Project Description
GIACOBBE
Introduzione
Gli esercizi spirituali sono sempre un tempo importante della vita di una comunità e anche di ogni singolo fedele. Queste serate che, ormai per il quinto anno, propongo all’inizio dell’anno pastorale, vogliono essere un tempo per fermarsi, mentre ci prepariamo alla festa solenne della Madonna del Rosario, per cercare di vivere un momento di sosta che diventi proposta per l’anno che ci sta davanti.
Da più parti, lo scorso anno pastorale, sono stato sollecitato a pensare e a riflettere sul tema dell’identità del cristiano. Chi è il cristiano oggi? Come vivere la nostra identità cristiana dentro questa società, in questa Chiesa, in questo momento storico? Sono domande che più o meno tutti ci portiamo dentro, dal momento che ne va proprio del nostro essere. Le risposte possono essere varie, ma è sotto gli occhi di tutti che, mentre fino a qualche decennio fa l’identità cristiana non era messa in discussione, oggi non ci troviamo più in questa situazione. L’identità cristiana non corrisponde ad un concetto univoco, accettato da tutti, sul quale non c’è poi molto da discutere. Oggi c’è ampia discussione anche perché non c’è accordo unitario. Ecco, dunque, l’idea che mi è venuta per questo corso di esercizi: riflettere sul tema dell’identità cristiana per capire chi siamo adesso, nel presente che siamo chiamati a vivere, ma con lo sguardo sul futuro. Non perché lo si possa prevedere ma perché, insieme, lo si possa costruire.
Il tema si è poi sposato a quello del sogno. Se rileggiamo la Scrittura vediamo che nei momenti più difficili della vita dei molti protagonisti della storia della salvezza, come pure dell’intero popolo di Dio, qualcuno ha cominciato a sognare e ha o ritrovato la via da percorrere personalmente, oppure ha aiutato tutto un intero popolo a ritrovare quel percorso da compiere per corrispondere, in quel momento, alla volontà di Dio. Ecco perché ho selezionato cinque sogni, o meglio quattro sogni e una visione. Il sogno di Giacobbe, che ci farà compagnia questa sera, poi quello di Giuseppe, poi quello di Salomone. Saranno i tre grandi episodi del Primo Testamento. Poi due pagine del Nuovo Testamento, San Giuseppe, che tutti sappiamo essere l’uomo che sogna, per poi passare, più che ad un sogno, ad una visione, quella della santa Gerusalemme eterna.
In questo contesto vorrei rileggere con voi, sera dopo sera, anche alcune parole di J.H. Newman, una figura spirituale di primissimo piano, un convertito dall’anglicanesimo al cattolicesimo, sacerdote, poi anche cardinale, uomo di grande fede e speranza, ma anche uomo di cultura eccezionale. Cultore di Sant’Agostino, è stato capace di parlare al suo tempo – la fine del 1800 – con parole che toccano il cuore ancora oggi. Ecco, dunque, cosa faremo in queste serate. Aiutati dai grandi sogni della Bibbia, cercheremo di riflettere sulla nostra identità cristiana per sognare quella del futuro. Auguro a tutti un buon itinerario spirituale e una ricreazione della propria anima in Dio e nella sua Parola, per iniziare questo nuovo anno convinti di quello che ci sta davanti, avendo fiducia nel Signore che ci guida, protesi verso quelle mete che il Signore stesso vorrà farci trovare.
Questa sera vorrei che la meditazione fosse impostata sulla capacità di leggere lo stato di fatto in cui ci troviamo, la situazione alla quale apparteniamo, facendo nostre le parole del testo biblico: “Io non ti abbandono… il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!”.
Lectio
È certamente una delle pagine più note del Primo Testamento e anche una delle più difficili da interpretare. La rileggiamo insieme mettendo anche alcune domande al testo: dove siamo? In quale momento della vita di Giacobbe ci collochiamo? Perché questo sogno è così importante per lui e per chi verrà dopo di lui?
Dove siamo?
