giovedì 02 aprile

Sacro Triduo Pasquale – Giovedì Santo – In Coena Domini

Introduzione

Siamo qui anche quest’anno, in questa nostra chiesa che mi piace paragonare, in questa occasione, al cenacolo. Un luogo di intimità, di silenzio, di comunione, per tutti noi questa sera. Per noi che ci siamo radunati ad ascoltare, ancora una volta, la passione del Signore, dalla cena fino all’arresto di Cristo. Così quest’anno vorrei rileggere con voi questo testo alla luce del tema delle relazioni, nei suoi tre movimenti: la relazione cercata; la relazione negata; la relazione guarita.

La Parola di Dio 

LETTURA VIGILIARE Gio 1,1-3,5.10
Lettura del profeta Giona

In quei giorni. Fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me». Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.
Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. I marinai, impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: «Che cosa fai così addormentato? Àlzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo».
Quindi dissero fra di loro: «Venite, tiriamo a sorte per sapere chi ci abbia causato questa sciagura». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. Gli domandarono: «Spiegaci dunque chi sia la causa di questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?». Egli rispose: «Sono Ebreo e venero il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra». Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: «Che cosa hai fatto?». Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal Signore, perché lo aveva loro raccontato.
Essi gli dissero: «Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?». Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia».
Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: «Signore, fa’ che noi non periamo a causa della vita di quest’uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere». Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse.
Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio, e disse: / «Nella mia angoscia ho invocato il Signore / ed egli mi ha risposto; / dal profondo degli inferi ho gridato / e tu hai ascoltato la mia voce. / Mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare, / e le correnti mi hanno circondato; / tutti i tuoi flutti e le tue onde / sopra di me sono passati. / Io dicevo: “Sono scacciato / lontano dai tuoi occhi; / eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio”. / Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, / l’abisso mi ha avvolto, / l’alga si è avvinta al mio capo. / Sono sceso alle radici dei monti, / la terra ha chiuso le sue spranghe / dietro a me per sempre. / Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, / Signore, mio Dio. / Quando in me sentivo venir meno la vita, / ho ricordato il Signore. / La mia preghiera è giunta fino a te, / fino al tuo santo tempio. / Quelli che servono idoli falsi / abbandonano il loro amore. / Ma io con voce di lode / offrirò a te un sacrificio / e adempirò il voto che ho fatto; / la salvezza viene dal Signore».
E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia.
Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Ninive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore.
Ninive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta».
I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli.
Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.

SALMELLO
Vegliate e pregate,
per non entrare nella tentazione,
perché il Figlio dell’uomo
sta per essere consegnato
nelle mani dei peccatori!
V. Alzatevi, andiamo:
è qui colui che mi consegnerà
nelle mani dei peccatori!

ORAZIONE
Preghiamo.
O Dio giusto e buono,
ricordando il castigo che Giuda trovò nel suo stesso delitto e il premio che il ladro ricevette per la sua fede, ti imploriamo che arrivi fino a noi l’efficacia della tua riconciliazione, e come a quelli fu data, nella passione redentrice, la ricompensa secondo la disposizione del loro cuore, così a noi, liberàti dall’antica colpa, sia concessa la grazia della beata risurrezione con Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen

oppure

Ci hai convocati, o Padre, a celebrare la santa cena nella quale il tuo unico Figlio, consegnandosi alla morte, affidò alla Chiesa come convito del suo amore il nuovo ed eterno sacrificio; concedi che dalla celebrazione di così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita.
Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen

EPISTOLA 1Cor 11,20-34
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!
Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo.
Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.

PASSIONE DEL NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO SECONDO MATTEO Mt 26,17-75
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: / “Percuoterò il pastore / e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà».
Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.
Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.
I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: / d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo / seduto alla destra della Potenza / e venire sulle nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!».
Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

La relazione cercata

La relazione, in quella sera santa e benedetta, fu anzitutto cercata.

