Giovedì Santo in Coena Domini
Introduzione
Si può dire che Cristo ha avuto speranza? Oppure dobbiamo constatare che Cristo è speranza? In quale relazione sta la speranza di Cristo, se c’è, con la speranza degli uomini? E cosa mai può dire tutto questo alla nostra comunità?
La Parola di questo giorno
LETTURA VIGILIARE Gio 1,1-3,5.10
Lettura del profeta Giona
In quei giorni. Fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me». Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.
Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. I marinai, impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: «Che cosa fai così addormentato? Àlzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo».
Quindi dissero fra di loro: «Venite, tiriamo a sorte per sapere chi ci abbia causato questa sciagura». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. Gli domandarono: «Spiegaci dunque chi sia la causa di questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?». Egli rispose: «Sono Ebreo e venero il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra». Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: «Che cosa hai fatto?». Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal Signore, perché lo aveva loro raccontato.
Essi gli dissero: «Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?». Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia».
Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: «Signore, fa’ che noi non periamo a causa della vita di quest’uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere». Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse.
Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio, e disse: / «Nella mia angoscia ho invocato il Signore / ed egli mi ha risposto; / dal profondo degli inferi ho gridato / e tu hai ascoltato la mia voce. / Mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare, / e le correnti mi hanno circondato; / tutti i tuoi flutti e le tue onde / sopra di me sono passati. / Io dicevo: “Sono scacciato / lontano dai tuoi occhi; / eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio”. / Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, / l’abisso mi ha avvolto, / l’alga si è avvinta al mio capo. / Sono sceso alle radici dei monti, / la terra ha chiuso le sue spranghe / dietro a me per sempre. / Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, / Signore, mio Dio. / Quando in me sentivo venir meno la vita, / ho ricordato il Signore. / La mia preghiera è giunta fino a te, / fino al tuo santo tempio. / Quelli che servono idoli falsi / abbandonano il loro amore. / Ma io con voce di lode / offrirò a te un sacrificio / e adempirò il voto che ho fatto; / la salvezza viene dal Signore».
E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia.
Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Ninive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore.
Ninive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta».
I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli.
Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.
SALMELLO
Vegliate e pregate,
per non entrare nella tentazione,
perché il Figlio dell’uomo
sta per essere consegnato
nelle mani dei peccatori!
V. Alzatevi, andiamo:
è qui colui che mi consegnerà
nelle mani dei peccatori!
ORAZIONE
Preghiamo.
O Dio giusto e buono,
ricordando il castigo che Giuda trovò nel suo stesso delitto e il premio che il ladro ricevette per la sua fede, ti imploriamo che arrivi fino a noi l’efficacia della tua riconciliazione, e come a quelli fu data, nella passione redentrice, la ricompensa secondo la disposizione del loro cuore, così a noi, liberàti dall’antica colpa, sia concessa la grazia della beata risurrezione con Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen
oppure
Ci hai convocati, o Padre, a celebrare la santa cena nella quale il tuo unico Figlio, consegnandosi alla morte, affidò alla Chiesa come convito del suo amore il nuovo ed eterno sacrificio; concedi che dalla celebrazione di così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita.
Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen
EPISTOLA 1Cor 11,20-34
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!
Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo.
Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.
PASSIONE DEL NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO SECONDO MATTEO Mt 26,17-75
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: / “Percuoterò il pastore / e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà».
Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.
Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.
I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: / d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo / seduto alla destra della Potenza / e venire sulle nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!».
Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
La speranza degli Ebrei
Anzitutto il testo del Vangelo che conosciamo forse quasi a memoria, ci ha messo di fronte alla speranza degli ebrei. La speranza della Pasqua. La speranza della famiglia che si raduna, che fa preparativi, che organizza tutto quello che occorre per il Seder di Pesah, per la cena di Pasqua. È la prima speranza umana di cui ci parla il racconto di Matteo. Speranza fortissima per il popolo ebraico, tanto che questa festa è l’origine di tutte le feste ebraiche. È la celebrazione della speranza del Dio che cammina accanto al suo popolo, del Dio che ascolta e che al tempo stesso parla al suo popolo, del Dio che salva, come il ricordo del passaggio del Mar Rosso fa celebrare ad ogni famiglia ebrea. È la speranza che anche Gesù ha vissuto molte volte prima di quella volta. Ed è la speranza che anche Cristo ha voluto far vivere ai suoi discepoli, la speranza nella quale ha voluto far crescere i primi che avevano accolto l’invito alla sequela. Speranze umane, speranza di un popolo che celebra Jhwh-Dio, speranza anche del Signore Gesù. Ecco la prima speranza che fu in Cristo, che abitò nel suo cuore, che illuminò le sue parole, che diresse tutti i suoi gesti in quella notte santa che noi, oggi, ricordiamo e veneriamo.
