5° Incontro – La chiesa di Stefano2024-01-18T17:22:59+01:00

Project Description

Statio

Introduzione

Eccoci alla ripresa dopo il Natale del nostro itinerario di scuola della Parola. Questo 2° ciclo ha tre incontri. Vorrei dedicare il primo alla Chiesa di Stefano, il secondo alla Chiesa e all’esperienza di Paolo, il terzo al Concilio di Gerusalemme. Tre esempi, tre modi di essere Chiesa che provocano anche noi da vicino.

Lectio: i testi biblici per noi At 6-7

Stefano, il protomartire

Leggiamo i capitoli 6 e 7, anche se lascerò la maggior parte del capitolo 7 alla vostra lettura personale. La scansione è semplice:

Atti 6:

  • vv 1-7 l’istituzione dei diaconi: “sorse un malcontento…”
  • vv 8-15 l’arresto di Stefano: “videro il suo volto come quello di un angelo”

Atti 7:

  • vv 1-54 il discorso di Stefano
  • vv 55-60 la morte di Stefano: “contemplo i cieli aperti”.
  • Noi affronteremo la prima, la seconda e la quarta scansione, lasciando la terza alla vostra lettura.

Meditatio

L’istituzione dei diaconi “sorse un malcontento…”

Il caso è noto, eppure ci serve per riflettere bene sulla nostra Chiesa. Se riprendete i sommari che abbiamo letto e commentato prima di Natale, vedrete che si ha l’impressione di una Chiesa bella: una Chiesa dove ci si conosce tutti e ci si vuole bene, una Chiesa dove si mettono anche i beni in comune per camminare insieme, una Chiesa che è piena di tensione missionaria e di volontà di testimonianza. Subito, all’inizio del capitolo 6, si volta pagina. Ecco i problemi. “Sorse un malcontento”. Il malcontento è per una parte di Chiesa, quella minoritaria. Fino ad ora il grosso delle conversioni proveniva dall’ambiente giudaico. I greci che si convertivano erano pochi. È per questo che alcuni hanno l’impressione che le loro vedove e i loro orfani siano trascurati, messi in secondo piano, non aiutati come si dovrebbe fare. Ecco il cuore del capitolo. C’è una lamentela che divide la Chiesa. Cosa bisogna fare? I discepoli sono di questo avviso: ascoltare il perché di questa lamentela, ascoltare le motivazioni che l’hanno mossa, ascoltare la parte di coloro che propongono questa lamentela. Non si vuole negare, non si vuole dare torto, ci si lascia apertamente criticare per l’operato. Ecco un primo punto interessantissimo della riflessione. Nella Chiesa ci sono e ci saranno sempre lamentele, perché ci sarà sempre qualcuno che viene trascurato, non amato come costui vorrebbe. Queste critiche vanno prese sul serio, vanno ascoltate, vanno, in qualche modo, integrate. Penso alla nostra situazione che è molto simile a quella degli Atti. Generalmente nelle nostre comunità pastorali chi si lamenta? Le comunità più piccole, quelle meno attrezzate, quelle più giovani. Anche per noi vale l’indicazione di ascoltare queste lamentele. Su queste, poi, si farà discernimento. L’ascolto è però il passo previo che deve essere sempre garantito.

Quali sono le lamentele presenti nella nostra comunità?

Anch’io sono uno di quelli che propone lamentele?

Per che cosa sono queste lamentele?