Dove vuoi che prepariamo la Pasqua?”, chiedono i discepoli pronti ad accogliere la volontà del Signore che, a sua volta, precisa le indicazioni perché tutto si possa svolgere per il meglio. Sono i discepoli a cercare questa relazione ma è anche il Signore a cercarla. Sono i discepoli pronti a fare tutto quello che il Maestro indicherà loro ma è anche il Signore a desiderare quel momento. Se i discepoli lo cercano come momento della tradizione giudaica, come momento commemorativo della Pasqua, il Signore lo cerca perché sa bene che sarà l’ultimo momento di intimità con i suoi discepoli. Sarà, quella, l’ultima notte di presenza sulla terra. Ecco perché il Signore custodisce quel momento, custodisce quella cena, prima di tutto nel suo cuore e poi impartendo le indicazioni per lo svolgimento della cena. Questa “custodia del cuore”, che è tipica di Gesù, dice tutta la sua finezza, tutto il suo modo di entrare in comunione con gli uomini custodendo le relazioni che il Padre stesso gli ha donato di vivere. Non meno, però, dei discepoli e delle donne che seguono il Signore. Anche loro custodiscono, quasi anticipandolo, quel momento con il cuore. A loro si devono tutti i preparativi per quella cena, a loro sono demandati tutti i minuziosi incarichi che si spartiscono.

Farò la Pasqua da te con i miei discepoli!”. Relazione che, anche si amplia. Non solo i discepoli, non solo le donne, ma anche quel fortunato possessore del cenacolo. Chi fu? Mai potremo dire. Certamente un personaggio abbiente, che poteva avere una sala grande in una casa grande. Noi non sapremo mai, ma chissà quale fremito deve aver provato nel sapere che proprio la sua casa era stata scelta dal Signore per quella Pasqua. Una benedizione che entra nella casa, avrà pensato. Certo non poteva sapere che quella cena e quella sua casa sarebbero poi diventate centrali per tutta la storia della cristianità e che il loro ricordo non sarebbe mai passato. Una relazione di amicizia, una relazione di autentica donazione, di dono, di condivisione. Questo tale sconosciuto ci ricorda che egli ricevette questa particolare benedizione perché non si tirò indietro rispetto alla richiesta. Egli preparò come meglio gli riuscì per accogliere quella presenza e quelle presenze così singolari e così importanti.

È il bello della relazione cercata. Cercata dal Signore e cercata dai discepoli. Custodita dalle donne e da uno sconosciuto probabilmente con la sua famiglia. Relazioni consolidate e relazioni aperte a nuovi amici. Relazioni profonde e relazioni più superficiali. Relazioni che si possono vivere solo nel nome di Dio. Sono le relazioni cercate. Sono le relazioni benedette, quella notte Santa, nel cenacolo.

La relazione negata

Ma ecco che, proprio in mezzo a quella cena così desiderata, così voluta, così preparata, irrompe, come un macigno, la parola del Signore: “Uno di voi mi tradirà!”. Nel momento più santo – la celebrazione della Pasqua – nel momento più intimo – la relazione con gli amici, nuova famiglia del Signore – nel momento più alto, quello della preghiera nella notte che commemorava il passaggio del Mar Rosso, nella notte delle relazioni desiderate, cercate, custodite, quella parola suona durissima. Chi può tanto? Chi può sporcare quella notte di memorie, di preghiera, di famiglia, di incontro, di relazione? Chi può permettersi tanto? Il dubbio è nella mente e nel cuore di tutti: “Sono forse io?” si domandano a turno i discepoli, terrorizzati anche solo al pensiero di poter fare qualcosa del genere, atterriti dal pensiero di essere i responsabili di una relazione che si infrange. Ed ecco, subito, la scena di Giuda che, nella notte, esce dal cenacolo e se ne va, per comparire poi solo quando tutti hanno già raggiunto l’orto degli ulivi. Lui che aveva dato come segno quel famoso: “Quello che bacerò è lui”, svilendo così il gesto dell’amore, del rispetto, della vicinanza, della condivisione, dell’amicizia. Quel bacio che è tutt’altro che questo. È segnale, è possibilità di riconoscimento, è modo per additare uno, per farlo emergere dal gruppo, perché non ci si sbagli, perché possa essere preso al primo colpo. È la relazione negata. A Gesù che aveva aperto a tutti il suo cuore, risponde Giuda con il suo gesto. Gesto di chiusura, gesto di tradimento di un’amicizia e di una comunione. Gesto che chiude le porte di quel cuore santo e benedetto che, invece, un giorno le aveva aperte proprio per lui e che, pure, le avrebbe mantenute aperte anche in un momento così complesso e difficile.

