4 di Pasqua
Introduzione
La quarta domenica di Pasqua è, da sempre, la domenica del buon pastore ed è la domenica in cui siamo invitati a pregare per le vocazioni. Noi dedicheremo tutto il mese di maggio al tema delle vocazioni di speciale consacrazione, dal momento che accompagneremo don Lorenzo e don Gisueppe, i seminaristi che hanno svolto i primi anni di seminario nella nostra comunità, verso la loro ordinazione sacerdotale. Saranno poi tra noi a giugno, per la celebrazione della loro prima Messa. Oggi vogliamo riflettere sul tema della vocazione a partire dal messaggio che papa Leone ci dona per questa giornata.
La Parola di Dio
LETTURA At 6, 1-7
Lettura degli Atti degli Apostoli
In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàe Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
SALMO Sal 134 (135)
Benedite il Signore, voi tutti suoi servi.
oppure
Alleluia, alleluia, alleluia.
Lodate il nome del Signore,
lodatelo, servi del Signore,
voi che state nella casa del Signore,
negli atri della casa del nostro Dio.
Il Signore si è scelto Giacobbe,
Israele come sua proprietà. R
Lodate il Signore, perché il Signore è buono;
cantate inni al suo nome, perché è amabile.
Signore, il tuo nome è per sempre;
Signore, il tuo ricordo di generazione in generazione.
Sì, il Signore fa giustizia al suo popolo
e dei suoi servi ha compassione. R
Benedici il Signore, casa d’Israele;
benedici il Signore, casa di Aronne;
benedici il Signore, casa di Levi;
voi che temete il Signore, benedite il Signore.
Da Sion, benedetto il Signore,
che abita in Gerusalemme! R
EPISTOLA Rm 10, 11-15
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, dice la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato». Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!».
VANGELO Gv 10, 11-18
Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai farisei: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Vangelo
Il vangelo ci parla del buon pastore che, come sappiamo, non è solo una delle predicazioni più note di Gesù ma è anche una delle primissime immagini iconografiche che la prima comunità cristiana ha fatto proprie. Tuttavia il termine greco ammette, come ci ha insegnato anche il cardinal Martini, una duplice traduzione. Possiamo parlare del “buon pastore” ma possiamo anche tradurre il “bel pastore”. Evidentemente il significato è da prendere insieme. Gesù è il “bel pastore” perché è l’unico così, è il modello a cui tutti gli altri devono conformarsi, senza mai, tuttavia, poterlo raggiungere. Il “bel pastore” è colui che vive ogni giorno la volontà del Padre, colui che prega perché la volontà del padre si adempia, colui che ogni giorno la realizza. Gesù è anche il “buon pastore” perché, come Lui stesso dice, “nessuno è buono se non Dio solo”. In Gesù, dunque, appare la bontà di Dio all’opera, quella bontà che opera sempre perché l’uomo giunga alla contemplazione del volto di Dio, quella bontà che opera perché anche l’uomo possa essere “buono” ad imitazione della stessa bontà di Dio Padre. Gesù è il pastore “bello e buono” perché opera tutto questo.
Così, ad imitazione di Cristo “buon e bel” pastore, anche la vita dell’uomo è chiamata ad essere non solo una vita buona, ma anche una vita bella. Bella non perché accadano solo cose belle, ma perché si sente attratta dal vero, dalla bellezza di Dio, dalla verità che è Dio. Il richiamo del Vangelo è fondamentale anche per noi.
Epistola
San Paolo, nella lettera ai Romani, puntava l’attenzione su un altro tema legato alla vocazione. Se manca l’apostolo, se manca, potremmo dire più genericamente, l’uomo di Dio che annuncia la sua presenza, la sua vicinanza, la sua chiamata, come si potrà vivere la fede? Come si potrà ricordare all’uomo, per stare alla parola del Vangelo, che anche lui è chiamato ad una vita bella e buona? Non ci potrà essere nessuna chiamata, conferma l’apostolo con tristezza. San Paolo, dunque, giustifica anzitutto il suo essere apostolo itinerante, un uomo che percorre tutte le vie a lui possibili per parlare di Cristo. In secondo luogo giustifica anche la chiamata di altri, l’associare a sé altri uomini che, nel nome di Dio e nel vivo servizio della Chiesa, sappiano portare ad altri uomini il messaggio di Cristo. Paolo diventa così l’apostolo delle genti, come noi lo chiamiamo. L’apostolo che si separa dalla predicazione ai soli ebrei, per raggiungere ogni uomo. È così che la fede passa dall’essere solamente proposta per i giudei ad essere invito per tutte le genti.
