Domenica 04 ottobre

6 Domenica dopo il martirio di San Giovanni Battista

Introduzione

Credo che a nessuno  sfugga la concomitanza di questa domenica con la ricorrenza della festa di San Francesco,  patrono di Italia, di cui oggi celebriamo la festa. La domenica, nel rito ambrosiano, non ammette la celebrazione delle feste dei santi ma le letture di questa domenica ci spingono a rileggere anche i tratti fondamentali della figura di San Francesco proprio a partire da esse, per poi applicarle a noi alla vigilia della festa della Madonna del Rosario che, oggi, iniziamo.

La Parola di Dio 

LETTURA Gb 1, 13-21
Lettura del libro di Giobbe

Un giorno accadde che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi. I Sabei hanno fatto irruzione, li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è appiccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande: sono piombati sopra i cammelli e li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».

SALMO Sal 16 (17)

Volgiti a me, Signore: ascolta la mia preghiera.

Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno. R

Dal tuo volto venga per me il giudizio,
i tuoi occhi vedano la giustizia.
Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte,
provami al fuoco: non troverai malizia. R

Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole,
mostrami i prodigi della tua misericordia,
tu che salvi dai nemici chi si affida alla tua destra. R

EPISTOLA 2Tm 2, 6-15
Seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo

Carissimo, il contadino, che lavora duramente, dev’essere il primo a raccogliere i frutti della terra. Cerca di capire quello che dico, e il Signore ti aiuterà a comprendere ogni cosa. Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. Richiama alla memoria queste cose, scongiurando davanti a Dio che si evitino le vane discussioni, le quali non giovano a nulla se non alla rovina di chi le ascolta. Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità.

VANGELO Lc 17, 7-10
Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sèrvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Timoteo

Parto dalla lettera a Timoteo. San Paolo, mentre scrive queste parole, si trova in carcere, a Roma. Scrive all’amico con la freschezza che tutti abbiamo ascoltato: la riflessione è quella di un uomo che si è sempre affidato alla Parola di Dio. Paolo vive anche questo momento della vita, di per sé terribile, alla luce della medesima parola. Ecco che egli sa bene e comprende che la sua persona può essere trattenuta in catene, ma non la parola di Dio che continua la sua corsa nel mondo. “La Parola di Dio non è incatenata…”. Altri saranno i predicatori di questa Parola il cui viaggio all’interno del cuore delle persone è inarrestabile.

Anche San Francesco ha avuto un incontro determinante con la parola di Dio e questo incontro è avvenuto in carcere. San Francesco era cristiano, battezzato, poco attento alle cose della vita di fede, se vogliamo usare un termine di espressione certo diverso dal nostro, perché dovremmo calarci nel medioevo. È stata la sua presenza nel carcere di Perugia, a causa della guerra persa da Assisi contro i Perugini a mettere nelle mani di San Francesco un Vangelo. Una parola che avrebbe sempre tenuto nel cuore, una parola che lo avrebbe cambiato profondamente. Una parola di cui avrebbe detto poi, predicatela dappertutto, se è il caso anche con le parole. Insegnando così che il cristiano vive un rapporto unico con la parola di Dio nel suo cuore ed incarnando questa parola nella vita, le parole servono da esortazione. Ma è nelle vita che il vangelo deve brillare. Parola di un uomo che, nel freddo, nel buio, nella solitudine del carcere, ha scoperto la libertà che la parola di Dio dona ai cui che si affidano ad essa.

Giobbe

La Parola di Dio più bella è, però, quella di Giobbe. Giobbe l’uomo di Dio, l’uomo che si è arricchito oltremisura. L’uomo che non è mai venuto meno alla sua fede. L’uomo che ama la sua famiglia, l’uomo che vive, come prima ricchezza quella dei figli. L’uomo che l’invidia di Satana e la prova che da lui si scatena, riduce a nulla. Nulla nelle cose: egli perde tutto. Nulla negli affetti: egli perde gran parte della sua famiglia. L’uomo che riduce a nulla anche la sua relazione matrimoniale: la moglie non sopporta di vederlo povero e sofferente. È in questa condizione che Giobbe dice quelle parole che tutti conosciamo: “nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”.