Leggiamo di un grande viaggio di Giacobbe. Se provate a pensare, anche se magari non conosciamo troppo la geografia biblica, capiamo subito che Giacobbe sta percorrendo a ritroso la strada di suo nonno. Abramo era uscito da Ur dei Caldei, si era messo in cammino ed era giunto nella terra “santa”; Giacobbe sta facendo la strada al contrario. Un itinerario molto lungo, a piedi, di circa 1700 km. Un viaggio infinito, un viaggio di mesi. Questo viaggio è stato iniziato, ma la meta è ancora lontanissima. Giacobbe si trova lontano da casa sua, ma lontano anche dalla meta verso la quale si sta dirigendo. È in quella fase del cammino in cui uno capisce che ormai è lontano da tutto ciò che ha caratterizzato la sua vita fino ad ora ma è, al tempo stesso, molto lontano da quel posto che uno ha scelto per costruire il suo futuro. Siamo in mezzo ad un momento di “crisi di identità”. Il che ci porta ad un’altra domanda.
Chi è Giacobbe?
Qui occorrerà ricordare alcune cose della Scrittura, alle quali io vi rimando perché non possiamo leggerle questa sera, ma sarebbe bello che ciascuno di voi potesse leggere l’intera storia di Giacobbe. Dunque quest’uomo è stato un ragazzo intraprendente, è stato un giovane che ha saputo costruirsi il suo futuro, ma in modo molto opportunistico, subdolo. Grazie alla complicità della madre ha ingannato il padre, ha carpito dal fratello il diritto della primogenitura, ha cercato di costruirsi un posto importante nella sua tribù. Il piano sembra fallire. Il fratello lo vuole morto, la famiglia deve allontanarlo, egli è stato dallo zio, ma ora ha intrapreso, come dicevamo, questo viaggio difficile e lunghissimo. Non solo: Giacobbe ha preso tutti i diritti del primogenito, ma ha investito male le sue ricchezze. Ora si trova quasi senza più nulla, con la responsabilità della famiglia che ha creato e della gente che lo sta seguendo. Potremmo dire che Giacobbe è in un momento di grandissima crisi di identità. Sicuramente si domanda: “Chi sono? Sono l’uomo integro che segue e rispetta Dio o sono il truffatore? Sono l’uomo che sa prendersi cura degli altri o l’uomo che sperpera e che non sa più cosa fare per mantenere tutti?” Le domande potrebbero essere molte perché molti sono gli aspetti della vita di Giacobbe che non tornano. Anche a livello di fede quest’uomo non sa bene cosa fare. Certo suo padre Isacco, suo nonno Abramo hanno insegnato a conoscere Dio. Ma Dio dov’è, come si manifesta? Anzi, perché si è manifestato ad Abramo e Isacco ma ora tace? Anche sotto questo profilo Giacobbe è confuso. Potremmo dire che è in crisi la sua identità umana, ma anche quella di credente. Giacobbe, insomma, non sa più chi è. È in un momento nel quale sta facendo molta fatica e non sa nemmeno bene perché. È in un momento nel quale ha lasciato tutto il suo passato, anche con le sue sicurezze e non ha trovato ancora quel futuro accogliente che lo deve rassicurare.
Il sogno – la scala
Ecco in quale contesto si colloca il sogno. Il sogno dice a Giacobbe alcune cose importanti.
A partire dal primo simbolo che in esso si trova: la scala con gli angeli che salgono e che scendono. Non è questo il solo punto della Scrittura nel quale leggiamo di qualcosa del genere. Anche in molti altri punti, la Scrittura utilizza la medesima immagine o immagini simili. È il simbolo della vicinanza di Dio. La scala collega il cielo e la terra: Dio non è mai assente dalla vita dei suoi figli. Sulla scala ci sono angeli che salgono e che scendono: c’è una comunicazione tra cielo e terra che è continua, che non viene mai meno, che non si interrompe mai. Anche quando uno sta fuggendo, anche quando uno sta navigando a vista nella sua vita, anche quando uno si trova in mezzo al vivo delle cose che lo interrogano, lo turbano, lo preoccupano, uno non è mai solo. Dio è sempre vicino, Dio non abbandona, Dio, anzi, si mostra proprio in quei momenti. Dio non ha parlato nei momenti di gloria della vita di Giacobbe, Dio non si è manifestato nei momenti facili della vita del patriarca. Dio si mostra ora, si rende visibile ora, si rende amico ora, in questo momento.
