6° Incontro – La chiesa di Paolo2024-01-18T17:22:14+01:00

Project Description

Statio

Introduzione

Questa sera vorrei sottolineare con voi l’importanza di Paolo e la sua visione di Chiesa nel quadro che emerge dal brano della sua conversione in Atti 9, brano che riguarda la vocazione di Saulo, il giovane persecutore che diventa l’Apostolo Paolo. Ci sarebbero un’infinità di cose e di brani biblici che potremmo leggere per capire la presenza di Paolo nella Chiesa, ma, sul finire di questo percorso – siamo al penultimo incontro – credo che sia meglio sostare solo su questo brano.

Lectio: i testi biblici per noi At 9

Saulo si converte

Atti 9:

  • vv 1-9: l’evento: “Saulo, perché mi perseguiti…”
  • vv 10-14: la reazione di Anania: “Eccomi… Signore, riguardo a quest’uomo…”
  • vv 15-16: la risposta di Dio: “Va’, egli è per me strumento eletto”
  • vv 17-19 a: la nuova vita di Paolo: “fu battezzato”.

Meditatio

Saulo, perché mi perseguiti

L’evento di Damasco, come lo chiamiamo, è un tema molto presente negli scritti di San Paolo. Almeno tre volte egli narra ciò che accadde, donandoci non una descrizione puntuale di un fatto, ma l’interpretazione spirituale di un evento. Paolo era uomo di fede, lo sappiamo, formato alla scuola di Gamaliele il vecchio. Credeva fosse non solo suo compito ma addirittura volontà di Dio perseguitare i cristiani. Probabilmente, nel vedere le sofferenze causate ai primi cristiani, Paolo pensò molto seriamente a questa sua posizione e a questa sua visione delle cose. Non fu, probabilmente, un evento immediato, istantaneo, isolato. La conversione di Damasco fu un ultimo passo di un itinerario di conversione al quale Paolo avrà più volte pensato e al quale Dio ha preparato la sua anima. Paolo ci dice che quell’evento ebbe la forza di uno scossone, paragonabile ad un cadere da cavallo; ebbe una forza mortale, quasi un cadere nelle tenebre della cecità e lo stare per tre giorni senza mangiare, ovvero in una situazione di non vita prima di risorgere; dopo tre giorni – l’allusione alla passione, morte e risurrezione del Signore è immediata – egli ebbe a rinascere per merito di Anania. Paolo ci sta dicendo come avvenne la sua conoscenza della Chiesa e la sua decisione di appartenere alla Chiesa. Non avvenne per una conoscenza riferita, non avvenne per una conoscenza esteriore, non avvenne per un resoconto di qualcuno. La sua conoscenza di Cristo e della Chiesa avvenne in un momento di difficoltà, in un momento come di buio, come di cecità. Paolo ci sta dicendo che, per tutti, la conoscenza della Chiesa, la decisione di essere credenti, la decisione di appartenere alla Chiesa non può avvenire in maniera intelligente, totalizzante, se non attraverso un evento personale, che può anche nascere da uno scontro, da un momento di difficoltà o di crisi. Paolo ci sta dicendo che non si può far parte della Chiesa solo per tradizione, così come lui mise in crisi il suo appartenere al popolo ebraico e alla fede ebraica solo per tradizione. Anzi, è come se San Luca, ripensando alla vicenda di Paolo e a quello che aveva da lui udito, ci dicesse che fin quando l’appartenenza di Paolo al mondo della fede fu formale, ci furono solo una sequenza di guai incredibili. Quando la sua appartenenza fu messa in discussione, quando la sua appartenenza alla fede cambiò aspetto grazie alla conoscenza di Cristo, nacque un nuovo Paolo e una nuova esperienza di fede. Anche noi siamo qui, con un’appartenenza di fede che nasce sicuramente dalla tradizione. Siamo stati battezzati, siamo stati educati alla fede, siamo dentro la Chiesa quasi per osmosi. Tutti dovremmo però chiederci:

  • Dove colloco la mia maturazione di fede rispetto al mio appartenere alla Chiesa?
  • Qual è il mio personale evento di Damasco in cui ho mutato la mia appartenenza formale in una scelta personale e matura?