Parole che racchiudono più che mai tutta la vita di Francesco. Sappiamo che tutta la sua esperienza spirituale è racchiusa tra due nudità. Quella più famosa, affrescata da Giotto nella Basilica superiore: la nudità che Francesco sceglie dinanzi al Vescovo di Assisi, per rifiutare, una volta per sempre, gli agi che gli offriva la sua condizione di essere figlio di Pietro Bernardone. L’altra, quella finale, quella meno nota eppure determinante, forse anche più della prima. È quella della morte, per la quale Francesco prescrive di essere adagiato nudo e sulla nuda terra. È così che San Francesco muore, dopo il tramonto del 3 ottobre 1226, ad Assisi, presso quella che noi chiamiamo ora Santa Maria degli Angeli. Due nudità per racchiudere uan vita. La nudità di chi sceglie “sorella povertà” e la nudità di chi incontra “sorella morte”. sono le due sorelle fondamentali della vita di San Francesco: la compagna di tutta la sua esperienza spirituale e la compagna dell’ultimo istante della vita, quello che lo ha consegnato alla misericordia di Dio e alla gloria stessa di Dio. Francesco vive la parabola di Giobbe appieno. Egli è l’uomo che si è spogliato di ogni cosa e che, per questo, ha accolto la morte come la sorella che lo avrebbe immerso direttamente nella contemplazione del volto di Dio. Francesco sa questo e vive anche la morte con un distacco totale da ogni cosa. La morte è sorella perché permette l’incontro con Cristo.

Vangelo

Infine la predicazione del Signore contenuta nel Vangelo, predicazione con la quale il Signore insegna al discepolo come interpretare la sua vita. Il discepolo e chi vorrà poi seguire il loro esempio, dovrà essere sempre un “servo inutile”, cioè un uomo o una donna che, quando avranno fatto tutto quello che devono fare, non avranno altro che da tornare a Dio, contenti di quel poco che hanno fatto. Vivendo, però, un senso di distaccamento da ogni cosa. Distaccamento dalle opere e dalle cose per vivere l’unico attaccamento possibile quello a Dio. È così che vive ogni servo di Dio.

Anche questa predicazione del Signore ci permette di capire tutta l’esperienza spirituale di San Francesco, che ripete la parola contenuta nel Vangelo. Francesco non ha mai desiderato fondare un ordine di frati. Non sapeva nemmeno che cosa fossero, dal momento che la vita religiosa, nel medioevo, conosceva solo due soluzioni: il clero secolare, e i monaci. San francesco inizia una sua avventura spirituale personale, nella quale riconosce poi che “Dio mi dette dei fratelli”, facendo così nascere una nuova esperienza ecclesiale. Quell’esperienza che, poi, egli dovette codificare. Ecco le due preziose regole, quella non bollata del 1221 e quella bollata, ovvero riconosciuta dal Papa del 1223. Francesco vive tutto, anche la fondazione di un nuovo ordine religioso, con la filosofia del servo inutile. Non sa cosa accadrà, non sa dove arriveranno i suoi frati. Sa solo che, se quella sua vita potrà essere di esempio ad altri, ben venga. San Francesco è davvero l’uomo che vive in libertà ogni cosa. L’uomo che potrà dire fino alla fine dei suoi giorni che noi pure siamo qui a ricordare: “Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò. Sia benedetto il nome del Signore”