Il discernimento

C’è però un secondo passo. La lamentela diventa oggetto di discernimento e occasione di verifica. Nella prima Chiesa si sono domandati se quelle critiche fossero state corrette, se la proposta era per un bene maggiore della comunità o se era solo per una critica, per una lamentela. Ci si è domandati cosa si sarebbe potuto fare per vivere meglio e per far vivere meglio tutti quanti. L’occasione è stata propizia per un chiarimento sulla missione generale della Chiesa. Cosa ci deve essere al cuore della Chiesa? La risposta dei discepoli è stata unanime: la preghiera e la predicazione. Gli apostoli servivano a quello. Dovevano pregare per tutti e a tutti dovevano proporre momenti di preghiera, soprattutto la celebrazione dell’Eucarestia. Il resto, comprese le istituzioni della carità che sono quelle per cui ci si sta lamentando, deve venire dopo. Prima ci deve essere la preghiera, prima si deve celebrare Cristo poi, quando è chiara la sua Parola e quando è chiaro quale sia il centro della vita di una Chiesa, si può pensare ad altro. È così che i discepoli capiscono che non possono assolutamente rinunciare ad essere i promotori della preghiera nella comunità e i predicatori del Vangelo. La carità, pur in tutta la sua importanza, viene dopo. Prima ci deve essere chi spezzi per tutti il pane della Parola, poi si può fare il resto, anche un resto prezioso come l’amministrazione della carità. È per questo che vengono costituiti i diaconi che dovranno rispondere a tutte le istanze della carità con quella libertà e quella dedizione che il discepolo non può avere. Al discepolo continuerà a competere la predicazione della Parola come testimone dei fatti della vita di Cristo. Mi piace molto questo modo di procedere e di argomentare. Anche qui, diverso da come facciamo noi. Noi ci saremmo buttati a capofitto nella direzione della carità. Riconosciuto che la lamentela era giusta ed importante, penso un po’ tutti ci saremmo messi al posto di quelli che servono. La Parola di Dio ci dice di essere attenti e non precipitosi. Se non si ascolta più la Parola, quel servizio può ancora dirsi cristiano? Se non c’è più al centro l’Eucarestia, il nostro servizio può ancora dirsi istituito da Cristo? Ecco il cuore della riflessione degli Atti. La carità precitata e raccomandata da Cristo Signore non può perdere la sua anima, perché quando perdesse la sua anima, la Chiesa perderebbe sé stessa. Gli Atti hanno la forza di dirci che la situazione avrebbe potuto precipitare fin dalle origini. Se non precipitò è perché gli apostoli ebbero la forza di dire che non si poteva togliere quell’anima fondamentale che avrebbe tolto il senso di esistere della Chiesa stessa. La soluzione, se così vogliamo dire, è la prima piccola riforma della Chiesa. Il Signore non ha costituito i diaconi. Li ha introdotti la Chiesa, forte della Parola e della presenza di Dio, per risolvere il primo problema che si è presentato ad essa. Il che vuol dire che la Chiesa deve sempre pensare soluzioni per i problemi che nascono di volta in volta. Problemi che non possono essere tutti stati trattati da Cristo, perché i problemi sono storici, nascono nel tempo, a seconda di quello che accade. La Parola di Cristo, la preghiera e il Sacramento della sua presenza sono il modo concreto che abbiamo per studiarli e per risolverli.

  • Quale problema vorremmo segnalare noi per la nostra esperienza di Chiesa?
  • Per un vero discernimento sappiamo mettere i nostri problemi sotto la luce della Parola per illuminarli con la potenza del Sacramento?