Subito tutte le relazioni, quelle stesse relazioni fino a poco tempo prima cercate, quelle stesse relazioni curate, alimentate, custodite, si infrangono. “Allora fuggirono” ci dice l’evangelista, facendoci percepire tutta la solitudine del Signore. Quella solitudine che, d’ora in poi, sarà la grande protagonista di ogni scena. Gesù affronterà la sua passione da solo. Fino alla Croce e poi alla tomba. Gesù morirà solo. “Solitaria vittima”, come la liturgia ci fa dire. Sono le relazioni negate. Sono le relazioni distrutte. Sono le relazioni che vengono meno. Sono le relazioni oppresse, schiacciate, infrante.

La relazione guarita

Eppure il Vangelo non finisce di stupirci, perché, anche di fronte a queste cose, anche di fronte a questi avvenimenti, scopriamo che la relazione è già guarita. È già resa nuovamente possibile, è già nuovamente cercata dal Signore. Pietro ce lo assicura. Lui che aveva detto in modo baldanzoso: “Se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai”, scopre, invece, che è anche lui a rinnegare il Signore, a rinnegare quel nome santo e benedetto che, un giorno, gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Scopre, in quella notte terribile e tormentata, che proprio lui, che avrebbe voluto vincere tutto e tutti con la forza, viene rimesso al suo posto da una sola parola del Signore: “Rimetti la spada nel fodero”. Avrebbe dovuto capirlo che non era quella la via. Avrebbe dovuto ricordarsi di quella volta in cui il Signore gli aveva detto: “Vai dietro a me! Perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini”. Invece no. Anche in quella occasione Pietro si era dimostrato così, un uomo. Un uomo che, nonostante tutto, continua a suo modo, continua a voler risolvere le cose a suo modo. Un uomo che vuole mettere tutto a posto come può, come riesce, anche con la forza. Avrebbe dovuto imparare che il Signore detesta la forza e invece Pietro, anche nell’ora più santa, giunge armato nell’orto degli ulivi. Certo capiamo bene il buon intento di difendere il Signore, ma intuiamo tutti che non ha capito molto della relazione secondo il Signore. È ancora il Pietro che, con la sua umanità, vuole impedire che il Signore manifesti la sua grandezza. Anche in lui. Basta poco. Basta un gallo che canta ed ecco, tutto acquisisce una nuova luce. Quella relazione che era stata negata dagli accadimenti, ritrova forza. “Pianse amaramente”, ci dice il Vangelo. Un pianto risanatore, un pianto purificatore, un pianto che dice che Pietro riscoprì nel suo cuore il valore di quella relazione che stava negando, che, di fatto, aveva appena negato. Fu per l’Eucarestia, fu per quel pane e quel vino che aveva ricevuto nel cenacolo poco prima, che Pietro ebbe la forza di capire. Fu per quel nuovo Sacramento che parlava di una relazione di presenza che non sarebbe mai venuta meno per tutta l’eternità, che Pietro si rese conto del proprio errore e cercò, proprio con quel pianto, di ricostruire subito quella relazione, quell’amicizia che, nell’ora suprema ma anche nell’ora più buia non era stato in grado di mantenere. È la relazione guarita. È la relazione che riprende calore. È la relazione che il Signore permette di nuovo, non tanto come seconda chance, ma come ricostruzione di ciò che la meschinità dell’uomo non ha permesso di conservare.

Anche noi nel cenacolo

Carissimi,

come sempre vi dico che anche noi, che abbiamo dedicato tutto quest’anno pastorale al tema delle relazioni, è un po’ come se fossimo nel cenacolo questa sera.