Il sogno – la promessa
In secondo luogo ecco la promessa. Dio si rivela come il Dio dei padri, il Dio vivo che ha condotto la vita di Abramo e di Isacco e che conduce anche la sua vita. Il Dio dei padri ribadisce la promessa fatta ad Abramo: la discendenza promessa al primo patriarca passerà attraverso di lui, Giacobbe, l’uomo dei complotti, l’uomo dei sotterfugi, l’uomo che ha carpito la primogenitura e che ora ha perso tutto. Sarà lui che diventerà il principio di quel popolo che non avrà confini, che sarà numeroso come i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare o come le stelle che popolano il cielo. Con quelle parole centrali: “Io non ti abbandonerò” che ripetono quello che Dio aveva detto da sempre ai suoi predecessori.
Il sogno – gli angeli
In terzo luogo, poi, ci sono gli angeli che salgono e che scendono, che stanno a dire a tutti, ma in particolare a Giacobbe, che c’è comunicazione tra la vita di ciascuno e Dio. Dio non è fuori dalla storia, fuori dal mondo. La sua rivelazione passa attraverso quello che avviene nella storia degli uomini. Dio è sempre in comunione con l’uomo, anche quando uno non sa più chi è, non sa più cosa fare, non sa più dove deve andare. Dio si comunica, guida, sostiene, si rivela proprio quando uno non lo cerca più.
La pietra e la promessa
C’è poi la conclusione di questa scena di rivelazione. Giacobbe si sveglia e dice quelle parole bellissime: “Certo Dio è in questo luogo e io non lo sapevo”. Come dire: mi ero perso, non sapevo più chi fossi e nemmeno chi fosse Dio, ma ora so che Dio è in questo luogo, Dio è vicino a me, Dio non mi lascia, Dio non si dimentica di me. Dio è in questo luogo e, per questo, io prometto di conoscerlo di più. La pietra che Giacobbe erige serve da memoriale. Deve ricordare quello che è successo in quel luogo e come Dio gli ha permesso di ricostruire la sua identità umana e religiosa e, proprio a partire da questo, un po’ tutta la sua vita. Giacobbe si sente così riedificato che, di fatto, continuerà la sua storia, arrivando ad essere veramente quel grande patriarca che è stato, che rimane un punto centrale non solo della storia della salvezza, ma anche dell’intera rivelazione. Di qui la promessa: se vado e torno, se avrò fortuna, se tutto andrà bene per me, Dio sarà il mio Dio. Il concetto, se volete, suona quasi come un ricatto. In realtà è un progetto. Il progetto di chi inizia a mettersi nelle mani di Dio e continuerà a farlo con forza, per imparare a conoscere quel Dio che si rivela e che diventa promettente per tutti.
Meditatio
Le domande per noi potrebbero essere queste:
- Chi sono io?
- Cosa dico della mia identità?
- Qual è la mia identità di fede?
- In quale momento storico della Chiesa vivo?
- Qual è l’identità del cristiano oggi?
- Cosa dico se penso al futuro?
Credo siano domande che possiamo farci tutti sia dal punto di vista personale che dal punto di vista ecclesiale. Naturalmente dal punto di vista personale ciascuno avrà le sue risposte da dare, in base all’età che vive, in base a ciò che sta realizzando del suo progetto di vita e della sua vocazione. Ciascuno potrà sentirsi più o meno come Giacobbe per diversi motivi, per diversi problemi, per diverse cose, sia dal punto di vista umano che da quello religioso.
Insieme possiamo rispondere alle domande sul nostro tempo.
- Siamo in un tempo di confusione. Ciascuno ha qualcosa da dire sull’identità del cristiano, ma non c’è un modo univoco di interpretare il proprio essere cristiani, il proprio appartenere alla Chiesa, il proprio essere credente. Ciascuno potrebbe dire quali sono i segni principali da vivere o da rispettare, ma altri potrebbero dire tutt’altro. Siamo in un tempo nel quale poi conta più il sentire che l’oggettività delle cose. Per cui siamo sempre più in balia di emozioni o di sentimenti che, spesso, ci tolgono anche la lucidità su quello che occorrerebbe fare.
- Siamo in un tempo in cui non è più la liturgia a definire chi è il cristiano. Non credo voi qui presenti, ma molti battezzati, pur essendo tali e pur dicendo di credere, non si riconoscono, poi, nel popolo che, la domenica, incontra il Signore. Siamo sempre più in balia di un sentimentalismo religioso che mette insieme molte cose, ma che tralascia il segno principale che è la Pasqua di Cristo.
