Domenica 26 gennaio

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Introduzione

Si può vivere senza speranza? È la domanda che i vescovi pongono anche a noi in questo giorno di duplice festa per noi: festa della famiglia; festa della vita ma anche ricordo della giornata della memoria. Si può dunque vivere senza speranza?

La Parola di Dio 

LETTURA Sir 44, 23 – 45, 1a. 2-5
Lettura del libro del Siracide

In quei giorni. La benedizione di tutti gli uomini e la sua alleanza Dio fece posare sul capo di Giacobbe; lo confermò nelle sue benedizioni, gli diede il paese in eredità: lo divise in varie parti, assegnandole alle dodici tribù. Da lui fece sorgere un uomo mite, che incontrò favore agli occhi di tutti, amato da Dio e dagli uomini. Gli diede gloria pari a quella dei santi e lo rese grande fra i terrori dei nemici. Per le sue parole fece cessare i prodigi e lo glorificò davanti ai re; gli diede autorità sul suo popolo e gli mostrò parte della sua gloria. Lo santificò nella fedeltà e nella mitezza, lo scelse fra tutti gli uomini. Gli fece udire la sua voce, lo fece entrare nella nube oscura e gli diede faccia a faccia i comandamenti, legge di vita e d’intelligenza, perché insegnasse a Giacobbe l’alleanza, i suoi decreti a Israele.

SALMO Sal 111 (112)

Beato l’uomo che teme il Signore.

Beato l’uomo che teme il Signore
e nei suoi precetti trova grande gioia.
Potente sulla terra sarà la sua stirpe,
la discendenza degli uomini retti sarà benedetta. R

Prosperità e ricchezza nella sua casa,
la sua giustizia rimane per sempre.
Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto. R

Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore. R

EPISTOLA Ef 5, 33 – 6, 4
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito. Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. «Onora tuo padre e tua madre!». Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: «perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra». E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore.

VANGELO Mt 2, 19-23
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

La speranza nella guerra – giornata della memoria

No, non si può vivere senza speranza e, per questo, anche il tempo della guerra fu tempo di speranza. Fu tempo di generazione della vita, per esempio. Anche quando tutto parlava di incertezza, anche quando tutto sembrava distrutto, gli uomini e le donne di quel tempo trasmisero la vita, misero una scommessa sul futuro, generarono figli e figlie, nella speranza che quei bambini, quelle bambine imparassero anche dai loro errori e diventassero adulti capaci di astenersi da quegli orrori che la guerra stessa aveva generato. Ricordiamo quest’anno gli 80 anni dalla liberazione. In questi giorni si moltiplicano le iniziative per ricordare proprio gli 80 anni dalla liberazione di Auschwitz. Anche nei campi di concentramento, anche dove l’orrore assunse forma inumana, ci fu tempo per la speranza, ci furono segni di speranza, piccoli segni, molto spesso nascosti perché non era possibile fare diversamente. Eppure quei segni riuscirono a non far spegnere mai la piccola e traballante luce della speranza. Molto spesso questi segni vennero dalle donne dei lagher e riuscirono a tenere in vita la speranza anche in chi la stava ormai perdendo. Dunque no, non si può vivere senza speranza. La speranza della vita, la speranza della pace sono le forme della speranza che non possono mai venire meno. Oggi abbiamo altre immagini di guerra. Abbiamo altre immagini di bambini che non riescono a  rimanere in vita a causa della guerra, della malattia, della fame. Non dobbiamo perdere la speranza nell’uomo, nella sua capacità di resistere oltre ogni limite ma anche nella sua forza di amore, capace di generare realtà impensabili. Così come noi cristiani non dobbiamo mai perdere la speranza in Dio, che suscita speranza e che rende possibili strade di riconciliazione e di pace anche lì dove tutto sembra perduto. La giornata della memoria, a cui voglio dedicare il primo  pensiero, è occasione per far sorgere speranza dentro di noi, coltivare la memoria del passato, tornare alle esperienze terribili che le generazioni prima della nostra hanno vissuto, non deve essere solo esercizio della memoria, ma devono suscitare ferma decisione perché ciò non accada più e forte speranza in Dio, che rende possibile ogni cosa.