Anania, la prima guida di Paolo

L’evento di Damasco non finisce qui. La parte più bella e più interessante è quella che ci viene descritta da San Luca nel proseguimento del brano. Saulo viene portato a Damasco dove il Signore ha già una Chiesa, c’è già una piccola comunità, quella che Saulo voleva perseguitare e, al limite, distruggere. C’è questo Anania, personaggio davvero geniale. Anzitutto è uno dei tanti che vive, pur essendo già cristiano, una vocazione nella vocazione. Essendo già membro della Chiesa, a lui viene chiesta una missione speciale: essere il primo ad incontrare Saulo che vive da tre giorni come una non vita, come mezzo morto. Anania è geniale per due motivi. Il primo è la prontezza della vocazione. Appena chiamato, Anania dice “Eccomi!”. Sull’esempio di Abramo, sull’esempio di Maria, sull’esempio di molti altri, Anania si rende subito disponibile per qualcosa di grande. Non sappiamo bene come avvenne questa chiamata, se per apparizione, se per convincimento interiore dopo che la notizia delle condizioni di Paolo, evidentemente, si diffuse. Ma, dopo questo primo atto di grande disponibilità, sembra quasi che Anania ci ripensi. Con discrezione e con ironia egli dice direttamente a Dio: “Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. Inoltre ha l’autorizzazione dei sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome”. Come dire: se proprio vuole prenderci, almeno venga lui! Perché dovrei andare io da uno che so essere nemico? Perché devo andare io da uno che ci vuole annientare e distruggere? Parole bellissime, dette con discrezione ed anche con ironia! Anania sa che potrebbe anche essere lui ad avere la peggio e cerca di cavarsela con un gentile rifiuto!

È la parte più bella e più interessante del brano anche per noi.

Anzitutto queste parole ricordano a noi che, nella vita cristiana, ci sono molte chiamate e che anche noi, pur nella vita della Chiesa, magari da moltissimi anni, possiamo vivere chiamate nuove. Può essere la chiamata ad un nuovo servizio. Penso che questa realtà potrebbe anche riguardare molti di noi. La cosa che mi piacerebbe moltissimo per vincere quei campanilismi dei quali ho parlato anche negli Esercizi spirituali di ottobre è che molti di noi si rendessero disponibili anche per qualche servizio in altre comunità. Credo che questo sarebbe davvero il segno di una maturità grande e di una libertà ancora più grande. Ci sono già alcuni volontari che fanno così, che vivono il proprio servizio in una parrocchia diversa da quella dell’origine della loro fede. Pochi, ma ci sono. Se ce ne fossero di più, io credo che tutti faremmo un’esperienza di fede diversa, perché tutti potremmo aprirci ad una ricerca del bene di tutti in modo libero, autonomo, generoso, fedele. Credo anche che la seconda chiamata potrebbe consistere in una verifica dei servizi che viviamo. Magari sono anni che siamo dentro un servizio. Inevitabilmente, anche con la migliore delle ipotesi e la migliore delle interpretazioni, finiamo, inevitabilmente, per rendere il servizio un po’ nostra proprietà. Lo svolgiamo certamente al meglio che siamo capaci, ma non rendiamo disponibile la novità che altri, facendo in modo diverso, rinnovino, integrino, cambino secondo quello che lo Spirito di Dio suggerisce utilizzando i talenti di ciascuno.

