3° Serata – Salomone – L’identità del cuore del cristiano e la sapienza.2026-10-06T16:29:54+02:00

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SALOMONE

Introduzione

Eccoci alla terza serata degli Esercizi, quella che dedichiamo al sogno di Salomone. Se la prima serata ci è servita per pregare sulla capacità di leggere lo stato di fatto dell’identità del cristiano oggi, se la seconda serata ci è servita per riflettere sull’identità negata, sia a livello personale che del cristiano, questa terza serata ci servirà per riflettere sull’identità del cristiano come questione di cuore. Leggeremo il testo di 1 Re 3, 4-15.

Lectio

Chi è Salomone?

Anzitutto ci domandiamo chi è Salomone. Anche questa volta rimaniamo stupiti. Salomone non è il primo figlio di Davide ma è, come alcuni di voi certamente ricordano, il figlio nato da una relazione extraconiugale di Davide, una delle tante, che poi ha trasformato in matrimonio dopo che il re ha fatto uccidere il suo amico. Sappiamo che il figlio nato da quella relazione muore ma, poco dopo, Betsabea rimane di nuovo incinta e dona a Davide Salomone. Non toccherebbe a lui regnare: non è il primo figlio, non passa da lui la discendenza regale. Eppure sua madre ottiene da Davide la promessa che, alla sua morte, sarebbe subentrato proprio Salomone. Non mancarono congiure di palazzo, non mancarono colpi di scena, che possiamo anche rileggere in alcuni racconti belli ed appassionanti del libro dei Re. Perché questa scelta? I figli di Davide non è che siano gran che. Davide lo sa benissimo. Ecco che sceglie di colpo, di cuore, per il figlio più dotato, per quello che meglio saprà destreggiarsi con le cose del regno, per quello che meglio saprà reggere anche tutto il peso della politica, del governo, della reggia. Davide sceglierà bene, perché anche il regno di Salomone sarà lunghissimo, 40 anni, e saranno 40 anni di pace, di prosperità, di alleanze proficue per Israele. Sarà anche il tempo del grande regno. Non ci sarà mai più un tempo come quello di Salomone.

Cosa fa Salomone?

Salomone, come leggiamo nelle prime righe del brano, è un uomo di fede. Progressivamente perderà la sua fede ma, al momento, è ancora un uomo che cerca Dio, un uomo che si avvicina sempre al Signore, un uomo che offre, come abbiamo letto, molti “sacrifici di comunione”, cioè un uomo di preghiera intensissima, di forte presenza nel tempio. Un uomo forte, di carattere, ma sempre rispettoso del mistero di Dio. Ecco perché quando viene il suo momento, il momento di subentrare al padre nel governo, egli ricorda bene che il padre è stato scelto perché “Dio guarda il cuore” e cerca di vivere al massimo quella comunione con Dio che gli permette di vivere la situazione importante, impegnativa che sta vivendo, con tutto l’amore per Dio che riesce ad esprimere. È per questo che il Signore gli appare in sogno. Come sappiamo bene il sogno è il momento in cui Dio si rivela. Dunque Dio si rivela ad un uomo che lo cerca, ad un uomo che si accosta al mistero di Dio specialmente attraverso i riti. Sappiamo bene che Salomone sarà anche un uomo di liturgia, non come suo padre, autore di numerosi salmi, ma un affinatore del culto del tempio di Gerusalemme.

Il sogno

Arriviamo così al cuore del sogno. Cosa chiede Salomone? Chiede, come abbiamo sentito, il dono della sapienza. Egli sta per essere a tutti gli effetti riconosciuto re di Israele, potrebbe chiedere tante cose, ma nel suo cuore c’è spazio per una cosa sola: la sapienza nel governare. Sa bene che il suo popolo è un popolo difficile. Sa bene che essere a capo di un popolo che è pur sempre fatto di 12 tribù diverse sarà per lui un peso, una difficoltà, un incarico gravoso. Per questo chiede il dono della sapienza, così che possa districarsi nelle diverse vicende con la sapienza di Dio. In effetti i capitoli che seguiranno serviranno proprio a questo, a dimostrare la sapienza di Re Salomone. Salomone è un uomo di cuore, un uomo che pretende di governare Israele non con lo studio approfondito, nemmeno con uomini dotati accanto a lui. Salomone si fida di Dio e poiché sa e professa che la sapienza è dono di Dio, ecco che la chiede in dono perché sia capace di governare bene un popolo sempre in rivolta contro il suo stesso Dio. Salomone è l’uomo che attesta, più di ogni altro, che l’arte del buon governo, ma anche quella del vivere e del credere, dipendono dalla sapienza di vita che uno ha nel cuore. Il racconto ci dice questo.

