5 di Pasqua
Introduzione
Il comandamento dell’amore costituisce il cuore, il centro della vita cristiana e anche dell’annuncio della Chiesa. Lo rileggiamo in questo tempo pasquale nel quale continuiamo a celebrare Cristo Risorto, mettendoci alla sua presenza e sentendoci sorretti dalla forza che da Lui promana.
La Parola di Dio
LETTURA At 4, 32-37
Lettura degli Atti degli Apostoli
In quei giorni. La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa «figlio dell’esortazione», un levita originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.
SALMO Sal 132 (133)
Dove la carità è vera, abita il Signore.
Oppure: Alleluia, alleluia, alleluia.
Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme! R
È come olio prezioso versato sul capo,
che scende sulla barba, la barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste. R
È come rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Perché là il Signore manda la benedizione,
la vita per sempre. R
EPISTOLA 1Cor 12, 31 – 13, 8a
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.
VANGELO Gv 13, 31b-35
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Vangelo
Uno dei primissimi problemi che il Signore ha affrontato in vista della sua Pasqua che avrebbe segnato il termine, la fine della sua presenza nel mondo, riguarda il modo concreto con il quale sarebbe stato possibile avvertire la sua presenza dopo la sua morte e risurrezione. Problema al quale la prima chiesa ha dato ampio spazio, chiedendosi, appunto, come fosse possibile sperimentare la presenza del Risorto. La risposta venne dalla riflessione sulle parole che il Signore aveva pronunciato nel corso del suo ministero: dall’amore. L’amore donato e offerto, l’amore scambiato all’interno di una comunità, l’amore celebrato nei riti che avrebbero segnato il tempo della Chiesa, sarebbe stata l’unica modalità per percepire la presenza del Signore e per sentirsi sostenuti nel cammino. Anzi, propriamente l’offrirsi reciprocamente una testimonianza di amore, sarebbe stato ciò che, nella comunità, avrebbe segnato la differenza rispetto ad ogni altra forma di appartenenza religiosa. Memori dell’amore che Cristo ha riversato su tutta l’umanità, il cristiano sarebbe stato chiamato ad avere questo segno distintivo della sua presenza nel mondo. Il criterio di riferimento per l’amore del cristiano deve essere solo questo: l’amore di Cristo. Un discorso che, in teoria, è molto bello, comprensibile, facile da accettare. Eppure, come tutti avvertiamo benissimo, difficilissimo da vivere.
Atti
Tutti siamo chiamati a comprendere, pian piano e poco a poco, il cuore del comandamento dell’amore, mettendo in atto piccoli gesti di amore che dicano il nostro progressivo adeguarci e comprendere il comandamento. Lo dice molto bene la figura di Barnaba, della quale noi abbiamo ascoltato nella prima lettura. Barnaba cerca di diventare cristiano poco a poco, accettando la predicazione apostolica e comprendendo che a lui è chiesto di vivere il comandamento dell’amore anche mettendo in comune con la prima chiesa i propri beni. Ecco il gesto concreto del suo amore: vendere il campo del quale è proprietario e mettere il ricavato “ai piedi degli apostoli”, cioè a disposizione di tutta la comunità cristiana. È un gesto molto particolare, è uno stile di vita molto particolare, è un modo per vivere il comandamento dell’amore. Non l’unico. Barnaba cerca di viverlo così, con i mezzi che la prima comunità offre per vivere il vangelo. E’ una scelta molto significativa, non obbligatoria ma che testimonia assai bene come sia possibile vivere ciò che il Signore ha comandato.
Corinti
La riflessione più matura è, però, quella di San Paolo. Paolo ormai vive in una comunità cristiana che celebra il mistero dell’Eucarestia come mistero nel quale Cristo continua a donarsi alla Chiesa. È questo il paradigma dell’amore di Dio con il quale confrontarsi. Paolo insegna ad una comunità concreta come regolarsi di fronte all’amore di Cristo che viene continuamente rinnovato dalla celebrazione dei misteri divini. È in quest’ottica, è in questa linea che possiamo comprendere il testo bellissimo dell’inno all’amore. Ad una comunità che si domanda come sia possibile mettere in una tot il medesimo amore di Cristo, ad una comunità che si chiede come sia possibile vivere ciò che celebra, Paolo risponde ricordando che non sono gli atti straordinari e le grandi cose a salvare l’anima, ma l’amore ordinario, quello con cui si possono vivere le piccole cose di ogni giorno. Ecco, dunque, le caratteristiche dell’amore del cristiano:
la magnanimità: cioè il largheggiare, il non misurare sempre le cose, il non fare paragoni tra i diversi atti di amore. Questo è il primo atteggiamento dell’amore cristiano: ad imitazione di Cristo che ama senza misura, il cristiano risponde con il suo piccolo amore, che, pure cerca di essere sempre senza misura;
la benevolenza: cioè il pensare sempre bene degli altri e il bene degli altri. Ciò significa che il credente lavora sempre, ogni giorno, per il bene degli altri, domandandosi di continuo non cosa fa piacere a sé stessi, ma cosa porta una promozione della vita degli altri, senza badare a sé;