Contro la speranza
Eppure il Cristo che spera, il Cristo che è uomo di speranza e non solo Dio che offre speranza, pone, proprio all’inizio della cena, parole che sembrano deludere ogni prospettiva di speranza.
“Uno di voi mi tradirà”, esordisce. Parole pesanti come macigni, parole che destano la domanda di tutti: “Sono forse io, Signore?”, parole che spengono la speranza del discepolo che ha vissuto i giorni precedenti con trepidazione e vivo senso di attesa per quella cena che doveva essere tutta una celebrazione di fede, di speranza, di comunione.
“Colui che ha messo con me la mano nel piatto”, prosegue Gesù. Altro macigno sulla speranza. Già è grave dire che uno di loro sarà traditore, ma dire che quell’uomo sarà anche colui che rompe la comunione è proprio come ammazzare la speranza. Rompere la comunione è il massimo gesto di disprezzo, di allontanamento, di rottura, di cessazione di ogni possibile speranza di chiarimento e di ripresa. La comunione rotta è ciò che in maniera più forte uccide la speranza.
“Guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito”. L’affondo di Gesù alla speranza del discepolo che siede a mensa. Perché Gesù dice con chiarezza che il traditore è uno di loro, è uno che rompe la comunione e, ora, aggiunge anche che è un sacrilego. Sacrilego proprio un uomo che aveva creduto, sacrilego un uomo che aveva seguito il maestro, sacrilego un uomo che avrebbe tradito il Figlio dell’Uomo, cioè il rivelatore del Padre!
La speranza è, a questo punto, distrutta. La delusione è penetrata nelle viscere del discepolo. Ciò che si è già mangiato pesa sullo stomaco come cibo indigesto. Chi oserà più dire una parola? Chi oserà portare a termine la cena, dal momento che manca ancora la benedizione sul pane e sul vino e il canto dell’inno? Chi oserà fare gesti di speranza vuoti, dopo che Gesù ha distrutto ogni attesa di speranza?
L’Eucarestia segno di speranza
È proprio a questo punto, proprio quando la speranza sembra distrutta che il Signore Gesù prende in mano la situazione. Ha voluto condurre il discepolo non tanto a capire quello che sta avvenendo, ma proprio ad una situazione di disperazione, per ricostruire, con un gesto che diventa Sacramento, la sua speranza.
Ecco i gesti del rito: la benedizione sul pane azzimo e sul vino.
Ecco parole nuove e gesti rituali antichi. Parole e gesti ai quali il Signore Gesù affida tutta la sua speranza:
- la speranza di essere accolto, d’ora in poi, come Colui che è realmente presente nel pane e nel vino consacrati: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, prendete, mangiate!”;
- la speranza che quell’insegnamento dato nella solennità della Pasqua e nell’intimità di una casa, sarebbe diventato insegnamento condiviso, tramandato, perpetuato, diffuso a tutti coloro che avrebbero creduto nel suo nome: “Fate questo in memoria di me”;
- la speranza di un insegnamento che sarebbe diventato principio ispiratore per la vita di molti uomini e donne che, attratti dallo spirito, ne avrebbero vissuto l’esempio: “Io, il Maestro, ho dato l’esempio a voi: così fate anche voi” come leggiamo in San Giovanni;
- la speranza della vita eterna: “Io vi dico che non berrò più del frutto della vite fino a che non lo berrò nuovo con voi nel Regno di Dio”. Così Gesù dice al tempo stesso la destinazione della sua vita ma anche di quella del discepolo che crede;
- la speranza, che in Gesù diventa certezza, di essere nel momento fondamentale della sua vita, della sua venuta. Il momento in cui si compie la volontà del Padre. Anche nella tristezza e nell’angoscia Gesù dice: “Padre, non la mia ma la tua volontà”. Così Gesù lega la speranza al compimento della volontà del Padre anche nella vita del discepolo.
Le speranze meschine degli uomini
A Gesù che ricostruisce il senso e la ragione per cui sperare nella vita del discepolo, ecco che si oppongono le speranze meschine di piccoli uomini:
- la speranza di arrestare Gesù: è la speranza di chi ha mandato gente del popolo e guardie per arrestarlo, come leggiamo: “con Giuda una grande folla con spade e bastoni”;
- la speranza di ottenere il guadagno promesso utilizzando gesti di amore completamente svuotati del loro senso: “Giuda aveva detto: colui che bacerò è lui”;
- la speranza di chi usa la forza per tentare di risolvere la situazione: “Uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada”;
- la speranza di giungere presto ad una condanna: “I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza”.