L’arresto di Stefano: videro sul suo volto quello di un angelo

Tutto risolto? No. No perché appena vengono eletti i 7 diaconi, ecco una nuova potente persecuzione. Stefano, uno degli eletti, viene arrestato. Tutti ce lo immaginiamo giovane, anche se la Scrittura tace la sua età. Potrebbe essere stato così, potrebbe essersi, invece, trattato di un uomo. Non sappiamo. La cosa che sappiamo è che la soluzione trovata sembra andare male. Nemmeno il tempo di farla entrare nel vissuto della Chiesa ed ecco che, subito, va male. Eppure l’arresto di Stefano, che deve aver prodotto il suo chiacchiericcio, permette anche ai componenti della prima Chiesa di vedere “sul suo volto quello di un angelo”. San Luca ci dice che la garanzia di quell’intervento fu proprio la persecuzione. La garanzia che quell’opera fu voluta da Dio fu proprio il vedere che Stefano venne perseguitato e venne arrestato, cioè venne a ripetersi la storia di Cristo. Come ora vedremo, la morte di Santo Stefano è tutta modellata sulla morte di Cristo. Stefano, il primo testimone della fede, il protomartire, è uno che muore come Cristo. Fu questa la garanzia che tutto stava andando bene. Nella tragedia della morte di un uomo, nella sofferenza per la perdita di un collaboratore di primissimo piano, ecco la certezza che tutto sta andando bene! Se quest’uomo è morto come il Signore Gesù, ecco che possiamo essere certi di quello che è stato fatto. Credo che quando capita qualcosa del genere a noi, noi tutti siamo pronti a lamentarci, a dire che le cose vanno male. Forse saremmo pronti a piangerci un po’ addosso. Gli Atti ci dicono che la Chiesa va bene non quando tutte le cose vanno bene, ma quando ci sono uomini e donne che sanno rivivere, nella loro carne, la stessa vita di Cristo. Questo è il criterio per dire se le cose vanno bene oppure no! Nella storia della Chiesa non sono mai mancati uomini e donne dello Spirito che hanno saputo rivivere e far rivivere la stessa storia di Cristo. Questo è il cuore della vita della Chiesa. Questo è il cuore della fede.

  • Dove vediamo, oggi, questo criterio in atto? Chi sono per me gli uomini e le donne di Dio che permettono alla Chiesa di essere viva e vitale in questo senso?

Il valore della memoria

Come ho detto, lascio a voi la lettura del capitolo 7 degli Atti nella prima parte. Se leggerete con attenzione vi renderete conto che è né più né meno che un grande riassunto della storia della salvezza. Stefano fa questo, propone una rilettura della storia perché dalla storia si impari. Stefano propone che ci sia un momento nel quale ci si ferma e nel quale si impara a rileggere l’azione di Dio in tutte le forme nelle quali essa si è manifestata. Credo che qualcosa del genere faccia molto bene anche a noi. Anche se ci chiede di fermarci e di stare a ripensare con calma a cose note, io credo che sia un esercizio profondamente evangelico quello che ci viene chiesto. Vi lascio quindi il compito di ripensare alla vostra storia personale, alla storia della parrocchia dalla quale provenite, alla storia della Chiesa che avete contribuito a formare, per andare a vedere dove sono tutti i benefici della storia della salvezza che Dio non smette mai di far sperimentare a tutti coloro che lo amano. Solo vi chiedo molta onestà. Non sia un esercizio della memoria per poi lamentarsi di quello che non c’è più, ma sia un esercizio di lode, di ringraziamento per quello che si è ricevuto nel passato e per quello che si riceve ancora nel presente. Ecco come può nascere la lode di Dio da parte di un popolo attento che vuole conservare intatta la memoria del suo nome.

La morte di Stefano

Infine eccoci alla morte di Stefano. Come muore Stefano? Stefano muore “con gli occhi al cielo”, cioè rivolto a Dio, come Gesù. Stefano non guarda alle cose della terra, non sta a recriminare per quello che sta perdendo, non se la prende per il lavoro che lascia, non ha raccomandazioni da fare ai suoi. Stefano muore rivolto verso Dio. Così muoiono i cristiani. Così si muore nella Chiesa di Stefano. Il suo esempio è radicato in un popolo che sa fare così, ovvero sa morire tutto rivolto, tutto proteso a Dio. Quando la vita è stata spesa nella ricerca del bene, si muore rivolti a quel Bene sommo che, finalmente, si va ad incontrare. “Ecco io contemplo i cieli aperti”. Finalmente ecco la certezza di fede. Stefano è uno come noi, uno che non ha incontrato il Signore in persona, uno che si è fidato della parola degli apostoli. Ora ecco che Stefano vede i cieli aperti, vede la verità della gloria di Dio verso la quale è diretto, vede e contempla il mistero conservato nel cuore per una vita. Credo che anche per noi si dovrà ripetere qualcosa del genere. Anche noi viviamo nel mistero. Auguriamoci che la nostra morte sia davvero il giorno in cui finiamo di camminare per vedere il mistero nella sua essenza, nella sua identità.