La speranza nella vita

La seconda forma di speranza che celebriamo oggi è quella legata alla speranza della vita che nasce, alla difesa della vita che è stata generata. Lo facciamo in questa giornata del Cav, mentre ci disponiamo anche a pregare per il centro di aiuto alla vita. È indubbio che siamo in un contesto nel quale è difficile sostenere la speranza della vita. Tutto sembra un po’ contro di essa. Il forte calo demografico di cui noi in occidente siamo testimoni, l’accoglienza dell’aborto come un diritto in alcune carte costituzionali di alcuni paesi, la difficoltà a sostenere i diritti dei bambini in molte parti del mondo, sono tra i temi più urgenti. I vescovi osano ricordarcelo, insieme anche al richiamo a non lasciare che le immagini di infanzia negata che giungono puntualmente nelle nostre case, chiudano ogni speranza alla vita.

La trasmissione stessa della vita è speranza. Ecco il primo pensiero attorno al quale si snoda la parola dei vescovi. Anche noi ne percepiamo la verità. Anche noi capiamo che trasmettere la vita è sempre un atto di fede. Forse, se oggi trasmettiamo poco la vita, se siamo in questa crisi demografica e in questo inverno della natalità, oltre a tutte le considerazioni di carattere pratico che possiamo fare, è perché non abbiamo speranza per il futuro. Vivere ripiegati su noi stessi, pensare in modo egoistico alla vita, ritenere che i diritti siano più fondamentali dei doveri, ci sta portando ad essere una società che non ama la vita, che si chiude in sé stessa, che non ha sguardo lungimirante al futuro. Con molto coraggio i vescovi dicono anche chiaramente che ci sono troppi pochi figli e troppo “pets”, cioè animali domestici che prendono il posto dei figli. Cosa nota, verità fattuale, che pure spesso non viene riconosciuta, anzi viene oppugnata. I cristiani devono distinguersi da questo pensiero comune e massificante, perché amano la vita, come Dio è amante della vita. Dio che genera speranza per questa vita, Dio che dona la vita eterna come orizzonte di speranza all’uomo, chiede all’uomo stesso di scommettere sulla vita, di rendersi corresponsabile nella trasmissione della vita, di non rinunciare al compito di essere famiglia.

Un’immagine di famiglia

Così possiamo anche rileggere la bellissima immagine di famiglia che viene dal Vangelo di quest’anno. Maria e Giuseppe, con il piccolo Gesù, sono una famiglia come tante altre. Il Vangelo ci diceva chiaramente che essi furono una famiglia che più volte cambiò la sua residenza. Betlemme, l’Egitto, Nazareth, sono i luoghi citati, per dire che anche la santa famiglia dovette spostarsi per avere speranza di pace, per vivere la promessa di vita che era donata ai loro giorni.

Una famiglia dove si fanno calcoli, dove si studiano le possibilità. Una famiglia, dove si lavora. Una famiglia che vive impegni come era possibile in quel tempo. La santità della famiglia di Nazareth non è una santità astratta, non è una santità in teoria, non è un modello asettico. La santa famiglia di Nazareth ci parla di una santità che si scrive nei giorni, con le opere di ciascuno, con la buona volontà di ciascuno ma, soprattutto, con il riferimento a Dio. Se la santa famiglia di Nazareth ha costruito la sua storia di santità è perché non ha mai smesso di guardare al mistero di Dio. Certo Giuseppe, con il suo interrogarsi, con il suo discernere faceva passare nella sua mente non solo le diverse possibilità che la vita gli offriva, ma aveva il costante pensiero di come realizzare la volontà di Dio. Le cose che effettivamente scelse furono quelle in cui sentiva la presenza di Dio, cercato ogni giorno, amato sopra ogni cosa. Maria, dal canto suo, custodiva queste cose nel cuore, che il vangelo ci ricorda sempre. Questa custodia è la custodia della meditazione, è la custodia dei sentimenti che vengono riletti alla luce del mistero di Dio. La meditazione di Maria è la sua preghiera, quella che eleva al Padre per vivere la speranza nei suoi giorni, consapevole della benedizione che li guida. Così anche Gesù che si unisce al Padre in una forma unica, impossibile da imitare, profondissima. Una forma che lascia stupiti al tempo stesso per la semplicità e per la profondità. Una forma unica di unione che dice la verità di quella relazione di amare che lega sempre il Padre e i Figlio nella forza dello Spirito di Dio.

