2° Serata – Giuseppe – L’identità dei discepoli di Cristo in cerca di autenticità.2026-10-06T16:29:41+02:00

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GIUSEPPE

Introduzione

Il testo che leggiamo questa sera è molto lungo, anche se sarebbe molto bello che voi leggeste, per conto vostro, tutta quanta la storia di Giuseppe che fa parte della nostra formazione, perché credo che tutti, da giovani, ci siamo imbattuti in questo testo. Ne trarremo una meditazione sulla identità negata. Poiché abbiamo fatto tutte le introduzioni ieri sera, ci immergiamo subito nel testo biblico.

Lectio

Una famiglia complessa

Anzitutto, la prima cosa che notiamo nel testo biblico, è quella che fa emergere tutta la complessità di una relazione familiare difficile. Giacobbe è un grande patriarca, ha assestato la sua situazione che avevamo visto ieri nella problematica partenza. Ora è ricco, si è ristabilito, ha due mogli e dodici figli. Ovviamente noi facciamo fatica a capire, ma la situazione doveva essere difficilissima. I rapporti erano complessi, intanto per le due mogli, che avevano dato origine a due famiglie, ma poi c’erano le schiave, a loro volta con i loro figli. Insomma, stare insieme era molto difficile. Ogni giorno c’erano quelle piccole scaramucce nate dalle gelosie, dalle invidie che mettevano uno contro l’altro. In una sola tribù, come possiamo capire, era difficile stare insieme. Tutti avevano ben chiara la propria identità, che vuol dire anche il proprio ruolo. Tuttavia non era facile riconoscere a ciascuno il suo ruolo e nemmeno conservare la pace basandosi sul riconoscimento dei ruoli era semplice.

Il figlio nato in vecchiaia – la tunica dalle lunghe maniche

È in questo contesto difficile che nasce Giuseppe. Ovviamente, essendo, per ora, l’ultimo figlio, è del tutto naturale che sia il più protetto, il più coccolato, il più viziato. Naturalmente per lui si vivono tutte quelle attenzioni che non si sono vissute per i fratelli e questo genera difficoltà nelle tribù, scompenso nelle relazioni. In un mondo, poi, dove sono i simboli a parlare e a dire il ruolo di ciascuno, ecco quella “tunica dalle lunghe maniche” che diventa il segno distintivo della sua identità. Grazie a questo segno tutti sanno chi è Giuseppe, quale rispetto gli è dovuto, quale posto egli occupi nel cuore del padre. È per questo che tutti devono rispettarlo, amarlo, curarlo, servirlo, viziarlo. Come si può facilmente capire, questo è solo l’inizio di una serie di difficoltà che la tribù dovrà affrontare. Queste difficoltà saranno, poi, il vero oggetto del brano biblico che stiamo rileggendo.

I sogni

Il cuore del racconto è occupato dai sogni di Giuseppe. Sono due sogni, anche se, poi, ci saranno altri sogni che Giuseppe interpreterà nel corso della sua lunga e difficile storia. I due sogni del giovane Giuseppe suonano proprio come un’affermazione di potere. Giuseppe sogna i covoni, che rappresentano la sua famiglia. Ecco che solo il suo covone rimane ritto, mentre gli altri si prostrano a lui. Il secondo sogno è ancor più esplicito: il sole e la luna, che rappresentano i genitori stessi, si prostrano davanti a lui. Parole inammissibili per la cultura ebraica e per una famiglia dove, come ho detto, tutto è regolato da precise istituzioni, equilibri calibrati, simboli che servono per comunicare la propria identità. Nel patriarcato ebraico è, però, del tutto inconcepibile che una madre e un padre si prostrino ad un figlio. Deve essere esattamente il contrario, ovvero deve essere il figlio che si prostra ai genitori per tutta la vita. È una prostrazione di onore, è una prostrazione che dice la loro identità, è una prostrazione che spiega tutto il loro onore. Quell’onore che, poi, il quarto comandamento metterà a tema in particolare modo.