La preghiera di Stefano è, poi, una diretta imitazione di quella di Gesù. Stefano muore pregando. Nella Chiesa di Stefano si invita tutti a morire così, a morire mentre si è in preghiera. La preghiera di Stefano, abbiamo detto, altro non è se non la ripetizione della preghiera di Cristo. Stefano muore perdonando ai suoi lapidatori. Come Gesù è morto chiedendo al Padre perdono per i suoi uccisori che sono tutti gli uomini e, quindi, anche noi. Noi come moriremo? La nostra Chiesa cosa ci insegna? Noi viviamo in un mondo nel quale non si parla più della morte e del morire. Forse è un poco anche colpa nostra. Nostra di cristiani e nostra di Chiesa che abbiamo talmente censurato la morte da non poter più nemmeno dire che i cristiani sanno morire così, sanno morire pregando, sanno morire chiedendo perdono per le loro colpe e sanno morire perdonando coloro che hanno fatto qualcosa di male contro di loro. La Chiesa di Stefano è una Chiesa perseguitata. È una Chiesa dove c’è il rischio di morire tutti i giorni. È per questo che l’esempio di Stefano diventa un esempio bello, fondamentale, chiaro. Un esempio di come si muore per amore di Cristo, per amore di Dio e guardando a Lui. Anche la nostra Chiesa, al pari di quella di Stefano, deve insegnare a morire così, con il nome di Dio sulla bocca, con l’esempio di Cristo nel cuore. Qui la meditazione si fa più personale.

  • Come mi sto educando a morire?
  • Come voglio morire io?

La presenza di Saulo

Il capitolo chiude con un piccolo post scriptum, una nota che sembra quasi non avere significato se non alla luce della storia futura. C’è un giovane, Saulo, uno di quelli che non ha ancora l’età per tirare le pietre, ma che viene cresciuto per esserlo. Per ora non può che custodire i mantelli. Ebbene questo giovane che è testimone e che approva quello che viene fatto contro Stefano, sarà colui che diventerà il più grande missionario e il più grande predicatore di tutti i tempi. Gli Atti degli Apostoli ci invitano quindi a considerare come anche una persona che è ostilmente contro la Chiesa, anche un’anima che, in un momento della vita è contro Cristo, non è detto che rimanga tale per sempre. È possibile che una forte esperienza di fede, una forte esperienza di Chiesa, la convertano, la cambino nel profondo, la trasformino nella sua identità. Saulo comunica così la sua vocazione. La missione di Paolo è passata anche attraverso questo momento di approvazione di ciò che è stato fatto a Stefano. Mai, quindi, occorre disperare e mai possiamo dire quale sarà l’esito della vita di un’anima. Tutto questo è un mistero che è nelle mani di Dio. Ogni tanto occorre davvero che qualche giusto muoia per trasformare un ingiusto in un giusto! Anche nella nostra epoca. Credo che questa nota sia più che mai essenziale nella nostra Chiesa. Chiesa che vive in un momento storico nel quale noi vediamo bene che non bastano gli esempi o che anche in presenza di esempi buoni, non è detto che ci siano risultati buoni.

Andiamo avanti, sapendo che ogni cosa è davvero nelle mani di Dio.

In sintesi:

  • la Chiesa di Stefano è una Chiesa che vive i primi problemi e che cerca nella fede, nella Scrittura, nella preghiera, nella vicinanza al Signore le soluzioni migliori per essi;
  • è una Chiesa perseguitata che rilegge la propria persecuzione come metro di appartenenza a Cristo;
  • è una Chiesa dove c’è spazio per un’esemplarità grande;
  • è una Chiesa che insegna a non temere la morte, ma a viverla come un abbandono totale nelle mani di Dio.

La nostra Chiesa cosa vuole essere?

Actio

L’esercizio che nasce dalla Parola di Dio

Suggerisco di provare a rileggere la storia della nostra Chiesa alla luce di quello che abbiamo letto ed ascoltato.

Contemplatio

Mi impegno a pregare per la Chiesa, partendo dalla Parola di Dio e dalla celebrazione della S. Messa.