Anche noi siamo dentro una relazione cercata. L’abbiamo cercata noi, l’abbiamo voluta noi. Noi abbiamo sentito, in qualche modo, l’invito ad essere presenti questa sera. Sarà tradizione, sarà abitudine, sarà che tentiamo di crederci sul serio, sarà che qualcuno ci ha chiesto di venire, sarà che, magari all’ultimo, ci siamo sentiti un po’ in colpa se non fossimo venuti… le strade sono sempre molte… ma, di fatto, siamo qui. Se siamo qui è perché abbiamo cercato in qualche modo una relazione con Cristo, abbiamo riconosciuto che c’era un invito per noi, abbiamo riconosciuto che c’era una mano tesa proprio a noi. Se siamo qui, poi, è per dire al Signore che, anche quest’anno, abbiamo fatto qualcosa per vivere la relazione con lui e con gli altri uomini. Abbiamo cercato anche insieme di riflettere su questo tema, nel tentativo di migliorare, anche solo un poco, il nostro essere cristiani, perché sia sempre meno la tradizione e sempre più la convinzione di esserlo. Anche noi siamo dentro relazioni cercate, amate, custodite. Tra queste anche la relazione con Cristo.

Anche noi siamo in una relazione negata. Ma anche noi, purtroppo, siamo dentro lo schema di relazioni negate. Dobbiamo riconoscerlo. La mano non più tesa a tutti, la carità spesso frettolosa, il fare scontroso, il non essere capaci di prendere sul serio i problemi degli altri, il desiderio di non camminare più accanto a qualcuno e molto altro ancora, ci dicono che il problema di relazioni negate non possiamo non sentirlo. Non possiamo evitarlo. Anche noi siamo dentro la ferita di alcune relazioni che non decollano, non partono. Anche noi sentiamo il peso della colpa, se abbiamo fatto volontariamente qualcosa che ha messo poi in crisi la relazione con qualcuno.

Per non dire, poi, che la relazione negata, spesso, è quella con Cristo.

Nella preghiera in cui non crediamo e che non pratichiamo, viviamo un’espressione di relazione negata.

Nella celebrazione che diventa un peso e verso la quale avvertiamo una sorta di disaffezione, viviamo un’espressione di relazione negata.

Nella mano che si ritira, nel gesto di carità che diviene solo una formalità per tranquillizzare la coscienza, viviamo un’espressione di relazione negata.

Nella critica aspra che divide perfino la comunità, invece di edificarla, viviamo un’espressione di relazione negata.

Nel guardare indietro, nel non aprirci al futuro, nel voler sempre e comunque sottolineare le cose che non vanno, le cose che ci lasciano perplessi, le cose che non trovano, a nostro giudizio, un senso compiuto, viviamo un’espressione di relazione negata.

Nel vedere che alcuni, soprattutto i giovani, sono ancora legati e poco inclini ad una manifestazione di unità reale, viviamo un’espressione di relazione negata.

Nel non renderci disponibili per le necessità e i bisogni di tutta una comunità cristiana, viviamo un’espressione di relazione negata.

Nel non prendere sul serio la Parola, nel non praticare il testo biblico, nel non cercare in Dio la soluzione ai problemi e alle difficoltà della vita, viviamo un’espressione di relazione negata.

Noi tutti siamo dentro lo schema di relazioni negate. Con Dio, con la Chiesa, con altri uomini e donne. Conosciuti, di famiglia, sconosciuti… eppure tutti battezzati. Loi siamo dentro lo schema di una relazione che viene negata tra di noi, e tradiamo così quel Battesimo da cui tutto ebbe inizio e nel quale tutti siamo stati resi fratelli. È la forza della relazione negata.

Chiamati ad una relazione guarita. Questa sera, nel nostro cenacolo, vorrei anche che tutti capissimo che siamo anche chiamati ad una relazione guarita. Con noi stessi, nell’accettazione di quello che siamo, di quello che siamo capaci di fare, di quello che possiamo dire, intuire, comprendere, vivere. Noi siamo chiamati ad una riconciliazione e a una guarigione della stessa relazione con la nostra persona.

