolo ad avere una sua consapevolezza di ciò che sta per accadere. C’è una consapevolezza che potremmo chiamare “oggettiva” ed una che, invece, potremmo chiamare “soggettiva”. Quella “oggettiva” è quella che hanno tutti, è data dallo scorrere dei giorni. Tutti sanno quando è Pasqua. Lo sappiamo noi oggi, ma anche allora. Tutti contavano i giorni per la grande festa. Tutti si davano da fare per i mille preparativi per la festa. Ecco che anche il discepolo è dentro questa dinamica, la dinamica dell’uomo che conta i giorni per vivere le feste. Dentro questa dinamica oggettiva, ecco la dinamica “soggettiva”, cioè il sapere cosa accadrà e il suscitare i sentimenti opportuni per vivere il momento. Gesù aveva parlato molte volte, in mille modi, di quello che sarebbe successo, della sua immolazione, della sua morte e anche della sua risurrezione. Sappiamo bene – e lo abbiamo visto anche quest’anno – che i discepoli non capirono quasi mai quella parola del Signore, quel suo stare di fronte all’evento con trepida attesa e anche con angoscia. Dunque i discepoli stessi ci dicono che è molto difficile passare dalla consapevolezza oggettiva della Pasqua a quella soggettiva.

Infine il Vangelo ci parla anche di una consapevolezza “malata”. È quella dei dottori della legge, dei grandi sacerdoti, dei componenti del sinedrio, che sanno bene che la Pasqua si sta avvicinando. Sanno bene che è meglio non rovinare i giorni di festa. Sanno bene come potrebbe reagire la gente se si arresterà un leader carismatico. Questi uomini fanno di tutta questa consapevolezza l’oggetto principale della loro attenzione. Tanto che, proprio loro che volevano essere i custodi della festa, i custodi della purezza della Pasqua, perderanno completamente il loro senso religioso e trasformeranno proprio quella festa, proprio quella Pasqua, in un momento di sangue, di tristezza, di dolore.

Per noi e per il nostro cammino di fede

  • Che consapevolezza ho della Pasqua?
  • Quale la mia consapevolezza oggettiva e soggettiva?
  • Potrei avere anche io una consapevolezza malata?

Sul primo livello ci siamo tutti. Chi vivrà una Pasqua di fede, chi vivrà una Pasqua santa e chi vivrà un giorno di festa, o chi farà della Pasqua un tempo di svago, di ferie, di viaggi…, tutti abbiamo la medesima consapevolezza. Quelli che stiamo vivendo sono i giorni di Pasqua. È una questione di calendario, è una questione di “abitudini” consolidate nel tempo.

È molto più difficile, invece, avere una consapevolezza soggettiva della Pasqua, ovvero capire cosa succede per me, cosa succede in me, cosa succede intorno a me.

Cosa succede per me. Il mistero della Pasqua è il mistero della nostra salvezza. È, quindi, un momento in cui la mia anima si lascia trovare da Gesù redentore. È un momento nel quale la mia anima si lascia salvare da Gesù redentore. È un evento oggettivo, un evento che si realizza per tutti, sempre. La Pasqua del Signore è avvenuta una volta per tutte. L’annuo ricordo che noi ne facciamo serve a noi, serve per ricordare quello che è avvenuto. Serve perché noi possiamo aprirci alla grazia di questo evento.

Cosa succede in me. Questo secondo livello dipende da moltissime cose. Dipende da che fede stiamo vivendo, da che partecipazione di fede stiamo parlando, da che consapevolezza spirituale stiamo cercando di fare nostra. La consapevolezza di quello che avviene in me dipende proprio da come stiamo vivendo personalmente la fede. Così ci potrà essere chi vive di grande fede, e chi, invece, vive una fede minore, una fede piccola, una fede povera. Credo che sia bello, o forse anche necessario, metterci in silenzio davanti al Signore e sentire cosa avviene nella nostra anima, provare a decifrare cosa avviene dentro di noi. Invito ciascuno a stare attento ai moti della sua anima, alle sensazioni che si possono provare, alle emozioni che possono nascere. C’è un mondo bellissimo che dobbiamo scoprire dentro di noi che partecipiamo agli eventi della Pasqua.

Cosa succede intorno a me. È il terzo livello. Credo che, per un cristiano sia necessario prendere coscienza di chi, oggi, si oppone alla Pasqua di Gesù. Come a quel tempo, anche oggi, ci sono uomini, donne, bambini, che, non solo vivrebbero benissimo senza la Pasqua del Signore, ma, addirittura, fanno di tutto per opporsi a qualsiasi realtà di fede. Il cristiano è chiamato a partecipare al sentimento di tristezza di Gesù per questi uomini. Credo che il Signore sapesse benissimo cosa avveniva nel sinedrio in quelle ore e che anche lui si sia chiesto perché quegli uomini, così istruiti nelle cose di Dio, stessero rifiutando la rivelazione di Dio. Così credo che anche oggi il Signore sia triste per moltissimi suoi figli che, istruiti ed educati nella fede, vivono ora forme di opposizione e vivono come se Dio non esistesse, anzi, provando risentimento, rabbia nei confronti di Dio. Il cristiano è chiamato a prendere parte a questi sentimenti. Il cristiano è chiamato a prendere parte a questo dolore e, se possibile, a consolare con il suo amore, con la sua vicinanza, con la sua preghiera, con il suo silenzio carico di attesa per la festa, questo dolore. Vi consiglierei di vivere così questo secondo giorno feriale della settimana santa, volendo consolare il dolore di Cristo per chi non crede, per chi rinnega, per chi vive nell’indifferenza più totale.

Esercizio per questa settimana di quaresima giubilare

Invito a favorire la partecipazione ai momenti di preghiera e di celebrazione comunitari.

2025-04-10T15:56:58+02:00