L’identità negata: Giuseppe venduto dai fratelli

È chiaro che in tutto questo contesto si genera un clima di odio che riguarda proprio Giuseppe. Per la verità Giuseppe non ha fatto niente per meritarselo. I sogni non sono opera sua, sono venuti. Ciò che essi dicono non può essere imputato a Giuseppe. Essi hanno una loro evidenza e una loro chiarezza. Eppure, nonostante questo, essi generano invidia dai fratelli, che vogliono privare Giuseppe della sua identità.

Anzitutto i simboli, privare qualcuno della sua veste, significa togliere il suo onore, negare la sua reputazione, misconoscere il mistero che è questa persona. Togliere la veste diventa il gesto con cui i fratelli spogliano Giuseppe non tanto del suo abito, quanto del suo ruolo, quello del figlio prediletto. Essi tolgono a Giuseppe la sua stessa identità, vogliono cancellare la sua stessa presenza, non vogliono più confrontarsi con il suo modo di fare, di essere che sembra la loro rovina.

Poi l’essere gettato nella cisterna. È un modo per far sparire una persona, è un modo per cancellare la sua presenza dalla faccia della terra, è un modo per voler dire a questa persona che non ha diritto di esistere, di essere presente, di vivere. Infatti, come abbiamo sentito, un primo piano dei fratelli prevedeva proprio la sua eliminazione fisica. Almeno alcuni di loro pensano che solo eliminando Giuseppe dalla loro tribù ci potrà essere pace. Un modo molto forte, molto discutibile di risolvere il problema. Solo Ruben cerca di stare al gioco, ma intende salvare questa giovane vita. Cosa che accadrà, ma non nel senso della liberazione del giovane, ma arrivando al gesto più disumano: la riduzione in schiavitù che diventa fonte di guadagno. Giuseppe viene venduto come schiavo perché è giovane, prestante, abile al lavoro, non consumato da esso perché, fino ad ora, è stato trattato con i guanti. Ovviamente vale molto. Una carovana lo acquista per questo motivo e ciò costituirà il suo allontanamento per lungo tempo da questa scena di vita, la scena della sua famiglia. Sarà ritrovato solo anni e anni dopo, come sapete, come ministro del faraone, in Egitto.

In più c’è il simbolo della vendita. Non era strano, per quei tempi, vendere anche un uomo. La schiavitù era da tutti ammessa e riconosciuta e, come ben capiamo, gli schiavi si pagavano. Dunque era una prassi tranquilla. Il problema è che questa legge si applicava a chi era nato in schiavitù, a chi aveva perso una guerra e, quindi, la libertà. Mai e poi mai si sarebbe dovuta applicare a un uomo libero, al figlio di un uomo importante e libero anch’esso. Dunque il giudizio della Parola di Dio è severissimo: qui si vende una vita per trarne profitto, per trarne ricchezza. Si misconosce l’identità di un fratello e si rende questa situazione vantaggiosa per sé. È il massimo dell’aberrazione: ridurre un uomo in schiavitù per trarne profitto è, ovviamente, deplorevole.

La scena finale

Poi c’è la messa in scena finale. I fratelli vogliono uscire con onore dalla situazione. Ecco la scena del finto ritrovamento della tunica dalle lunghe maniche ed ecco la finta spiegazione che allude ad una tragedia. Un modo per non avere colpa davanti al padre e mascherare il grande misfatto. Eppure questa appare la soluzione: Giuseppe venduto, la tunica dalle lunghe maniche finalmente distrutta. Pazienza per il dolore di Giacobbe, l’importante è avere salva la propria vita, la propria identità, la propria dignità. Pazienza se, per fare questo, occorre calpestare la dignità degli altri. Pazienza se, per avere questo risultato, occorre privare l’altro della propria dignità. È il progetto dell’identità negata.

Da ultimo faccio notare come le scene della storia di Giuseppe sono anche quelle finali della vita di Gesù. Anche Gesù è consegnato da quelli che dovrebbero essere i suoi fratelli all’autorità. Anche Gesù è spogliato della sua tunica, quella senza cuciture, come i Vangeli mettono bene in luce. Anche Gesù viene calpestato nella sua identità di uomo. Giuseppe andrà schiavo in Egitto, Gesù, come uno schiavo, sarà condannato alla più infame delle morti.

Meditatio

Questa sera vorrei riflettere anche sull’identità negata del cristiano. Partirei dalle citazioni di Newman, come abbiamo fatto ieri.

