Domenica 05 gennaio

Domenica dopo l’ottava del Natale

Introduzione

Celebriamo una domenica, per così dire, di transizione. Tutti siamo in vista della festa di domani, l’Epifania del Signore che porta a compimento la celebrazione già iniziata nel Natale. La liturgia di oggi ha come tre centri, uno per lettura. Centri che ci richiameranno, anche in questa occasione, il tema della speranza.

La Parola di Dio 

LETTURA Sir 24, 1-12
Lettura del libro del Siracide

La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria: «Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra. Io ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi. Ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi. Sulle onde del mare e su tutta la terra, su ogni popolo e nazione ho preso dominio. Fra tutti questi ho cercato un luogo di riposo, qualcuno nel cui territorio potessi risiedere. Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele”. Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità».

SALMO Sal 147

Il Verbo si fece carne
e pose la sua dimora in mezzo a noi.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. R

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce. R

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi. R

EPISTOLA Rm 8, 3b-9a
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, Dio, mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito. Quelli infatti che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi.

VANGELO Lc 4, 14-22
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.

Siracide

La prima lettura è un inno alla sapienza di Dio, un inno molto facilmente comprensibile. Il testo dice chiaramente che la sapienza di Dio è ovunque, lavora in ogni luogo, vive in ogni luogo. Anzi, il testo diceva chiaramente che non c’è esperienza, non c’è luogo, non c’è uomo che la sapienza di Dio non possa visitare. Con un contrasto bellissimo, il testo diceva poi che questa sapienza che è ovunque e governa ogni cosa, prende però dimora in Israele. Il riferimento è anche a Gerusalemme, alla città santa, alla città amata da Dio. Non solamente questo, perché il sapiente diceva che la sapienza di Dio trova posto anche in Israele. È tutto il popolo di Dio a mostrare la sapienza dell’Altissimo. È una chiara consapevolezza che la storia della salvezza universale passa per Israele. Il contrasto è immediatamente comprensibile. La sapienza di Dio che non ha confini, che è in ogni luogo, che può permeare ogni esperienza, di fatto, prende con sé un popolo piccolo, poco numeroso, in un luogo non centrale della terra, in una nazione da sempre osteggiata e avversata. In questo popolo non solo prende piede la sapienza di Dio ma, addirittura, prende carne. Noi, che rileggiamo la Scrittura alla luce del compimento di essa in Gesù Cristo, comprendiamo e capiamo bene che la sapienza di Dio si incarna in Cristo, rendendo per sempre fisso e immutabile quel rapporto unico e singolare tra Dio e il suo popolo, tra la sua sapienza e quel popolo che, guidato da Dio, rimane luce per la terra, punto di riferimento per ogni credente.

Vangelo

Alla luce di questa Parola di Dio comprendiamo bene il Vangelo. Possiamo tutti capire lo stupore della gente nella sinagoga. A Nazareth, come del resto in ogni sinagoga, si leggevano i testi sacri, si cercava la loro interpretazione, si capiva che Dio aveva preso dimora in Israele. La cosa nuova che fa Gesù è applicare a sé la Scrittura stessa. Prendendo il rotolo di Isaia che parlava dell’anno di grazia, dell’anno, potremmo dire, giubilare, Gesù applica a sé il contenuto di quel testo e dice davanti a tutti e in maniera molto aperta che ora si è adempiuta quella Scrittura, ora si è adempiuto quel testo, ora, cioè in Lui, si rende presente la misericordia e la sapienza di Dio, già apparse, prima di lui, in molti modi e in tempi diversi. Ora, dice Gesù, la pienezza di quella rivelazione giunge a compimento e la Scrittura tutta trova adempimento in Lui. Possiamo capire lo stupore, ma anche lo sconcerto della gente. Come era possibile dire una cosa del genere? In che senso la sua persona avrebbe dato compimento a questi testi? In che modo avrebbe reso vera quella Parola? Sarebbe stata tutta la successiva rivelazione a dirlo. Però tutti i presenti compresero che quella parola pronunciata da Gesù apriva ad una speranza diversa. A coloro che andavano, anche un po’ per abitudine, anche un po’ per obbligo, in sinagoga, appare chiaro che la fede apre dinanzi a loro qualcosa di nuovo, di diverso, di unico. Non una speranza che nasce da una fede che è tradizione, ma una speranza che nasce da una nuova presenza di Dio, presenza per un verso donata, ma per altro verso da ricercare continuamente. È questo l’appello che i presenti comprendono e, per questo, si apprestano a vedere cosa accadrà nella vita di Gesù, ma anche a capire cosa è richiesto a loro.