L’abbondanza

Il racconto si conclude poi con la risposta di Dio che, ammirato di quanto Salomone chiede, non solo concede quanto gli viene chiesto, ma anche dona il resto: una vita lunga, un regno di pace, ricchezze in abbondanza… insomma ogni altra cosa che un uomo avrebbe potuto desiderare o chiedere. Però è interessante la decisione finale di Salomone. Cosa fa Salomone dopo questo sogno? Torna a vivere, torna a sperimentare la comunione con Dio, quella che aveva voluto trovare nella preghiera, nel rito. Ecco che egli si rifugia, ancora una volta, presso l’altare di Dio e si mette in atteggiamento di preghiera e di dialogo con Dio. È proprio da questo dialogo che inizierà la vita da re, quella vita che permetterà a Israele di esprimere tutte le sue doti, ma anche di attestare quel possesso di sapienza inaudito, non umano, perché viene da Dio.

Potremmo dire così: l’identità regale di Salomone si esprime con questo dialogo del cuore, un dialogo serio, fitto, intenso, nel quale il re insegna che con Dio ciò che conta è il cuore. Come altri protagonisti della Bibbia, Salomone ci insegna che Dio chiede il cuore e a Dio si dà il cuore. Quando si fa questo, quando si vive così si vive un itinerario di fede unico, profondo, vero, che cambia la vita.

Meditatio

Anche questa sera iniziamo a rileggere questa vicenda con due citazioni di J. H. Newman che, ormai, sono diventate una luce per queste serate. Fanno parte della sua opera più importante e ci aiutano a rileggere non solo questo testo biblico, ma anche la nostra situazione, per fare un passo in più verso quella identità cristiana che deve contraddistinguere il nostro modo di essere, di fare, di operare, di vivere.

La vera e viva identità del cristiano non consiste nel possedere nozioni corrette sulla verità, ma nell’avere il cuore interamente sottomesso alla presenza di Dio. Si può avere una teologia perfetta nella mente e avere il cuore gelido. Ma Dio non ci chiede una firma su un documento; ci chiede il cuore. La fede è una disposizione del cuore, non un semplice esercizio dell’intelletto[1].

Credo che Newman abbia ragione. In questi ultimi decenni, direi almeno dal 1970 in poi, abbiamo insistito molto, come Chiesa italiana, sul catechismo. Sono nati i catechismi, ovvero i testi per la formazione; la diocesi è intervenuta più volte con riforme, fino ad arrivare a quella attualmente in corso. Abbiamo insistito moltissimo sulla formazione intellettuale, con il risultato che si è persa la pratica. Oggi solo il 30% dei bambini che viene al catechismo frequenta la parrocchia e, soprattutto, la Messa. Non solo. Anche la formazione culturale sta lasciando ampi spazi di lacune. Non c’è, al momento, una formazione seria sulla identità dell’essere credenti. Ci sono solo alcune idee, che i bambini apprendono, staccate dalla loro vita. Ci va bene una formazione di fede di questo genere? Ci basta pensare che la fede sia solamente un insieme di nozioni? Credo che sia una delle domande che possiamo portare nella preghiera questa sera.

La citazione ha, però, anche una seconda parte. Dio chiede il cuore che si sappia anche sottomettere alla presenza di Dio. È quanto abbiamo letto in Salomone. Il suo cuore è sempre alla presenza di Dio. Il suo cuore è sempre attento a coltivare i segni del suo amore e della sua presenza. Credo che questo sia ciò su cui dovremmo più riflettere. In una delle prime interviste rilasciate, papa Leone ha consigliato un libro, “La pratica della presenza di Dio”, di fra Lorenzo della risurrezione. Anche io l’ho letto e meditato. È tutto un esercizio proposto per coltivare sempre il senso della presenza di Dio, per avere, nelle giornate che si susseguono, la certezza che Dio accompagna, sostiene, interviene in molti modi nella vita di ciascun uomo. Come si vede è la medesima meditazione che ci ha consegnato il testo biblico. Noi tutti trascorriamo il giorno con molteplici attività. Coltiviamo il senso della presenza di Dio? Credo che l’identità del cristiano passi proprio attraverso questo modo di essere. Il cristiano sa di non essere solo, qualsiasi cosa stia facendo. È un modo di pensare, è un modo di pregare, è un modo di coltivare la presenza di Dio che aiuta ogni singolo soggetto a ritenere, a credere, a capire che il credente non è mai solo, ma sempre è accompagnato dalla presenza dell’Altissimo. In questo modo non c’è mai un tempo “vuoto”. Se si coltiva la presenza di Dio, qualsiasi cosa un uomo stia facendo, trova che la presenza di Dio lo accompagna, lo sostiene, lo esorta, lo guarisce rispetto alle sue difficoltà, cadute, peccati. Ecco un altro tratto distintivo dell’identità del credente. Chi ha fede, chi crede, sa di essere sempre in compagnia di Dio, per questo dialoga con lui in modo spontaneo, semplice, sereno, costante. Dio non chiede la firma di un documento, diceva ancora Newman. Non trovo espressione più bella per dire che la fede è questo: un lasciarsi coinvolgere dall’amore di Dio, rispondendo con amore all’Amore che per primo ci chiama.

Ancora:

Il cuore è di solito raggiunto non attraverso la ragione, ma attraverso l’immaginazione, per mezzo di impressioni dirette… Nessun uomo muore per un sillogismo. Coloro che hanno trasformato il mondo lo hanno fatto perché il loro cuore è stato conquistato da una Persona, non da una teoria[2].