Vi sono uomini che si dicono cristiani, ma che non hanno un’identità più definita di quella del mondo che li circonda. Se chiedete loro in cosa credono, vi risponderanno con le opinioni del giorno. Essi negano la propria identità cristiana non perché la rifiutino apertamente, ma perché la considerano un abito da indossare la domenica e da togliere il lunedì. Costoro hanno barattato la forma di Cristo con la forma del secolo.

Oggi si è creata una religione che svuota il cristianesimo della sua essenza. È una religione della benevolenza, del buon gusto, della tolleranza superficiale. Ma questa è la negazione dell’identità del cristiano: si accetta Cristo come maestro di morale, ma si rifiuta la sua Croce. Si vuole un cristianesimo senza timore di Dio, senza senso del peccato, senza dogmi. Ma un cristianesimo così non è cristianesimo, è solo il mondo mascherato[1].

L’immagine dell’abito da indossare la domenica per dismetterlo il lunedì come immagine per descrivere la fede mi sembra molto appropriata. È un’immagine del tutto efficace, perché, in fondo, sappiamo che appartiene anche a noi. Si fa riferimento ad un modo di vivere la fede liturgico, cultuale, per cui la domenica si vive un atto di fede importante, la Messa, che, però, rimane anche l’unico. Il riferimento è, quindi, ad un modo di vivere la fede che porta ad identificare la fede stessa solamente con un rito, con un atto, non con un’identità che plasma un modo di vivere.

La seconda citazione è ancora più efficace, anche se è stata presa da uno scritto di 150 anni fa. Moltissimi fanno del cristianesimo la religione dell’altruismo, della vicinanza all’uomo, della carità fattiva. Cose che hanno un loro fondamento e una loro sensatezza, perché è vero che il comportamento cristiano ispira queste cose. Tuttavia non possiamo assolutamente ridurre il cristianesimo a queste cose, a queste realtà. La frase centrale di Newman è indiscutibilmente vera: si accetta Cristo come maestro di morale, ma si rifiuta la sua Croce. Noi lo sappiamo bene, perché spesso accade così non solo spiritualmente parlando, ma anche fisicamente. Certo ci sono molte persone che fanno fatica ad accettare la situazione difficile in cui si trovano, che, appunto, può essere paragonata ad una croce.  Forse anche noi abbiamo rifiutato, talvolta, situazioni personali che ci sono sembrate molto difficili da accettare, molto complesse nella loro composizione. Lo sappiamo bene che accettare una situazione in cui siamo messi in difficoltà non è assolutamente semplice.

Ci sono però persone, istituzioni, luoghi nei quali la Croce di Cristo diventa anche fisicamente un simbolo che disturba. Lo vediamo ogni volta in cui si accende qualche polemica sul crocifisso in aula, lo vediamo bene ogni volta che, da qualche parte d’Italia, si vorrebbe smantellare il simbolo che più di ogni altro dovrebbe appartenerci. È il rifiuto non solo di un segno, di un simbolo, ma è il rifiuto dell’identità della cultura cristiana che si è prodotta nei secoli. Così capita sempre più spesso di doverci confrontare con uomini e donne che negano la comune radice cristiana e la formazione che tutti abbiamo ricevuto. È quello che chiamiamo con il termine di “scristianizzazione”: Oggi noi siamo un popolo scristianizzato, un popolo che non vuole più avere a che fare con Cristo. Il rifiuto della Croce non è altro che un segno di una mentalità sempre più profondamente radicata nelle persone, che tenderebbe proprio a dire che non si ha più bisogno di Cristo. Lo abbiamo visto fare molto bene anche in Europa, che non ha accettato che venissero inserite, nei suoi testi fondativi, le sue radici cristiane. Un rifiuto della propria identità che dice molto del clima culturale nel quale viviamo.

Altre forme di identità cristiana negata

Ci sono altre tre forme di identità negata del cristiano a cui alludono le citazioni.