non è invidiosa: l’amore, quando è autentico, non guarda a ciò che capita agli altri, soprattutto non è invidioso del bene che invade la vita delle altre persone;
non si vanta e non si gonfia di orgoglio: mai l’amore mette in primo piano quello che sa fare: l’amore cristiano è umile;
non manca di rispetto: perché il rispetto della persona è la prima forma di amore. Anche quando si è di fronte a persone che non hanno rispetto per gli altri, anche quando si è di fronte a persone che non vivono il comandamento dell’amore, il credente è chiamato a non ritirarsi, soprattutto a non far venire meno i propri atti di amore;
non cerca il proprio interesse: l’amore del cristiano è sempre disinteressato. Non guarda al proprio tornaconto perché mira di più a fare stare bene gli altri;
non si adira: è forse la caratteristica più difficile. Il trattare con rispetto gli altri comporta anche che il cristiano sappia gestire la propria rabbia, senza mai cadere in atti di rivalsa contro gli altri, anche quando umanamente verrebbe da fare così;
non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità: appunto perché il cristiano sa che la verità è la massima forma di amore possibile, il credente non tiene conto del male che riceve, ma si dispone sempre a vivere in costante atteggiamento di tensione al Padre, seguendo la via di Cristo che si dona continuamente all’uomo senza tenere conto della risposta che l’uomo darà. L’amore di Cristo chiede questa imitazione di vita;
tutto crede, spera, scusa e sopporta: sono le tre caratteristiche finali. L’amore del cristiano deve tendere ad essere come quello di Cristo che, nella sua passione ha sopportato tutto il male che ha preso su di sé; che ha espresso tutta la fede nel Padre che lo ha sostenuto anche nel momento supremo della sua vita; che ha sopportato ogni cosa pur di donare la redenzione al mondo; che ha aperto la via della speranza per tutti gli uomini. La speranza della vita eterna come grande speranza per l’umanità, ma anche la speranza dell’amore. La speranza che è contenuta in ogni atto di amore e che anima ogni atto di bene che l’uomo può compiere nella memoria della passione, morte e risurrezione di Cristo e vivificato dalla sua presenza.
Sono tutte queste insieme le caratteristiche dell’amore cristiano, quelle caratteristiche che Barnaba ha cercato di vivere nella comunità apostolica e che sono state espresse da quel suo gesto di donazione unico e grande.
Per noi e per il nostro cammino
Di fronte ad un testo così profondo e anche così specifico, credo che tutti ci sentiamo un po’ venire meno e ci domandiamo: ma come è possibile vivere così? Credo che tutti noi, che pure cerchiamo di meditare sempre sul comandamento dell’amore che cerchiamo di viverlo come meglio siamo capaci, avvertiamo una distanza abissale da quello che San Paolo ci ha proposto come conseguenza pratica del comandamento stesso. Come dunque è possibile vivere questo comandamento dell’amore?
Credo che una prima risposta sia questa: lascando che l’amore di Dio ci invada sempre più. Ecco il motivo per cui è bene vivere con frequenza la celebrazione del mistero eucaristico. Dove noi vediamo all’opera l’amore di Cristo? Dove noi siamo messi a parte di Cristo che, per primo, vive questo comandamento? Nella celebrazione della Messa. Poiché la Chiesa continua a rinnovare la presenza di Cristo nel mondo attraverso i segni sacramentali, è da questi che dobbiamo assumere la forza per diventare come Cristo. Nella Messa che noi tutti, educati a vivere come Cristo, riceviamo quella forza di amore che, poi, abilita noi stessi ad amare come Cristo ha amato. Ecco il primo invito della liturgia di oggi: lasciamoci trasformare dall’amore di Cristo che viene a noi e opera in noi attraverso la S. Eucarestia.
In secondo luogo ricordiamoci che impariamo ad amare da tutti quei testimoni che ci fanno vedere in pratica come vivono il comandamento dell’amore. Non occorre testimoniare tutte le singole caratteristiche dell’amore cristiano. Chi ne vive una, le vive già tutte. Ci sono, intorno a noi, moltissime persone che, come Barnaba, vivono in semplicità di vita questo comandamento, semplicemente facendo bene e con amore le cose della vita di ogni giorno. Ecco, il comandamento dell’amore si vive così, mettendo ogni giorno a disposizione di Dio e, quindi, di tutti gli uomini, qualche piccolo gesto di amore compiuto nella libertà. È questo il modo più corretto e più comune di vivere questo comandamento. Disponiamoci tutti a dare una testimonianza semplice e concreta di questo amore che è già presente in noi.
Infine, direi di lasciarci molto provocare da questa parola di Dio. Credo che il non sentirci a posto sia già cosa ottima. Se non ci sentiamo già arrivati, se avvertiamo che la vita cristiana è ancora impegno, siamo già sotto l’azione dello Spirito che ci sta dicendo che ci vorrà tutta una vita per lasciarci amare da Cristo e per imparare ad amare come lui.
Chiediamo, dunque il dono dello Spirito che, tra poche settimane rinnoveremo nell’effusione della Pentecoste, perché impariamo davvero a non soccombere sotto il peso delle cose della vita ma restiamo saldi nella professione di quell’amore che tutti illumina e salva.