Anche questa cosa mi fa pensare. Ci sono uomini che, indubbiamente, hanno così inciso sulla storia del mondo, tanto da cambiarlo. Ci sono uomini che hanno seriamente plasmato il mondo con il loro modo di pensare e di essere. In tanti campi diversi. Chi erano in sintesi? Uomini o donne che hanno avuto la capacità di immaginare qualcosa. In qualsiasi campo è stato così! Insieme ad un grande desiderio di servire l’uomo, l’umanità. Penso anche a tanti uomini di Chiesa che hanno vissuto situazioni difficili, tempi pessimi e che hanno saputo fare la stessa cosa. Hanno saputo immaginare, per questo, hanno saputo sognare e vivere il sogno. Penso a tantissimi uomini e donne dello Spirito che, nel corso della storia della Chiesa, hanno introdotto carismi, aperto vie, edificato la Chiesa in molti modi diversi. Che cosa hanno in comune tutti costoro oltre al desiderio di un servizio così generoso, oltre alla capacità di sognare e di vivere il sogno? Hanno in comune l’aver incontrato Cristo e il vivo senso di averlo servito. I più grandi santi non si sono messi a servizio di un’idea, di una dottrina, di qualche principio. Tutti i più grandi santi hanno avuto la percezione di essere alla presenza di Dio ed hanno avuto la certezza che il loro servizio serviva a questo. Era un modo per incontrarlo, per mettersi a servizio di chi era più bisognoso, per lasciare che qualche forma di bene che li aveva contagiati, contagiasse anche altri. Non, quindi, il servizio di un’idea, di un progetto, ma la sequela costante di Cristo. Ecco un altro tratto identificativo del cristiano. Il cristiano è un uomo che segue Cristo, che, per lo meno, tenta di farlo, nonostante le sue piccolezze, difficoltà, intemperanze, preoccupazioni, peccati. Pensate, per dire due nomi recentissimi, a San Giovanni Paolo II e a Santa Teresa di Calcutta. Due profili, due storie di santità, due modi di vivere la fede assolutamente diversi. Eppure due progetti di vita accomunati dalla stessa idea: lasciarsi incontrare da Cristo, servire Cristo, edificare la Chiesa.

Questo progetto è quello che tutti sono chiamati a vivere. È un richiamo che vale per ciascuno di noi. Non esiste altro, non c’è altro. Noi, i cristiani, siamo tutti uomini, donne che hanno incontrato la figura di Cristo, ne siamo rimasti affascinati, ci siamo messi, in qualche modo, a seguirlo e vogliamo che la nostra vita sia questo. Vogliamo che il nostro progetto di santità sia questo. Quali sono i mezzi?

L’autenticità interiore e l’intima conoscenza di Cristo. Essere autenticamente uomini e donne del nostro tempo, avere nel cuore questa presenza di Dio di cui abbiamo parlato, essere consapevoli del primato della vita spirituale è il pensiero che, sempre, ci deve accompagnare. Da questo punto di vista credo che l’episcopato del cardinal Martini sia stato esemplare e sia ancora un punto di riferimento grande per ciascuno di noi. È vero che senza una vita interiore autentica, non si va da nessuna parte. È vero che, senza una vita interiore forte, non possiamo essere nessuno. È vero che, senza una vita interiore che esprima un grande amore per Cristo, tutto il nostro essere perde di consistenza e più ancora il nostro operare. Perché molte volte siamo molto stanchi per quello che facciamo? Perché molte volte ci sembra che la giornata sia solo una rincorsa tra impegni e doveri? Perché ci manca quell’essere alla presenza di Dio che salva tutte le cose e che dice la bontà di ciascuna di esse. Quando si sta alla presenza di Dio, si ha sempre il motivo che ricorda perché facciamo alcune cose e con chi le facciamo. Quando non siamo alla presenza di Dio, ecco, allora, che tutto diventa obbligo, routine, pesantezza… noi non dobbiamo assolutamente vivere questo e non possiamo assolutamente permetterci di sprecare la vita che ci viene data come dono. Vita che, appunto, è dono ed è degna di essere vissuta solo se sa coltivare questa identità. Il cristiano è un uomo che vive interiormente unificato. Guai se non fosse così!

Actio

  • Ci basta pensare che la fede sia solamente un insieme di nozioni?
  • Coltivo la presenza di Dio o vivo lontano da lui?
  • Vivo interiormente unificato o mi disperdo in 100 cose che lasciano in me solo stanchezza e un vivo senso di correre dietro alle cose?
  • Ho una vita interiore autentica?

Contemplatio

Questa sera, mentre contemplo l’Eucarestia, provo a scrivere una mia piccola regola di vita che mi aiuti ad essere un uomo, una donna interiormente unificato e sereno.

Così che la mia identità sia sempre quella che Cristo mi chiede di avere.

[1] Parochial and Plain Sermons 1843

[2] An Essay in Aid of a Grammar of Assent 1870