Essere senza timor di Dio

Ovvero non coltivare lo spirito di preghiera. Molti cristiani non pregano mai. Molti cristiani, e qui possiamo essere colpiti anche noi, non hanno nessuna forma di lettura, di meditazione del testo biblico. Noi lo stiamo facendo, con abbondanza, in queste sere, ma non è detto, poi, che ciò che stiamo facendo ora è il nostro abituale stile di vita.  Spesso la preghiera è scambiata con la pratica delle devozioni. Cosa nobile anch’essa, necessaria, per alcuni aspetti. Eppure non è che la devozione risolva la mancanza di preghiera. Se è vero che abbiamo bisogno di richiami, di immaginette da leggere, di preghiere da recitare, è poi vero che nulla può sostituire il nostro cuore ardente, che intende parlare con il Signore, che intende relazionarsi ad esso. Dunque potremmo essere anche noi dei cristiani che hanno smarrito la loro identità perché non pregano più, perché hanno perso il contatto con il mistero di Dio.

Essere senza senso del peccato

Questa è certamente una delle piaghe più vistose e più frequenti del giorno d’oggi. Naturalmente anche noi lo vediamo bene che tutti abbiamo smarrito il senso del peccato, per cui confessiamo molte mancanze, ma non il vero e proprio peccato. Ecco anche perché è nata in me, in questi ultimi anni, l’idea di proporvi diversi esami di coscienza, che potrete tutti ritrovare sul sito, perché ci aiutino a rileggere la vita interiore, la vita dell’anima, per imparare a chiedere il perdono al Signore di mancanze reali che possono aver interessato il nostro cammino spirituale. Si perde l’identità cristiana quando non siamo più capaci di rileggere la nostra storia personale alla luce del senso del peccato che, invece, dovrebbe proprio appartenerci. Si perde la propria identità cristiana quando non troviamo più il modo per metterci davanti a Dio chiedendo il perdono delle colpe.

Essere senza dogmi

Molti oggi vorrebbero anche una religione così, senza regole, senza richiami, senza punti a cui guardare. Una religione che si auto costituisce il soggetto, senza che vi possano essere richiami di alcun genere. È questo il progetto nel quale non si accetta nemmeno l’autorità della fede. Per molti cristiani, il riferimento a sacerdoti, Vescovi, Papa è del tutto superfluo. È una religione senza cardini, completamente diversa da quella che il Signore ci ha mostrato e che la vita della Chiesa, per secoli, ha perpetuato. Che cosa ne sa molta gente dei dogmi della Chiesa? Che cosa sa dei precetti fondamentali della fede? Magari proprio nulla! Magari anche noi siamo in questa situazione. Una religione senza regole, del resto, è sempre molto più attraente. Se è vero che il cristianesimo non è la religione delle regole ma della libertà, è però altrettanto vero che alcune regole ci sono, alcuni punti di riferimento non sono mai cambiati. Noi dovremmo avere il coraggio anche di tornare su tutto questo.

Ecco dunque cinque casi seri di perdita dell’identità cristiana, di negazione dell’identità cristiana:

  1. Un cristianesimo senza croce
  2. Un cristianesimo ridotto ad altruismo
  3. Un cristianesimo senza timor di Dio
  4. Un cristianesimo senza senso del peccato
  5. Un cristianesimo senza dogmi

Actio

Vorrei che questa sera trovassimo il tempo per questo esercizio che ci spinge a chiederci:

  • Quando io sono un cristiano che non vive il senso della centralità della Croce?
  • Come è la mia preghiera rispetto a quell’insegnamento costante che la Chiesa mi offre circa la vita interiore?
  • Quali sono i dogmi che io rifiuto o che non conosco abbastanza?
  • Che senso del peccato è presente in me e quando anche io ho perso il senso del peccato?
  • Cosa significa per me la contemplazione del Crocifisso e come accetto le croci della mia vita?

Contemplatio

Questa sera vi suggerirei solo di guardare al Crocifisso e di parlare con il Crocifisso. È vero che esponiamo anche il Santissimo Sacramento ma, se lo facciamo, è perché ciascuno di voi si ricordi che è invitato a parlare non con un simbolo, non con un oggetto, ma con il Cristo vivo, che è presente in mezzo a noi, che anima questa Chiesa.

Lasciate che questa sera ci sia una parola da cuore a cuore, per entrare nel vivo di questa identità negata e per ricostruire la propria identità cristiana.

[1] Parochial and Plain Sermons 1873