Lettura
La prima lettura riflette sulla vocazione da un punto di vista ancora diverso, quello delle esigenze della comunità cristiana. Ecco che nella prima comunità degli apostoli, si avverte il bisogno di uomini che si consacrino al servizio della parola ma anche all’amministrazione della carità. Poiché l’apostolo è totalmente dedito alla predicazione, ecco che emerge la necessità, il bisogno di avere uomini che, invece, si consacrino solamente al servizio degli altri uomini in nome di Dio: è fondamentale il rapporto con la parola, ma è anche determinante il desiderio di portare aiuto e ristoro a tutti. Così San Luca ci insegna che occorre sempre che la chiesa faccia un reale discernimento su quello che sta vivendo, per essere in grado di portare a tutti quell’aiuto cristiano che ciascuno può necessitare. La vocazione parte sempre dalla adesione al mistero di Dio, il modo con cui si vive una vocazione dipende, in larga parte, dai bisogni del tempo. Ci spieghiamo così perché in diversi tempi abbiamo assistito al fiorire di diverse vocazioni. Carismi che si evolvono con il tempo, perché l’uomo è sempre in trasformazione con il suo stesso mondo.
Perchè la Parola dimori in noi
Come Papa Leone stesso ci dice, sono molte le provocazioni che vengono da questa parola di Dio. Nel suo messaggio poi, come è suo stile e sua consuetudine, non manca nemmeno di spronarci con qualche riflessione che trae forza dalla vita di Sant’Agostino che rimane un punto di riferimento per tutti.
- Abbiamo anche noi una vita bella e una vita buona?
Ecco la prima domanda con la quale il Papa ci provoca. Se è chiaro che tutti cerchiamo di fare qualcosa di bene, secondo quello che ci è possibile, non è così semplice dire se abbiamo una vita “bella”. Per noi una vita bella è una vita piena di risorse, una vita che non conosce troppi problemi, una vita nella quale è chiaro che c’è spazio anche per un certo divertimento, per una certa rilassatezza. Una vita bella è una vita spensierata che non conosce problemi. Questo significato, questo modo di intendere è molto diverso da quello evangelico – biblico. Una vita bella è una vita che tende alla verità, che tende a Dio. La domanda che ci dobbiamo fare è dunque questa: la nostra vita che, come la vita di tutti è vocazione, è una vita che tende a Dio per realizzare completamente sé stessa? Forse il primo richiamo sta proprio qui: mentre noi pensiamo a realizzare una vita senza Dio, con le nostre sole forze, questa domenica richiama che il battezzato realizza la propria vita solo rimettendosi davanti a Dio e solo rimettendo in lui ogni cosa. Scrive il papa: “Oltre la consapevolezza di sé, egli scopre la bellezza della luce divina che lo guida nel buio. Agostino scorge la presenza di Dio nella parte più interiore della sua anima, e ciò implica l’aver compreso e vissuto l’importanza della cura dell’interiorità come spazio di relazione con Gesù, come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio nella propria vita.
Tale relazione si edifica nella preghiera e nel silenzio e, se coltivata, ci apre alla possibilità di accogliere e vivere il dono della vocazione, che non è mai un’imposizione o uno schema prefissato a cui semplicemente aderire, ma un progetto di amore e di felicità. La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione”. Parole che ci ricordano che non solo l’inizio la prima scoperta della propria vocazione deve essere protetta dalla preghiera e custodita dal silenzio, ma anche ogni altro momento di una vita che si percepisce come vocazione deve avere nel contatto con Dio ha il suo quotidiano alimento. Forse se pensiamo che la questione vocazionale sia una realtà che tocca solo chi si consacra totalmente a Dio, è perché siamo lontani da questo modo di vivere e di realizzare la propria esistenza nel Signore: ecco, dunque, un primo grande richiamo. La vocazione è dentro una vita che si interpreta in costante relazione con Dio, relazione che si nutre di silenzio, di preghiera, di attenzione al mistero di Dio che continua a rivelarsi all’anima.