Perchè la Parola dimori in noi

Siamo  all’inizio di una settimana del tutto diversa dal solito. La settimana della festa della Madona del Rosario è un tempo che ci viene donato, può essere davvero unico. Non è tanto la festa, nei suoi giorni più solenni. Piuttosto è la sua preparazione. Quella che inizia con gli esercizi Spirituali e con la Parola di Dio che vogliamo mettere al centro di ogni cosa. Ecco il richiamo per una proposta che deve essere fatta a tutti, gli esercizi sono un tempo utile per un confronto con la parola di Dio, che tu abbia 5 sere o una sera soltanto non conta nemmeno più di tanto. L’importante è che ciascuno di noi si lasci un po’ attrarre dalla Parola e da tutto quello che ne consegue. Certo che se poi riuscissimo a liberare tutte le sere della prossima settimana per stare con il Signore, ne avremmo un giovamento grande dell’anima. Ecco il senso della prima proposta della settimana, che ci pone una domanda:

  • Che rapporto ho con la Parola di Dio e che rapporto vivrò in questi giorni con essa?

È la prima e più importante provocazione che la festa di San Francesco, riletta alla luce della Parola di Dio di queta domenica e anche alla luce dei 410 anni di presenza della statua di Maria in questa Chiesa porta con sé.

In secondo luogo suggerirei anche una seconda domanda che provoca la nostra anima:

  • Vivo la spiritualità del servo inutile?

La domanda è molto importante, perché ci riporta al cuore della predicazione cristiana e anche al cuore del Vangelo: si tratta di capire come noi tutti impostiamo la nostra vita. E’ chiaro che noi tutti abbiamo molte cose da fare e viviamo immersi in un contesto che ci porta a vivere moltissime realtà. La cosa importante è che noi tutti ci domandiamo: con quale animo le viviamo? Con l’animo di chi mette la sua sicurezza in esse o con l’animo di chi vive al tempo stesso con passione e con distacco ogni cosa? Credo che l’insegnamento di San Francesco ci porti a dire che egli ha vissuto tutte le cose della sua vita con una passione di amore bruciante ma, al tempo stesso, con quel distacco che ha permesso di trattare ogni cosa e ogni persona come un fratello, una sorella, con cui il Signore stesso ci ha messo in contatto. Quando si è così profondamente liberi a causa della Parola di Dio che si porta nel cuore, tutto diventa realmente possibile. È questa l’esperienza di Francesco. Io invito proprio ciascuno di voi a chiedersi se vive così, se ha fatto questo, se vive con questo stile. Credo che sia la cosa più bella che potrebbe capitarci.

Infine non possiamo non chiederci quale rapporto viviamo con la morte. Qui emerge tutto il nostro distacco da Francesco, noi che temiamo la morte, noi che non la chiamiamo certo sorella, noi che la censuriamo, per lo più, noi che non la viviamo con quella visione di fede che, invece, dovrebbe essere dentro l’animo cristiano. Proviamo a sostare anche sul pensiero della morte, senza evitarlo, senza distoglierlo dalla nostra mente, senza cercare di fare di tutto per mettercene al riparo. Credo che la cosa fondamentale non sia quella di evitare di pensarci. Piuttosto credo che sia richiesto a noi di guardare come ci mettiamo di fronte ad essa. Solo quando arriveremo anche noi a chiamarla “sorella”, impareremo a non temerla, ma ad attenderla come giorno prezioso della vita, giorno prezioso perché giorno dell’incontro con Dio, pazienza se, per ora, ci sentiamo molto distanti da questa visione delle cose. Accettiamo anche che sia così. Mettiamoci, invece, dentro quel filone di comprensione delle cose che ci piò aiutare a vivere la fede come maturazione di una progressiva consegna a Dio, alla sua volontà, al suo amore. Conversione che può avvenire solo quando la parola di Dio trova posto in noi abbondantemente.

Ecco le grazie da chiedere oggi, mentre rileggiamo questa parola e mentre celebriamo San Francesco. Ci aiuti il Signore a vivere con fede questo rapporto con Dio e con al sua parola mentre festeggiamo sua Madre, la Madonna del Rosario e mentre cerchiamo di vivere con fede questi prossimi Santi Esercizi Spirituali di comunità.

2026-10-03T11:41:41+02:00