Dove la Santa Famiglia ha tratto forza per tutto questo? Non tanto nelle realtà straordinarie che essi vissero, ma nella forza della fede. La fede ha sempre accompagnato la santa famiglia, in ogni momento della sua vicenda. È questa fede che ha acceso la speranza. Perché, come dicevamo, senza speranza non si può vivere.

Per noi e per il nostro cammino di fede

Cosa dice a noi tutto questo? Come possiamo vivere noi alimentando la speranza? La speranza nella pace, che non è solo l’assenza delle guerre ma la speranza di un modo di vivere più giusto e più onesto; la speranza sul futuro data anche dalla generazione dei figli; la speranza della famiglia, si alimentano solo alla preghiera. Noi cristiani dovremmo ricominciare da qui.  Senza fede è impossibile attingere a quelle forme di speranza che devono rendere la vita dell’uomo più semplice e più serena. Ecco il primo invito. Credo che la forma pratica per viverlo ci verrà offerta anche nei prossimi giorni. La festa di San Giulio è una festa del tutto spirituale, è una festa al cui centro non ci sono cose, ritrovi, momenti di esterno manifestarsi della vita comunitaria. Al centro c’è l’Eucarestia. Noi siamo invitati a stare davanti all’Eucarestia in preghiera per le famiglie, in preghiera per la difesa della vita, in preghiera per la pace. Se crediamo non c’è realtà più efficace di questa: la preghiera davanti alla S. Eucarestia. Ci lasceremo guidare dalle parole del papa nell’Enciclica “Dilexit nos”, sul tema del Sacro cuore, che sarà anche solennemente esposto a partire da mercoledì. Lasciatevi conquistare da questa speranza! Venite a mettere il vostro cuore nelle mani e nel cuore di Dio! ritrovate speranza nella pace, nella vita, nella famiglia, a partire da una preghiera più forte, più intensa, più vigilante. La speranza non si recupera con discorsi, con iniziative di vario genere e tipo. La speranza si recupera mettendoci in ginocchio dinnanzi al Santissimo Sacramento. Vorrei che questo invito fosse molto forte e raggiungesse non solo chi già è attento a questa forma di preghiera, ma chi non viene mai, chi non crede alla potenza dell’Eucarestia, chi si astiene da questa forma di preghiera. Ecco il primo invito che vi faccio per recuperare la speranza in questo anno giubilare tutto dedicato alla speranza.

Con un secondo invito. Non disperate mai. Anche Maria, anche Giuseppe avrebbero potuto disperare. Di fronte ad un compito singolare ed unico, quelle difficoltà che vissero avrebbero anche potuto portare alla disperazione. Dovremmo essere genitori del figlio di Dio ed eccoci migranti, esuli, poveri, indecisi perfino su dove sia meglio abitare. Se non cedettero nella assoluta assenza di speranza, fu proprio perché ebbero sempre la mente fissa in Dio. Anche noi non dobbiamo mai disperare, anche quando gli indizi delle cose ci spingerebbero in questa direzione. L’aiuto di Dio, amante della vita, in questo anno giubilare, renda tutti noi più forti e più fermi in questa speranza da vivere.

Chiediamo queste grazie per l’intercessione della Santa Famiglia di Nazareth, che visse nella speranza, nonostante le prove della vita.

Maria, Giuseppe e Gesù ci sostengano nel cammino della speranza che dobbiamo testimoniare.

2025-02-24T09:38:24+01:00