Speranze false di uomini meschini.
Perdere la speranza per ritrovare speranza
Da ultimo il povero Pietro, che perde ogni speranza, negando addirittura di conoscerlo: “Non conosco quest’uomo!”. Per poi ritrovare la speranza, grazie al canto di un gallo e alle lacrime del pentimento e del rinnovamento: “Subito un gallo cantò… uscito fuori, pianse amaramente”. Tutto, nella creazione, può servire al Padre per risvegliare le coscienze degli uomini. Anche il canto di un gallo. Tutto può servire all’uomo per ritornare a Dio, anche il pianto e le lacrime. Segno, di per sé, di disperazione, che può diventare, invece, segno di una ritrovata speranza.
Per noi e per il nostro cammino di fede
Carissimi,
come sempre nel Giovedì Santo siamo qui, nella nostra chiesa, che mi piace chiamare, in questa sera del Giovedì Santo, il nostro Cenacolo. Siamo qui non digiuni di speranza: abbiamo pregato per ottenerla, abbiamo vissuto molteplici riflessioni in alcuni momenti fondamentali del nostro anno pastorale, soprattutto abbiamo vissuto solo dieci giorni fa un gesto straordinariamente bello e fortemente eloquente: il piccolo cammino alla chiesa giubilare della nostra zona pastorale che ha coinvolto moltissime persone, oltre ogni possibile previsione.
Come siamo qui questa sera?
Forse siamo qui come quelli che hanno saputo preparare questo momento, come momento atteso, come gesto conosciuto da ripetere nella fede. Forse siamo qui un po’ trascinati da qualcun altro. Forse siamo qui per tradizione. Forse siamo qui perché siamo disperati per qualche cosa che ci è accaduta e non sappiamo cosa altro fare.
Forse siamo qui delusi per tanti motivi della vita; forse siamo delusi per una persona in particolare; forse siamo delusi per come sta andando il mondo, per le notizie che non vogliamo nemmeno più ascoltare; forse siamo delusi perfino dalla Chiesa, dal suo cammino, dalla sua storia attuale; forse siamo qui con un briciolo di fede, ma con poca speranza nel Signore, nella vita eterna, nella fede, nella Chiesa.
Che cosa dobbiamo fare?
Io credo che, per riaccendere la speranza, a qualsiasi punto del cammino personale siamo, siamo chiamati a riaccendere la speranza nella Santissima Eucarestia.
La speranza viene dalla presenza del Signore. Umile, silenziosa, data in un segno assai comune: un piccolo pane e un poco di vino. Eppure questa è la presenza del Cristo vivente in mezzo a noi. Eppure questa ostia Santa è la presenza del Figlio dell’uomo oggi, nella vita di noi singole persone, nella vita della Chiesa, nella vita del mondo. Noi siamo qui davanti ad una presenza.
La speranza nell’insegnamento del Signore, che chiede anche a noi di ripetere ciò che ha fatto lui. La speranza che viene da una vita donata. La vita donata agli altri e per gli altri nella vocazione sacerdotale. Penso a tutti noi sacerdoti, ma soprattutto a don Tullio che da 60 anni vive il suo sacerdozio; a don Antonio che da 45 anni ripete il gesto eucaristico; a don Francesco che da 5 anni vive la sua disponibilità totale a Cristo e alla Chiesa.
Penso a tutti gli sposi, a chi può offrire moltissimi anni di fedeltà alla propria vocazione e alla missione della Chiesa, ma anche a chi ha vissuto una minima parte del Sacramento che ha celebrato, rimanendo sempre figlio di Dio e anche figlio della Chiesa.
Penso a chi vive forme di consacrazione laicale e si dona in diversi modi, in diversi contesti umili, silenziosi, concreti.
Penso agli operatori della carità, ai membri della comunità educante, ai molti che partecipano alla vita di associazioni e movimenti. Penso a tutti coloro che vivono una donazione piccola ma sincera, forte, quasi inesauribile.
