Mercoledì 18 dicembre

Feria prenatalizia 2

La spiritualità di questa settimana

Direi che questa seconda feria prenatalizia ci fa vivere tra speranza e disperazione. I protagonisti di oggi sono tutti in bilico tra questi due atteggiamenti. Realtà umane che ci dicono che, in fondo, noi tutti siamo un po’ sempre così, in bilico tra speranza e disperazione.

La Parola di questo giorno

RUT 1, 15 – 2, 3
Lettura del libro di Rut

In quei giorni. Noemi disse a Rut: «Ecco, tua cognata è tornata dalla sua gente e dal suo dio; torna indietro anche tu, come tua cognata». Ma Rut replicò: «Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te». Vedendo che era davvero decisa ad andare con lei, Noemi non insistette più. Esse continuarono il viaggio, finché giunsero a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in subbuglio per loro, e le donne dicevano: «Ma questa è Noemi!». Ella replicava: «Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l’Onnipotente mi ha tanto amareggiata! Piena me n’ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è dichiarato contro di me e l’Onnipotente mi ha resa infelice?». Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo. Noemi aveva un parente da parte del marito, un uomo altolocato della famiglia di Elimèlec, che si chiamava Booz. Rut, la moabita, disse a Noemi: «Lasciami andare in campagna a spigolare dietro qualcuno nelle cui grazie riuscirò a entrare». Le rispose: «Va’ pure, figlia mia». Rut andò e si mise a spigolare nella campagna dietro ai mietitori. Per caso si trovò nella parte di campagna appartenente a Booz, che era della famiglia di Elimèlec.

SALMO Sal 51 (52)

Voglio renderti grazie in eterno, Signore.

Perché ti vanti del male?
Tu ami il male invece del bene,
la menzogna invece della giustizia.
Tu ami ogni parola che distrugge,
o lingua d’inganno. R

Ma io, come olivo verdeggiante
nella casa di Dio,
confido nella fedeltà di Dio
in eterno e per sempre. R

Voglio renderti grazie in eterno
per quanto hai operato;
spero nel tuo nome, perché è buono,
davanti ai tuoi fedeli. R

ESTER 3, 8-13; 4, 17i-17z
Lettura del libro di Ester

In quei giorni. Amàn disse al re Artaserse: «C’è un popolo disperso tra le nazioni in tutto il tuo regno, le cui leggi differiscono da quelle di tutte le altre nazioni; essi disobbediscono alle leggi del re e non è conveniente che il re glielo permetta. Se piace al re, dia ordine di ucciderli, e io assegnerò al tesoro del re diecimila talenti d’argento». Il re, preso il suo anello, lo dette in mano ad Amàn, per mettere il sigillo sui decreti contro i Giudei. Il re disse ad Amàn: «Tieni pure il denaro, e tratta questo popolo come vuoi tu». Nel tredicesimo giorno del primo mese furono chiamati gli scribi e, come aveva ordinato Amàn, scrissero ai capi e ai governatori di ogni provincia, dall’India fino all’Etiopia, a centoventisette province, e ai capi delle nazioni, secondo la loro lingua, a nome del re Artaserse. Le lettere furono mandate per mezzo di corrieri nel regno di Artaserse, perché in un solo giorno del dodicesimo mese, chiamato Adar, fosse sterminata la stirpe dei Giudei e si saccheggiassero i loro beni. Tutti gli Israeliti gridavano con tutte le loro forze, perché la morte stava davanti ai loro occhi. Anche la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale. Si tolse le vesti di lusso e indossò gli abiti di miseria e di lutto; invece dei superbi profumi si riempì la testa di ceneri e di immondizie. Umiliò duramente il suo corpo e, con i capelli sconvolti, coprì ogni sua parte che prima soleva ornare a festa. Poi supplicò il Signore e disse: «Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso all’infuori di te, perché un grande pericolo mi sovrasta. [ Io ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai preso Israele tra tutte le nazioni e i nostri padri tra tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto per loro tutto quello che avevi promesso. Ma ora abbiamo peccato contro di te e ci hai consegnato nelle mani dei nostri nemici, perché abbiamo dato gloria ai loro dèi. Tu sei giusto, Signore! Ma ora non si sono accontentati dell’amarezza della nostra schiavitù: hanno anche posto le mani sulle mani dei loro idoli, giurando di abolire il decreto della tua bocca, di sterminare la tua eredità, di chiudere la bocca di quelli che ti lodano e spegnere la gloria del tuo tempio e il tuo altare, di aprire invece la bocca delle nazioni per lodare gli idoli vani e proclamare per sempre la propria ammirazione per un re mortale. Non consegnare, Signore, il tuo scettro a quelli che neppure esistono. Non permettere che ridano della nostra caduta; ma volgi contro di loro questi loro progetti e colpisci con un castigo esemplare chi è a capo dei nostri persecutori.] Ricòrdati, Signore, manifèstati nel giorno della nostra afflizione e da’ a me coraggio, o re degli dèi e dominatore di ogni potere. Metti nella mia bocca una parola ben misurata di fronte al leone e volgi il suo cuore all’odio contro colui che ci combatte, per lo sterminio suo e di coloro che sono d’accordo con lui. Quanto a noi, salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore! [Tu hai conoscenza di tutto e sai che io odio la gloria degli empi e detesto il letto dei non circoncisi e di qualunque straniero. Tu sai che mi trovo nella necessità e che detesto l’insegna della mia alta carica, che cinge il mio capo nei giorni in cui devo comparire in pubblico; la detesto come un panno immondo e non la porto nei giorni in cui mi tengo appartata. La tua serva non ha mangiato alla tavola di Amàn; non ha onorato il banchetto del re né ha bevuto il vino delle libagioni. La tua serva, da quando ha cambiato condizione fino ad oggi, non ha gioito, se non in te, Signore, Dio di Abramo.] O Dio, che su tutti eserciti la forza, ascolta la voce dei disperati, liberaci dalla mano dei malvagi e libera me dalla mia angoscia!».