Con la comunità. Noi tutti siamo chiamati, questa sera, ad una relazione guarita tra di noi, con la comunità dei credenti che tutti frequentiamo e che, in forza del Battesimo, ci è stata donata come famiglia. Noi tutti siamo chiamati ad una relazione guarita dentro questa Chiesa che sarà quello che sarà, ma che è soprattutto un dono. A noi il compito di conservarlo e, sentendoci guariti, di offrire il medesimo dono di guarigione ad altri.

Con Dio. La relazione guarita nasce sempre da Dio, porta a Dio, restaura ciò che abbiamo interrotto della relazione con Lui. Siamo qui, in questa notte santa e beata, a dirlo, a riconoscerlo, ad intuirlo ancora una volta. Le relazioni umane si sanano, guariscono, solo se riprende la relazione con Dio, solo se si mette al centro di tutto la relazione con l’Altissimo. Se manca questa custodia, se manca questa attenzione, difficilmente le relazioni guariscono. Solo in questo schema sarà possibile guarire le relazioni tra noi.

Con l’Eucarestia. Dove guariscono queste relazioni? Dove riprendono queste relazioni diventando promessa? Solo nell’Eucarestia che, riconciliandoci con Dio e lasciando che il suo santo corpo entri dentro di noi, sana una ferita, rende possibile un passo, apre un nuovo orizzonte, schiude la possibilità di capire una Parola che dona speranza e salvezza. Non mi stancherò mai di ripeterlo che solo quando siamo carichi dell’Eucarestia possiamo vivere anche tra noi più riconciliati, più attenti, meno disposti a sottolineare le divisioni. È solo l’Eucarestia che ci dona questa forza e che ci apre a questa possibilità.

Guardando al futuro. Diventando così come Gesù che, in tutta la sua passione, non guarda indietro, non guarda a ciò che è stato, non guarda a ciò che pure è stato fatto e realizzato con i suoi stessi discepoli. Il Signore guarda avanti, guarda al futuro dell’umanità, guarda al futuro della Chiesa che nasce proprio insieme alla Santa Eucarestia. Potemmo dire che guarda a noi e, naturalmente, oltre noi. Cristo guarda al futuro perché tutti gli uomini credano, si radunino, incontrino la sua parola. Cristo guarda al futuro perché sa che è nelle mani del Padre. Cristo guarda al futuro perché sa che non è il calcolo, la previsione, lo studio che faranno grande la sua Chiesa, ma solo l’abbandono fiducioso nelle sue mani, in una relazione ricostituita, sanata, guarita che diviene unica forza e unica speranza per il mondo.

Vorrei che noi tutti guardassimo al futuro con questi occhi. Vorrei che noi tutti guardassimo al futuro della nostra comunità con questo sguardo di amore. Con la consapevolezza di chi sa che è in questa nostra comunità che la relazione diviene dono e promessa. Con la schiettezza, l’intelligenza di chi sa che anche in una comunità cristiana le relazioni vanno in crisi e divengono relazioni negate. Ma nella speranza che un pianto risanatore possa rendere noi come Pietro e possa ricostituirci in quella relazione con Dio nella quale, poi, trova senso e trova posto ogni cosa.

Ecco cosa vorrei ed ecco cosa vi auguro. Lasciate che le relazioni cercate continuino ad edificare la vostra esistenza. Non fermatevi davanti alle relazioni negate da altri uomini. Sanate le vostre relazioni alla luce della Parola e nella forza dell’Eucarestia. Sappiate guardare al futuro di questa comunità con speranza. Non lasciandovi scandalizzare da chi guarda indietro, ma avendo la forza di convertire anche coloro che si lamentano di tutto, criticano tutto e, per questo, spengono tutto o per lo meno vorrebbero farlo. Sia la Santa Eucarestia la forza risanatrice delle nostre relazioni.

Solo così sarà Pasqua di beatitudine e di gioia.

2026-04-14T23:37:24+02:00