Sabato 07 dicembre

Settimana della 3 domenica di Avvento – Sabato – Sant’Ambrogio

La spiritualità di questa settimana

Oggi è festa solenne. La solennità di Sant’Ambrogio è proprio sentita da tutti, perché tutti riconosciamo quanto Sant’Ambrogio è al centro del rito stesso che celebriamo e quanto ha contribuito ad illuminare il cammino di fede non solo degli ambrosiani, ma di tutta la cattolicità.

Per questo vorrei che oggi ci chiedessimo: cosa significa onorare Sant’Ambrogio come segno di speranza?

La Parola di questo giorno

LETTURA Sir 50, 1a-b (Cf.); 44, 16a.17ab. 19b-20a. 21a. 21d. 23ac; 45, 3b. 12a. 7. 15e-16c
Lettura del libro del Siracide

Ecco il sommo sacerdote, che nella sua vita piacque al Signore. Fu trovato perfetto e giusto, al tempo dell’ira fu segno di riconciliazione. Nessuno fu trovato simile a lui nella gloria. Egli custodì la legge dell’Altissimo. Per questo Dio gli promise con giuramento di innalzare la sua discendenza. Dio fece posare sul suo capo la benedizione di tutti gli uomini e la sua alleanza; lo confermò nelle sue benedizioni. Lo glorificò davanti ai re. Sopra il turbante gli pose una corona d’oro. Stabilì con lui un’alleanza perenne e lo fece sacerdote per il popolo. Lo onorò con splendidi ornamenti e gli fece indossare una veste di gloria, esercitare il sacerdozio e benedire il popolo nel suo nome. Lo scelse fra tutti i viventi perché offrisse sacrifici al Signore, incenso e profumo come memoriale.