- Siamo in un tempo in cui la Chiesa deve confrontarsi con un mondo sempre più scristianizzato anche nelle terre cristiane. Questo è un segno nuovo che ci riguarda da qualche anno, certamente, ma dopo secoli e secoli di storia cristiana. Questo ci spiazza, non ci lascia assolutamente tranquilli, ci mette in uno stato di ansia perché non abbiamo più il retroterra di riferimento.
- Siamo in un tempo nel quale si preferiscono molte opere di vicinanza e di solidarietà, ma senza un riferimento specifico a Cristo. Molti cristiani si limitano a fare del bene e sono convinti che la religione cristiana, alla fine, si risolva in un rispetto dell’uomo. Manca qualsiasi riferimento alla centralità di Cristo ma anche al mistero di Dio stesso.
- Molti credenti, per questo motivo, si stanno ritirando in forme arcaiche di cristianesimo, perché l’identità di un rito forte e di una appartenenza forte a piccoli gruppi, dona sicurezza. È il fenomeno molto diffuso di un ritorno alla liturgia antica, spesso non motivato né capito, ma rassicurante.
- Siamo anche nel momento storico del disimpegno. A un tempo di appartenenza alla Chiesa fatto anche di fattiva collaborazione, subentra un tempo più difficile, un tempo più incerto, in cui uno si tira indietro. Molto spesso anche i sacerdoti non sono affatto guide sicure, ma giocano al minimo. Così tutti sono contenti, in un “gioco al minimo” che non disturba, non rinnova, non chiede passi. Ci si lamenta ma, alla fine, guai a toccare il presente.
Per questo credo che possiamo dire che ci fa bene rileggere la citazione di Newman: “Il nostro dovere è la pazienza. Lungi dallo svolgersi in un vuoto storico, la Chiesa vive nel tempo e deve fare i conti con il “terreno” e lo “stato delle cose” di ogni epoca. Il suo elemento vitale deve staccarsi progressivamente da ciò che è estraneo e temporaneo”.
La Chiesa, e cioè noi, ciascuno di noi, deve fare i conti con il tempo storico in cui vive, non con un altro. Sembra una banalità ma è vero, come ho detto, che molti vorrebbero quasi fuggire da questo tempo storico e non lo vivono appieno perché non lo accettano fino in fondo.
Il richiamo è a staccarsi da ciò che è temporaneo, per dedicarsi a ciò che è eterno. Intendo dire: la questione dell’identità del cristiano deve partire da una conoscenza di Cristo, dalla centralità di Cristo che la Chiesa, da sempre, propone e cerca di sostenere. Se vogliamo dire qualcosa sull’identità del cristiano di oggi, non possiamo non partire da qui. In questo senso mi pare che il ministero di papa Leone XVI si stia spendendo tantissimo.
“Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come del ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore[1].Cristo è il nostro Salvatore e in lui siamo uno, una famiglia di Dio, al di là della ricca varietà di lingue, culture ed esperienze.
Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto che Dio porta a compimento[2]”.
Anche solo queste citazioni ci bastano per capire che l’identità del cristiano si definisce solo in base a Cristo, allo sguardo che i credenti danno a lui, alla centralità che Lui ricopre nella fede.
Se vogliamo riscoprire la nostra identità cristiana, se vogliamo anche noi dire che “Dio è in questo luogo e io non lo sapevo”, se vogliamo cioè dire che Dio ci è vicino, abita il nostro tempo, vive accanto a noi, noi abbiamo bisogno di tornare a questa centralità.
Actio
Lascio dunque un lavoro finale:
- Come vivo io questa centralità di Cristo?
- In che modo il rapporto con la sua parola e con la liturgia definisce la mia identità di credente?
- In questo tempo che abito, cosa posso fare io per vivere la mia identità cristiana come forma di testimonianza?
- In estrema sintesi: chi sono io come credente?
Trovate nel foglio una sintesi prodotta sull’opera di Newman a questo proposito e sintetizzata in tre regole. Vi lascio anche queste come punto di riferimento e spunto per la preghiera.
Contemplatio
Preghiamo davanti all’Eucarestia per scoprire il fulcro della nostra identità cristiana.
[1] Discorso del 22/5/2025
[2] Discorso del 10/6/2026