Romani

Se il Vangelo ci parla di una iniziale comprensione della speranza che il Signore aprì per l’uomo, San Paolo, nell’Epistola, rilegge quella medesima speranza ma da un altro punto di vista, quello reso possibile dalla passione, morte e risurrezione del Signore. Paolo comprende che la sapienza di Dio che si incarna in Cristo compie sì la storia della salvezza legata ad Israele, ma non è più una speranza solo per Israele, ma per tutti. Così come comprende che è richiesta agli uomini una adesione non formale, ma rinnovata. Un’adesione che non è tradizione, obbligo, ma che sa esprimere una novità. La novità di chi si stacca da richiami pur attraenti della vita per iniziare un cammino nuovo, diverso, singolare. Paolo si esprime con un linguaggio molto chiaro: le opere della carne indicano tutto ciò che si oppone alla speranza che Cristo accende nei cuori. Opere dello Spirito, al contrario, sono tutto ciò che rende possibile questa speranza, come fonte di novità per l’uomo. Paolo insegna, dunque, che la speranza di Cristo trova posto nel cuore dell’uomo solo se l’uomo sa aprirsi ad essa e solo se sa conservarla. Se l’uomo preferisce adeguarsi ad uno stile di vita che cerca solo soddisfazioni immediate e momentanee, la sapienza di Dio non può essere in lui, come pure la speranza.

Per noi e per il nostro cammino di fede

Forse ci stiamo domandando cos’hanno mai da dirci Scritture come queste. Forse ci stiamo dicendo che sono parole di Dio che sembrano avere poca attinenza con la nostra vita. Forse ci stiamo dicendo che, nelle molte celebrazioni di questo tempo, questa domenica rischia di perdere un poco il suo significato, tanto siamo ormai proiettati sull’Epifania. Credo invece che ci siano molte proposte di riflessione per noi.

  1. La sapienza si incarna anche in noi. Mi pare che la prima riflessione da fare sia quella che lega la sapienza di Dio ad un popolo o anche a singoli uomini. Noi possiamo capire questa verità se ci mettiamo a guardare alla storia della Chiesa, alla storia della cristianità. Credo che tutti possiamo vedere nei santi esempi formidabili non solo di impegno, di carità, o anche di preghiera e di santità. Noi possiamo vedere in loro uomini e donne di assoluta speranza. Possiamo capire che se è stato così, è perché Dio ha preso possesso di loro. Questo è accaduto perché tutti quanti hanno saputo respingere la proposta delle “opere della carne”, per dedicarsi alle opere dello spirito. Cioè hanno reso la preghiera non un’attività e nemmeno una marginalità dei loro giorni. Per questo hanno saputo vivere nei loro tempi, con speranza grande e con sapienza rinnovata. Quella sapienza che ha permesso loro di sostenere diversissime opere, in un campo piuttosto che in un altro. Credo che la prima riflessione da fare sia allora questa: se la sapienza di Dio, se la speranza che Dio accende, sono fatte per abitare nel cuore di ogni uomo, allora questa sapienza e questa speranza possono anche abitare in me. Credo che questa prima riflessione dovrebbe suscitare in noi il desiderio di essere così, il desiderio di essere uomini e donne di Dio che ricercano questa sapienza di vita. Cosa, oggi, rarissima.
  2. La differenza tra le opere di Dio e le opere della carne. Se mi guardo in giro, mi pare che i modelli che vanno più di moda – uomini di pensiero, cantanti, influencer – spingano tutti in una sola direzione: quella delle opere della carne, cioè quella di chi segue opere che hanno una risonanza universale e donano un appagamento immediato. Non di rado anche coloro che cercano di contrastare queste voci, vanno, di fatto, nella medesima direzione. Credo invece che, per vivere bene questo anno giubilare appena iniziato, tutti noi dovremmo chiederci quali sono le opere della carne che sono presenti in noi e come ci attirano, per capire come possiamo, invece, scegliere altro. Il Giubileo, come continuo a dire, è anno straordinario. Se continuiamo a fare le cose di sempre, se continuiamo a pensare le cose di sempre, quale straordinarietà si apre davanti a noi? Ecco un ulteriore richiamo perché questo anno sia anno di speranza, ma anche anno di cambiamenti significativi e reali.
  3. In terzo luogo, credo che le Scritture ci stiano dicendo che è solo dentro un cammino costante di sequela di Cristo che si riescono a capire queste dinamiche. Alla fine delle feste di Natale spero che non ci sia solo un ricominciare di nuovo la rincorsa degli appuntamenti e delle cose da fare, ma ci sia un desiderio di capire come Cristo agisce nella mia vita, che è fatta anche di appuntamenti, realtà a cui partecipare e tutto il resto, ma, prima di tutto, è fatta di incontro. Incontro con Cristo che rende piena di sapienza una vita. Auguriamoci di fare, di questo anno giubilare, un anno di incontro con Cristo, sapienza di Dio, invito alla speranza che non muore.
2025-01-17T21:03:52+01:00