Oppure

LETTURA AGIOGRAFICA
Vita di sant’Ambrogio, vescovo e dottore della Chiesa

Ambrogio nacque da famiglia romana a Trèviri nelle Gallie, città allora residenza imperiale, dove il padre esercitava le alte funzioni di prefetto del pretorio. Terminati a Roma gli studi, ricevette dal prefetto Probo l’incarico di recarsi a Milano come governatore della provincia di Liguria ed Emilia. Proprio in quel tempo morì il vescovo ariano Aussenzio e tra il popolo cristiano si accese una violenta discordia in merito alla scelta del successore. Ambrogio si recò allora – com’era dovere della sua carica – alla chiesa, per sedare il tumulto: qui parlò a lungo e con grande capacità persuasiva della pace e del bene comune. L’impressione sui presenti fu enorme. Si dice che a quel punto improvvisamente risuonò nell’assemblea l’esclamazione di un fanciullo «Ambrogio vescovo!», e che tutto il popolo si unì a quella voce e acclamò concorde «Ambrogio vescovo!», designando in tal modo con scelta unanime il governatore quale proprio pastore. Di fronte al rifiuto e alla resistenza di Ambrogio, il desiderio ardente del popolo fu sottoposto all’imperatore Valentiniano, che si mostrò ben contento che il vescovo fosse stato scelto tra i magistrati da lui nominati. Lietissimo fu pure il prefetto Probo che, quasi profetizzando, aveva detto ad Ambrogio al momento della partenza: «Va’, e comportati non come giudice, ma come vescovo». Coincidendo pertanto la volontà dell’imperatore col desiderio del popolo, Ambrogio venne battezzato (era infatti solo catecumeno), e iniziato nei giorni successivi al sacro ministero. Otto giorni dopo il battesimo, precisamente il 7 dicembre dell’anno 374, ricevette l’ordinazione episcopale. Divenuto vescovo, fu suo impegno difendere con coraggio la libertà della Chiesa e la dottrina della fede, richiamando alla verità molti eretici; fra questi generò a Gesù Cristo mediante il battesimo sant’Agostino, il grande dottore della Chiesa. Sollecito del bene di tutte le Chiese, sapeva intervenire nella comunione cristiana con grande energia e costanza. Fu instancabile nell’adempiere i doveri del ministero pastorale, tanto che, dopo la sua morte, nell’amministrazione dei Misteri dell’iniziazione cristiana cinque vescovi riuscirono a stento a supplirlo. Amò intensamente i poveri e i prigionieri, per i quali donò tutto l’oro e l’argento che possedeva. Quando fu eletto vescovo, assegnò alla sua Chiesa anche i propri vasti possedimenti fondiari in Sicilia e in Africa – destinandone il solo usufrutto alla sorella Marcellina – in modo da non serbare per sé cosa alcuna che potesse dire sua. Così, come un soldato privo di impedimenti e pronto a combattere, si mise al seguito di Cristo Signore che «da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà». Godeva con coloro che erano nella gioia, piangeva con chi era afflitto. Ogni volta che qualcuno gli confessava i propri peccati per riceverne la penitenza, compartecipava a tal punto al dolore del penitente da versare con lui lacrime di pentimento: si considerava infatti peccatore tra i peccatori. Dopo essersi recato per due volte nelle Gallie presso l’usurpatore Massimo, responsabile dell’uccisione dell’imperatore Graziano, Ambrogio ruppe irrevocabilmente la comunione con lui e con quanti si erano resi responsabili, insieme a Massimo, della morte a Treviri dell’eretico Priscilliano. Ma il presule milanese, in seguito alla strage di Tessalonica, non dubitò di escludere dalla partecipazione ai divini Misteri anche il grande imperatore Teodosio, da lui peraltro profondamente stimato, finché questi non ebbe umilmente eseguita la penitenza impostagli a causa di quella efferata repressione. Il vescovo di Milano ha lasciato alla sua Chiesa splendidi edifici di culto e all’intera comunione cristiana scritti dogmatici e omiletici, considerati in Oriente come in Occidente testimonianza della fede dell’antica Chiesa indivisa. Logorato dalle grandi fatiche e dall’intensa cura della Chiesa di Dio, al termine della sua ultima Quaresima cadde ammalato. Quando era ormai prossimo alla morte, pregava nel suo letto con le braccia aperte in forma di croce; Onorato, vescovo di Vercelli, mosso da un impulso divino, accorse al suo capezzale portandogli il Corpo del Signore. Ambrogio si comunicò e subito dopo consegnò la propria anima a Dio: era il Sabato Santo, 4 aprile, dell’anno 397, prima dell’alba.

SALMO Sal 88 (89)

Sei stato fedele, Signore, con il tuo servo.

Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché hai detto:
«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto,
ho giurato a Davide, mio servo. R

Ho trovato Davide, mio servo,
con il mio santo olio l’ho consacrato;
la mia mano è il suo sostegno,
il mio braccio è la sua forza. R

La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui
e nel mio nome s’innalzerà la sua fronte.
Sulla mia santità ho giurato una volta per sempre:
certo non mentirò a Davide. R

In eterno durerà la sua discendenza,
il suo trono davanti a me quanto il sole,
sempre saldo come la luna,
testimone fedele nel cielo». R

EPISTOLA Ef 3, 2-11
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui vi ho già scritto brevemente. Leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo, del quale io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza. A me, che sono l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo, affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore.

VANGELO Gv 9, 40a; 10, 11-16
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ad alcuni farisei che erano con lui: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore».

Speranza per la società

Ambrogio deve essere stato un uomo a cui molti solevano fare riferimento prima che egli diventasse vescovo. Quando venne inviato a Milano come amministratore, come uomo dell’Impero, pare che gli venne detto: “Comportati come un vescovo”, cioè cerca di divenire punto di riferimento, ricordati che, nella città dove ti mandiamo, tu devi rappresentare un punto di riferimento, una garanzia per tutti. Sii vicino agli uomini come lo esige la carità di un vescovo. Deve essere stato detto ad Ambrogio qualcosa del genere. In effetti Ambrogio deve avere fatto proprio così se, come vuole la tradizione, egli venne chiamato alla cattedra episcopale proprio dalla voce di tutto il popolo presente. Ambrogio fu prima punto di riferimento per le speranze di una città, poi divenne vescovo. Il suo modello fu, però, da sempre, quello religioso. Il che significa che, quando si vive bene la speranza cristiana, si diventa anche punti di riferimento per la società.