- Abbiamo, dunque, una vita bella in questo senso?
- Conoscenza reciproca.
Il papa, poi, ci dona uan seconda provocazione. Egli ancora cita Sant’Agostino, che dice: “Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso, la Verità abita nell’uomo interiore”. È un richiamo molto forte alla conoscenza di Dio che opera nel segreto dell’anima. Anche noi cerchiamo di richiamare sempre questa verità, perché la vita cristiana nasce e cresce solo dentro questa logica di conoscenza reciproca che nasce dall’amore. Oggi non darei così per scontato il fatto che ciascuno conosca sé stesso. Quello che è stato l’ideale della vita cristiana per secoli, non è scontato per noi. Spesso i nostri giovani, specialmente, non si conoscono nel profondo nonostante i molti percorsi e i molti aiuti che hanno a disposizione. Per il cristiano la vera conoscenza di sé nasce solo da una reale conoscenza del mistero di Dio che tutto illumina con il suo amore. Ecco il richiamo del buon pastore.
- Abbiamo questa conoscenza del mistero di Dio e lasciamo che anche la nostra persona, in tutti i suoi risvolti, si conosca grazie a questa illuminazione di fede che viene da Dio?
- Vivere nella fiducia di Dio.
Ancora il Papa Scrive: “Dalla conoscenza nasce la fiducia, atteggiamento che è figlio della fede, essenziale sia per accogliere la vocazione, sia per perseverare in essa. La vita, infatti, si rivela come un continuo fidarsi e affidarsi al Signore, anche quando i suoi piani sconvolgono i nostri”. Il richiamo ad affidarci al Signore è per tutti. Anche la Pasqua che abbiamo celebrato solo qualche settimana fa ce lo ha ricordato. Il buon pastore che è Gesù, il bel pastore che è il Cristo, ha fatto questo e ci insegna a fare questo.
- Anche noi sappiamo metterci nelle mani di Dio con quello che concretamente capita alle nostre vite?
Maturazione.
Infine il Papa conclude il suo messaggio con un’ultima riflessione. “La vocazione, in effetti, non è un traguardo statico, ma un processo dinamico di maturazione, favorito dall’intimità con il Signore: stare con Gesù, lasciar agire lo Spirito Santo nei cuori e nelle situazioni della vita e rileggere tutto alla luce del dono ricevuto significa crescere nella vocazione”. Il che ricorda a ciascuno di noi che la vocazione non è solo ciò che viviamo all’inizio della nostra giovinezza, quando prendiamo la decisione su cosa siamo chiamati a fare. Noi tutti, invece, dobbiamo sempre vigilare su noi stessi, perché sappiamo vivere il vangelo così come è dato di fare alle nostre vite in qualsiasi tempo della nostra esistenza.
- Cosa sta dicendo il Signore a questo tempo di vita e di vocazione che stiamo vivendo?
Questi richiami si uniscono, poi, al grande richiamo a cercare di capire cosa è chiesto alla nostra chiesa in questo tempo. Se i carismi nascono per i bisogni del tempo, chiediamo al Signore, in questo momento di grande trasformazione della vita della Chiesa, di farci capire come essere Chiesa in un contesto che muta e in un clima di crisi numerica delle vocazioni di speciale consacrazione. Mettiamoci nelle mani dello Spirito di Dio, che tutto può, perché possiamo davvero essere pronti a comprendere cosa il Signore ci sta chiedendo e cosa il Signore ci sta proponendo.
Viviamo così la nostra domenica delle vocazioni per essere sempre attenti alla voce dello Spirito che parla in noi e nella nostra Chiesa.