La speranza nella vita eterna. Forse qui ci dividiamo, forse abbiamo domande nel cuore, forse abbiamo modi diversi di intenderla, forse abbiamo dubbi, forse abbiamo domande. Ma a tutti noi che in qualche modo siamo qui, è detto che l’Eucarestia non è solo segno di presenza e stimolo alla donazione personale. Essa è pegno di vita eterna. Noi ogni volta che celebriamo e riceviamo il Sacramento, riceviamo il dono della vita eterna. Ogni volta che ci cibiamo del corpo e del sangue di Cristo, ci avviciniamo alla vita eterna, che altro non è che quell’istante in cui vedremo cancellate tutte le nostre colpe – ecco la speranza del Giubileo che si rinnova nel gesto dell’indulgenza – e nel quale conosceremo Dio come Egli è, nel suo amore che non possiamo capire, non possiamo circoscrivere, amore che possiamo solo maldestramente imitare nei nostri gesti di donazione, preziosi e, al tempo stesso, imperfetti.
La speranza della vita eterna è quella che deve motivare anche il nostro desiderio di fare, in qualche modo, la volontà del Padre. Anche quando ci pesa. Anche quando non la capiamo. Anche quando anche a noi verrebbe da dire: “Padre, passi da me questo calice”. Eppure la speranza di fare in qualche modo, con le forze che abbiamo, con i peccati che ci portiamo addosso, la volontà del Padre, deve essere la speranza che illumina tutti noi che stasera siamo venuti nel cenacolo che è la nostra comunità.
Ecco cosa dobbiamo fare per imitare Cristo, l’uomo della speranza. Ecco cosa dobbiamo fare per ricevere Cristo che è la nostra speranza. Al tempo stesso l’una e l’altra cosa.
Compiti per la comunità
Così, come ormai sapete, in questa notte mi piace anche dire cosa dobbiamo fare come comunità. Questo è il mio ministero, il ministero del parroco che è un ruolo preciso all’interno della comunità cristiana. Altro non ho da dirvi che questo. Riscoprite il valore dell’Eucarestia. Celebrate sempre la Santa Eucarestia. Vivete in modo da ricevere sempre il pane della speranza. E quando non ci è possibile accostarci ad esso ricorriamo all’altro Sacramento della speranza che è il perdono di Dio, la Confessione, la misteriosa riconciliazione delle anime con il Padre. Riscoprite il senso del perdono per riscoprire il senso della presenza di Dio nelle vostre anime. Non siate cristiani che si accontentano di celebrare il Sacramento dell’Eucarestia qualche volta, ma ricorrete ad esso il più possibile. Immergete la vostra vita nel perdono e nella presenza di Dio, che diventa forza per il cammino.
Se questo è il richiamo personale, che molti già vivono, non fate di questa vostra coscienza qualcosa di personale e intimistico. Siamo una comunità dove i bambini sono per lo più assenti dalla celebrazione. Siamo una comunità dove manca il senso della consacrazione di un amore, ovvero del matrimonio cristiano, perché l’amore tra uomo e donna diventi donazione simile a quello di Cristo. Siamo una comunità dove il Battesimo non è scelta di fede, ma tradizione di famiglia, gesto vuoto di festa senza Dio. Siamo comunità dove i giovani non capiscono che la vita è progetto, è vocazione, dove la speranza di successo o di realizzazione personale sostituisce assolutamente la speranza di dare senso ai propri giorni. Il che spiega perché la maggior parte dei giovani vive in modo egoistico la propria esperienza di vita ed anche la propria fede e perfino l’appartenenza ecclesiale.
Solo quando riscopriremo il valore del gesto eucaristico, scopriremo anche il valore di una relazione che è il motore che genera una vita comunitaria nella quale si apprende l’orizzonte di senso della propria vita.
Chiedo a tutti di essere segno di speranza per l’altro, riscoprendo il valore dell’Eucarestia segno di speranza per l’uomo, fondamento della vita credente, pilastro della vita comunitaria di chi si sente fratello nel Signore. Celebrazione che passa necessariamente attraverso il rito, come anche il Signore ha fatto. Riscoprite pertanto il valore del rito dell’Eucarestia.
Non deludete questa speranza, che non è la mia speranza, ma la speranza che Cristo ha su di noi.
La speranza di Cristo che è venuto per la nostra salvezza, per aprirci le porte della vita eterna, per donare a noi la sua stessa speranza.
Preghiera
Cristo che sei speranza dell’uomo,
Cristo che sei la speranza del peccatore,
Cristo che sei la speranza della Chiesa,
apri i nostri cuori alla speranza.
La tua presenza nel Sacramento, accenda cammini di fede autentici,
che siano segno di speranza per la Chiesa e per l’uomo di oggi.