Domenica 18 agosto

13° Domenica dopo Pentecoste

Introduzione

  • Come viviamo le relazioni?
  • Che influenza ha la fede su di esse?

Credo che siano le domande di questa settimana che la liturgia intende mettere dentro di noi. Domande preziose specie se, in questo ultimo scampolo di estate, avremo ancora la possibilità di vivere relazioni belle, intense, magari più libere in questo tempo di vacanza o comunque più libero del solito.

La Parola di Dio 

LETTURA 2 Cr 36, 17c-23
Lettura del secondo libro delle Cronache

In quei giorni. Il Signore consegnò ogni cosa nelle mani del re dei Caldei. Quegli portò a Babilonia tutti gli oggetti del tempio di Dio, grandi e piccoli, i tesori del tempio del Signore e i tesori del re e dei suoi ufficiali. Quindi incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi. Il re deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremia: «Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni». Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».

SALMO Sal 105 (106)

Renderò grazie, Signore, al tuo santo nome.

Molte volte li aveva liberati,
eppure si ostinarono nei loro progetti
e furono abbattuti per le loro colpe;
ma egli vide la loro angustia,
quando udì il loro grido. R

Si ricordò della sua alleanza con loro
e si mosse a compassione, per il suo grande amore.
Li affidò alla misericordia
di quelli che li avevano deportati. R

Salvaci, Signore Dio nostro,
radunaci dalle genti,
perché ringraziamo il tuo nome santo:
lodarti sarà la nostra gloria. R

EPISTOLA Rm 10, 16-20
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, non tutti hanno obbedito al Vangelo. Lo dice Isaia: «Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato?». Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. Ora io dico: forse non hanno udito? Tutt’altro: «Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino agli estremi confini del mondo le loro parole». E dico ancora: forse Israele non ha compreso? Per primo Mosè dice: «Io vi renderò gelosi di una nazione che nazione non è; susciterò il vostro sdegno contro una nazione senza intelligenza». Isaia poi arriva fino a dire: «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me».

VANGELO Lc 7, 1b-10
Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Vangelo

Nel Vangelo c’è traccia di molteplici relazioni.

La prima è quella del centurione con i suoi uomini, anche con i suoi servi. Sono relazioni di lavoro, sono relazioni createsi per il ruolo che egli riveste. Eppure vedete come anche con i suoi subalterni quest’uomo ha una relazione profonda. Fatta di vivo interesse – si interessa sommamente della salute dei suoi – ma anche di stima, di profondità. È una relazione che prevede anche un cerimoniale preciso, eppure non tutto è relegato in quell’ambito. C’è spazio anche per la gratuità, pur dentro relazioni codificate.

Poi c’è la relazione del centurione con gli abitanti del luogo. Di per sé il centurione è rappresentante dell’impero, è lì per tenere l’ordine pubblico, deve verificare che nulla sfugga al suo controllo. Eppure fa anche questo lavoro con amore e guadagnandosi, cosa in sé rarissima, la stima del popolo presso il quale è stato mandato. È un uomo anche molto libero perché, pur appartenendo ad un altro mondo, e, quindi, secondo lo schema antico anche ad un’altra fede, rispetta la fede del popolo di Israele ed anzi è lui che ha permesso la costruzione della sinagoga per la loro preghiera. È un uomo che si è guadagnato la stima di Israele stando sul campo.

Infine c’è la relazione del centurione con Gesù. Non c’è conoscenza tra i due, se non quella conoscenza “per sentito dire” che viene attestata all’inizio del brano. È una relazione fatta di profondo rispetto: il centurione manda a dire qual è la sua situazione, ma non volendo disturbare Gesù tanto che, come abbiamo sentito, quando Gesù si dimostra disposto ad andare a casa sua per vedere l’uomo malato, il centurione interviene dicendo che egli non pretende tanto. Non è ancora una relazione di fede, piuttosto c’è curiosità. Si sa che Gesù ha già guarito molte persone, perché non presentare anche questo caso? Eppure questa relazione partita con curiosità si dimostra presto relazione aperta alla fede. Quest’uomo vedendo la disponibilità di Gesù dice apertamente di credere nella sua potenza. Cosa che commuove Gesù ed apre la strada al miracolo.

Una relazione, potremmo dire anche, a “distanza” fatta da intermediari, che apre al più eclatante degli esiti senza che vi sia una relazione diretta tra l’uomo malato, il centurione e Gesù.

C’è poi la relazione tra i Giudei e il centurione. Dal loro punto di vista quest’uomo è un uomo che “merita” di essere ascoltato. A far dire questa frase, che è espressione di riconoscenza tutt’altro che scontata, è la disponibilità di cui abbiamo parlato. La disponibilità e benevolenza che il centurione ha mostrato. Insegnamento prezioso del Vangelo: quando c’è apertura, quando c’è  interesse, benché ciascuno rimanga sulla propria posizione, nasce rispetto, dialogo, stima, senso di vicinanza, in una parola: pace.

Infine c’è la relazione di Gesù sia con i Giudei che con il centurione che con il malato. Gesù si mostra disposto all’ascolto di tutti: dei giudei, che lo interpellano, ma anche si dimostra disposto ad una relazione vera e profonda con l’uomo di Roma. Gesù ne ha incontrati molti nel Vangelo, in contesti diversi. Non manca mai l’attenzione del Signore e la vicinanza profonda e concreta anche alle loro situazioni. Così Gesù attesta che la relazione con lui, anche quando nasce solo dalla curiosità, anche quando nasce solo da una vicinanza interessata, rende possibile un’intimità vera, profonda, aperta alla fede.