VANGELO Lc 1, 19-25
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. L’angelo disse a Zaccaria: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo». Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto. Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: «Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini».

Rut

La prima lettura lascia tracce evidentissime di questa differenza. Noemi è la donna priva di speranza, che torna povera a casa sua. Non vuol essere consolata, va ripetendo a tutti che Dio l’ha amareggiata. È una donna che non si aspetta nient’altro che un po’ di quella commiserazione che le permetterà di vivere fino alla fine dei suoi giorni. Una donna disperata, ma anche un po’ depressa. Dall’altro lato abbiamo l’atteggiamento opposto della nuora. Rut, anche se in una situazione difficile, si rimbocca le maniche, non si dà per vinta, continua a fare quello che deve, cioè a sperare. È una donna senza figli e senza marito, sa che nessuno la protegge, per questo deve lavorare lei stessa. Si improvvisa racimolatrice dietro ai mietitori. Un lavoro da nulla, un lavoro da donne. Eppure lei investe tutto in quel lavoro, perché sa che le serve. Una donna nel dolore, ma non priva di speranza, il cui primo compito non è solo la sopravvivenza, ma il rincuorare la suocera, il cercare di ridare speranza anche a lei. Un compito arduo e difficile, ma nel quale riuscirà. Due donne che, di fronte ad una situazione comune, reagiscono in modo assolutamente diverso.

Ester

Anche il racconto di Ester ci mette davanti ad una situazione del genere. Ester non vive su di sé ciò che il suo popolo sta vivendo. Potrebbe non essere disperata, come il marito le dirà più volte: è una donna sfortunata, appartiene ad un popolo perseguitato, ma non è lei ad essere perseguitata realmente. Lei è una donna di corte, vive in un altro mondo, è la moglie del re, può permettersi di tutto. Non pensa così Ester. Ella partecipa seriamente alla sventura del suo popolo e lei stessa si mette nella condizione di essere affranta. Sospende tutti i suoi incarichi, rinuncia a tutti i suoi onori. Non essendo fisicamente partecipe di una situazione difficile, si rende prossimo di questa situazione con la preghiera. Ester avrebbe tutto il diritto di essere una donna disperata, ma non si limita a questo. La sua consolazione è la preghiera. Non avendo consolazione negli uomini o nelle cose, ella si rifugia in una preghiera personale, intima, accorata, piena di speranza. Anzi, piena di certezze, perché Ester è assolutamente certa che Dio la sta ascoltando e che Dio interverrà a suo favore. O meglio a favore del suo popolo.

Vangelo

Anche il Vangelo ci mostra questi due atteggiamenti. Zaccaria ed Elisabetta potrebbero essere ancora pieni di disperazione. Cosa deve dire la gente ora che Zaccaria è rimasto muto? Cosa deve dire di una donna di età avanzata che ha una gravidanza in corso, dopo che per una vita è stata sterile? Certo, a preoccuparsi delle dicerie ci sarebbe davvero da essere disperati! Non così Elisabetta e Zaccaria che fanno della loro situazione un modo per risollevarsi dalla disperazione di cui soffrivano. Zaccaria rende il suo silenzio pieno della presenza di Dio e accetta la situazione di forzato mutismo come situazione utile per riflettere, pensare, rimettersi nelle mani di Dio. Elisabetta vive nel nascondimento la sua gravidanza, non per vergogna, ma per allinearsi alla situazione del marito. Lei stessa si rinchiude in una sorta di ritiro nel quale vivere bene tutto ciò che Dio mette a loro disposizione, cioè un tempo per passare dalla disperazione alla gioia.

Meditazione

Probabilmente tutto ciò è vero per noi. Anche noi viviamo le due cose insieme. Possiamo essere pieni di speranza o disperati a causa di quello che succede e in base a come viviamo le cose. C’è anche una predisposizione del carattere, c’è chi è più predisposto a commiserarsi e a piangersi addosso e chi, invece, è più capace di vedere le cose per il verso giusto… la Scrittura, però, non ci chiede di riflettere sulle predisposizioni naturali, ma di fare un passo di fede. La Scrittura di oggi ci sta chiedendo di imitare gli atteggiamenti principali dei protagonisti in questione, che, come abbiamo detto, hanno saputo fare della loro situazione un momento spiritualmente fecondo per recuperare la speranza. Soprattutto Ester ci ha detto che è nella preghiera, è nell’affidamento a Dio che si recupera la speranza di vivere, la gioia di credere. Credo che questo giorno di Avvento potrebbe essere supportato da una preghiera intensa, forte, capace di affidare a Dio ogni situazione. Alimentare la speranza significa anche questo: rimanere saldi mentre tutto sembra essere contro di noi. Chiediamo questa grazia a Dio Padre e rimettiamoci a riflettere sulla grazia della preghiera perseverante. Ciò aiuta il nostro cuore a mettersi nelle mani di Dio con fiducia.

Rifletti

·       Vivo una preghiera perseverante?

·       Come la preghiera mi educa alla speranza?

·       Per natura sono uno che si lascia andare o uno che sa sperare sempre?

2024-12-13T23:16:44+01:00