Speranza per tutti

Come Ambrogio visse poi da vescovo la speranza cristiana? Cosa disse, come predicò per fare in modo che anche altri venissero conquistati all’ideale della speranza cristiana? Certamente potremmo citare molte pagine, certamente potremmo riferirci ad una molteplicità di citazioni. Credo però che una sia da mettere innanzi alle altre. Ambrogio ha scritto più volte ed ha certamente predicato molte volte che “Abbiamo un Signore buono”. La testimonianza di Ambrogio è contenuta in queste parole. Egli ha detto a tutti ed ha fatto vedere con il suo modo di fare, di operare, di vivere, di avere creduto a questa parola. Ambrogio ha sentito la misericordia di Dio riversata su di sé, ha sentito che la misericordia di Dio era tutta per lui e, per questo, l’ha talmente fatta sua da donarla agli altri. Ambrogio ha tenuto accesa la fiamma della speranza in tutti coloro che ha incontrato, partendo proprio da questa certezza: abbiamo un Signore buono, al quale chiedere di rimettere i nostri peccati, al quale chiedere benedizione e conforto, al quale rimettere ogni nostra supplica e preghiera.

Speranza nella vita eterna

La speranza di Ambrogio è quella che, poi, lo ha portato a dire: “Cristo è tutto per noi”. Una parola davvero buona, una parola davvero di speranza, una esclamazione davvero di fede. Ambrogio ha detto queste parole in riferimento alla vita eterna. Ambrogio ha insegnato che Cristo sostiene il cammino del tempo presente, ma in vista di quello futuro. La realtà a cui mirare non è solamente quella dell’oggi, quella delle cose che si possono vedere, toccare, constatare, soppesare. La realtà alla quale mira il credente è la vita eterna, quella vita non visibile, quella realtà nascosta in Cristo dai secoli eterni che deve essere la meta a cui il credente mira. Per fare questo, per dirigersi verso l’eternità, il fedele ha bisogno di ripetersi le parole di questa certezza: Cristo è tutto per noi!

Meditazione

Le speranze di Ambrogio, oggi, devono diventare le nostre stesse speranze. Le speranze di un popolo che sa di avere un Signore buono. Le speranze di chi si ripete: Cristo è tutto per me! Le speranze di chi, nella società di oggi, vuole davvero comportarsi come dovrebbe fare un vescovo. Credo che a noi tutti che veneriamo l’esempio di Sant’Ambrogio, sia chiesto questo. In un mondo spesso distratto da molte cose, dove i richiami spirituali non hanno grande presa, cosa può servire come sprone? Credo proprio solo il comportamento dei cristiani che, se con la sua praticità dirà che “Cristo è tutto per noi”, accenderà la speranza in tutti. La grazia principale da chiedere al nostro Santo Patrono è proprio questa: la grazia di chi vuole dire che Cristo è necessario per la felicità, per tendere alla verità, per ogni altra cosa della vita. In questo anno che dedichiamo tutto al tema della speranza, ci aiuti il nostro principale patrono a dire che sperare è possibile, solo se ci si mette in comunione di vita con Cristo. Maria, che venereremo come Immacolata, ci aiuti a seguire le orme di Sant’Ambrogio e conceda a ciascuno di noi di costruire la sua speranza radicandola in Cristo.

Rifletti

  • Posso dire anche io che Cristo è tutto per me?
  • Il mio comportamento è sempre più coerente con la mia fede?
  • Divento segno di speranza anche per altri?
2024-11-28T22:31:37+01:00