Cronache

Anche gli altri testi sacri ci mostrano, in qualche modo, modi diversi di vivere le relazioni. Nella prima lettura abbiamo letto di un re straniero, un re che ha ereditato una situazione di ostilità tra il suo popolo ed Israele, un re che ha imparato a conoscere il popolo di Israele perché deportato nel suo regno. Ebbene, questa relazione, profondamente segnata dall’odio e dalla guerra, improvvisamente cambia. Ciro permette agli esuli degli ebrei di tornare a casa, di tornare a ricostruire Gerusalemme. È un sogno. Tanto che gli ebrei rileggono la loro relazione con questo re in modo molto diverso. Dall’opposizione iniziale si passa a dire che egli è strumento di Dio, è Dio che ha convertito il suo cuore e che ha permesso questa fase nuova che prevede il ritorno a Gerusalemme. Per gli Ebrei è l’accoglienza di una loro preghiera forte ed insistente. Essi riconoscono che la loro forza spirituale ha commosso perfino Dio ed ha permesso questo ritorno del tutto inatteso ed inaspettato.

Romani

San Paolo permette una lettura profonda di cosa è la fede. La fede è relazione con Dio, relazione che parte sempre dall’ascolto: la fede inizia quando un’anima si lascia plasmare dalla Parola che Dio rivela. La fede diventa, poi, sempre più profonda man mano che da questa intensa lettura si passa ad un personale incontro con Dio, nelle cui mani si affida la vita, il cuore, ogni cosa. Vera fede è, dunque, una relazione profonda, non solo un insieme di preghiere, liturgie, regole. Queste cose hanno senso, ci dice San Paolo, se aiutano a vivere una relazione personale. Ma senza un personale incontro con Dio non ci può essere nemmeno fede. Il centurione, Ciro, sono uomini che, in qualche modo hanno incontrato il mistero di Dio e si sono disposti a vivere una relazione profonda con Lui.

Per noi e per il nostro cammino di fede

Di qui una serie di riflessioni importanti per noi.

Anzitutto una domanda: noi come viviamo le relazioni?

Anche noi ne abbiamo molte. Abbiamo relazioni che nascono dagli affetti – penso alla relazione in famiglia –; abbiamo relazioni di lavoro, magari ripetendo anche quelle dinamiche di cui ci ha parlato il Vangelo stesso. Abbiamo relazioni con persone che conosciamo poco, relazioni superficiali; abbiamo relazioni dettate dalla curiosità, abbiamo relazioni che sfuggono il nostro controllo, relazioni che ci pesa portare avanti. Abbiamo anche relazioni andate male, relazioni che si sono chiuse in modo brusco… Insomma, di tutto un po’. Potrebbe essere questa l’occasione per riflettere un po’ e, magari, anche per rimettere un po’ di ordine nel nostro modo di vivere le relazioni. Dobbiamo però necessariamente anche porci un’altra domanda: come siamo chiamati a vivere questo universo di relazioni?

Credo che la risposta fondamentale che ci viene da questa parola di Dio sia quella che ci spinge a rileggere la nostra relazione con Dio, perché tutti e tre i testi sacri ci hanno detto che le relazioni con gli altri uomini sono più profonde e più vere quando noi siamo in una relazione forte e stretta con Dio. E’ solo quando ci mettiamo in pace con Dio che, poi, possiamo accettare di vivere le relazioni con gli uomini anche alla luce della fede che viviamo. Quando c’è questo, c’è quella maturità che ha avuto il centurione che, pur in relazioni dettate dalla formalità o anche in relazioni con gente dalla diversa cultura e religione, ha saputo dare il meglio di sé. Poiché le scritture ci hanno anche detto che la fede è una relazione e non un dovere, una formalità, una esteriorità, tutti siamo chiamati, ancora una volta, a chiederci se la nostra relazione con Dio è davvero così. Ancora una volta siamo chiamati a rispondere di quel dono grande e fondamentale che è la Parola di Dio che è il tramite di questa relazione. Siamo, ormai, nell’ultima parte dell’estate. Può essere che potremo ancora godere di giorni un po’ più scarichi del normale, prima della ripresa di tutte le attività. Non potrebbe essere anche questa un’occasione attraverso la quale cerchiamo di vivere e di approfondire il nostro rapporto con Dio? anche le esperienze di contemplazione che magari abbiamo avuto nell’estate possono servirci a questo. Proviamo a mettere a tema la nostra relazione con Dio per non lasciare che tutto si riduca sempre ad una vita fata di esteriorità e di piccole formalità.

Una terza provocazione più generale. Le scritture ci hanno detto che popoli diversi, culture diverse, religioni diverse possono confrontarsi insieme e far nascere stima reciproca e apertura vicendevole solo dove ciascuno, conscio della propria identità e ben radicato in essa, si apre all’ascolto dell’altro. Credo che questo sia ciò che manca spesso ai nostri giorni e, per questo, ci consegniamo e consegniamo il nostro mondo ad una relazione problematica con altri popoli, culture, religioni. A volte è il sospetto, a volte la paura, a volte una mancanza di identità personale a dettare questo esito. Forse se tutti fossimo più disposti a vivere la nostra relazione con Dio in profondità, scopriremmo il bene che c’è nel mondo e capiremmo perché il credente, già il credente antico, guarda sempre con molta stima, con molto rispetto e con moltissima fiducia al tempo in cui vive e al mondo che ha di fronte a sé. Lasciamo che anche questa provocazione di fede ci guidi nei prossimi giorni per cercare di vivere questa relazione di forte simpatia e di attaccamento a tutto il mondo.

2024-08-17T08:38:59+02:00