Giovedì 20 giugno

Settimana della 4° domenica dopo Pentecoste – Giovedì 

La spiritualità di questa settimana

Dopo la festa dei Santi Martiri Gervaso e Protaso, torniamo al lezionario feriale previsto per questo giorno.

La Parola di questo giorno

LETTURA Dt 15, 1-11
Lettura del libro del Deuteronomio

In quei giorni. Mosè disse: «Alla fine di ogni sette anni celebrerete la remissione. Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che detenga un pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, poiché è stata proclamata la remissione per il Signore. Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere. Del resto non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi; perché il Signore certo ti benedirà nella terra che il Signore, tuo Dio, ti dà in possesso ereditario, purché tu obbedisca fedelmente alla voce del Signore, tuo Dio, avendo cura di eseguire tutti questi comandi, che oggi ti do. Quando il Signore, tuo Dio, ti benedirà come ti ha promesso, tu farai prestiti a molte nazioni, ma non prenderai nulla in prestito. Dominerai molte nazioni, mentre esse non ti domineranno. Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città nella terra che il Signore, tuo Dio, ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso, ma gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova. Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: “È vicino il settimo anno, l’anno della remissione”; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla: egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te. Dagli generosamente e, mentre gli doni, il tuo cuore non si rattristi. Proprio per questo, infatti, il Signore, tuo Dio, ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano. Poiché i bisognosi non mancheranno mai nella terra, allora io ti do questo comando e ti dico: “Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nella tua terra”».

SALMO Sal 91 (92)

Il giusto fiorirà come palma.

È bello rendere grazie al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo.
Perché mi dai gioia, Signore,
con le tue meraviglie,
esulto per l’opera delle tue mani. R

Come sono grandi le tue opere, Signore,
quanto profondi i tuoi pensieri!
L’uomo insensato non li conosce
e lo stolto non li capisce: R

Se i malvagi spuntano come l’erba
e fioriscono tutti i malfattori,
è solo per la loro eterna rovina,
ma tu, o Signore, sei l’eccelso per sempre. R

Il giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio. R

Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore,
mia roccia: in lui non c’è malvagità. R

VANGELO Lc 7, 18-23
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutte queste cose. Chiamati quindi due di loro, Giovanni li mandò a dire al Signore Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”». In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: “I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia”. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

Deuteronomio

Per capire bene questo testo dobbiamo ricollegarci a quello che dicevamo l’altro giorno. Proprio perché non c’è merito che l’uomo possa vantare davanti a Dio, proprio perché si è chiamati a rispondere a Dio che rimane fedele a sé stesso, non ci devono essere comportamenti che portino a pensare di essere “proprietari” e non “ospiti” della terra. Per questo motivo era stato introdotto il “sette anni” e poi il giubileo del cinquantesimo anno, che dovevano essere due modalità, una più ordinaria, l’altra straordinaria, per riflettere sul proprio rapporto con le cose, con gli uomini, con la terra, rimettendo in discussione tutto. La legislazione del Deuteronomio è, quindi, molto intelligente. Per educare ad essere “ospiti”, “pellegrini” sulla terra, introduceva il rimescolamento continuo delle situazioni, così che nessuno potesse dirsi proprietario per sempre di qualcosa. Una opzione di giustizia davvero molto grande. Ovviamente è una posizione che ha generato diverse opposizioni e non pochi malumori, ma noi possiamo capire il suo intento e la bontà della sua origine, anche se noi stessi faremmo molta fatica a viverla, se fosse ancora in vigore.

Vangelo

Chi ha capito questa spiritualità è Giovanni Battista, che noi conosciamo bene per la predicazione che, in Avvento, viene riservata a questo grandissimo uomo di fede. Giovanni ha avuto il merito di vivere la propria vita come un’attesa del Messia. Tutto ciò che Egli ha fatto, lo ha vissuto proprio perché era in attesa di qualcosa di grande: l’incontro con il rivelatore di Dio. Ecco perché, di fronte a Gesù che non ha la forza di opposizione al malvagio che egli vorrebbe, si domanda se ha vissuto un’attesa davvero degna del Messia. Gesù rimanda i suoi apostoli riportando quello che vedono. Le opere di grande vicinanza e di grande misericordia che essi attestano, suonano, per Giovanni, come il concreto vedere l’adempimento della parola di Isaia, che aveva predetto queste opere come adatte al Messia. Ecco perché Giovanni continuerà a vivere la sua vita come attesa. Non più attesa del Messia, ormai presente, ma come attesa del mistero di Dio stesso. Giovanni attende la morte così, non come un evento ineluttabile dell’esistenza, ma come un momento di verità grande. La morte altro non sarà che il consegnarsi a Dio, atteso ogni giorno della vita. Solo chi interpreta ogni cosa e perfino la propria vita non come un possesso, ma come dono di Dio, può vivere una spiritualità così intensa, forte e profonda.

Per noi e per il nostro cammino di fede

Il tema è di grandissima attualità anche per noi e potremmo ben ricordare le molte volte nelle quali papa Francesco ci sprona esattamente a interpretare così la nostra esistenza, come un dono ricevuto da rimettere in circolo. Possiamo anche pensare quante volte il Papa ci dica che la terra sulla quale abitiamo è e deve sempre essere vista come un dono e mai come un possesso. Credo che queste parole ci facciano bene. Riscoprire la loro origine biblica ancor di più. Il ritenerci “ospiti”, “pellegrini” sulla terra non è una realtà che “va di moda”. Per noi tutti credenti dovrebbe essere un’esigenza. È la nostra stessa fede che ci suggerisce di vivere così e di interpretare così la nostra esistenza. Se viviamo questa spiritualità, è chiaro che sapremo vedere le realtà della terra non come qualcosa da possedere ma come un dono ricevuto da trasmettere anche ad altri e, soprattutto, da condividere anche con altri. La logica del dono e non quella del possesso, sono la cartina di tornasole per dire se stiamo vivendo la vita come un’attesa dell’incontro con Dio o se, anche noi, pensiamo di possedere i nostri giorni, come padroni.

Poiché la tentazione è sempre presente in noi, cerchiamo di pregare insieme, perché tutti possiamo riscoprire la logica profonda di fede nella quale collocare tutti i nostri giorni e tutte le nostre attese.

Provocazioni dalla Parola

  • Viviamo la vita come dono?
  • Sappiamo entrare nella logica della custodia del creato?
  • Viviamo con responsabilità in questo mondo?
2024-06-15T22:26:06+02:00