In secondo luogo, faccio anche notare che spesso i rinnovamenti ecclesiali maggiori sono avvenuti in storie di persone che erano lontanissime da Dio e dalla Chiesa. Saulo, per dirne uno, Camillo de Lellis, che dai bassifondi dei porti diventa il grande inventore dell’ospedale moderno, Ignazio di Loyola, che da soldato guerriero e donnaiolo diventa il fondatore di un ordine religioso grande e vitale per la Chiesa… la lista potrebbe andare avanti. Forse tocca noi avere questa libertà di vedere anche in chi non ha avuto grandi partecipazioni e che appartiene alla Chiesa solo in modo molto formale, un fratello da coinvolgere. Forse tocca noi, invece di lamentarci che siamo sempre pochi, che siamo stanchi, che passano gli anni… cercare quel coinvolgimento che non è brutale e che passa per una chiamata. Sentendoci chiamati noi a fare altro, chiamiamo noi per primi altri a ricoprire i servizi generosi che copriamo noi!

  • Quale potrebbe essere la mia seconda chiamata?
  • Chi potrei coinvolgere io in prima persona per alleviare le fatiche mie o di qualcun altro?

Saulo, fratello mio!

Anania non ha ancora finito di stupirci. Consapevole di questa seconda chiamata, così come l’abbiamo chiamata, Anania va fisicamente da Paolo e, dopo tutta questa reticenza, si rivolge a lui chiamandolo fratello. “Saulo, fratello mio…”. Anania cioè riconosce che anche un uomo che è stato nemico, anche uno che si presentava come persecutore, anche uno che non era mai stato parte della Chiesa ed aveva reso impossibile la professione di fede di molti, può diventare un fratello. Anania avrebbe potuto rinfacciare di tutto a Paolo. Era lì, mezzo morto, quasi cieco, sdraiato, senza forze. Avrebbe potuto presentargli, per così dire, il conto di tutte le sue persecuzioni, avrebbe potuto trattarlo male, avrebbe potuto rinfacciargli la sua provenienza e molto altro ancora. Non fa niente di tutto questo, ma lo chiama fratello, cioè vive il carisma dell’accoglienza. La prima cosa che Paolo riceve quando entra a far parte del mondo cristiano è l’accoglienza. Accoglienza generosa. Che non è senza regole, che non è senza un’istruzione vera, puntuale, precisa. Saulo riceve tutto questo, ma con assoluta discrezione e con attenzione alla sua persona.

Mi domando se le nostre comunità sono così accoglienti. A me verrebbe da dire che sono accoglienti con chi vogliamo noi, con chi già conosciamo, con chi ci è amico, con chi già è, in qualche modo, del giro. Difficilmente, invece, siamo capaci di accogliere con gioia, con un sorriso, con attenzione, integrando rispetto a un vissuto presente, cercando di rendere più bella e più possibile l’appartenenza di chi si affaccia alla comunità cristiana. Forse vorremmo essere così, forse diciamo di essere così, ma, poi, non ce la facciamo. Su questo tema credo che mai avremo finito di interrogarci, di riflettere, di metterci in discussione. Nella Chiesa credo che sia stato sempre così e che mai ci sia stato un tempo nel quale, davvero, si è riusciti ad essere accoglienti in tutto e per tutto. La figura di Anania rappresenta tutti quelli che hanno cercato di essere accoglienti nel nome del Signore e che hanno realizzato questo carisma di accoglienza. Rispetto alla vita della nostra comunità pastorale, vorrei che tutti ci domandassimo:

  • Quanto siamo davvero accoglienti?
  • Cosa possiamo fare per vivere il carisma dell’accoglienza?

Fu battezzato e prese cibo

Passiamo al versante di Paolo. Come ha vissuto Paolo questa accoglienza? Non solo dal punto di vista umano, non solo nelle parole gentili e affabili di Anania, non solo nel suo rimanere con lui senza dubitare molto della sua reale convinzione rispetto a quel gesto. Paolo ha sperimentato anche l’accoglienza della Chiesa nei Sacramenti. Il Battesimo, anzitutto, ricevuto subito. Certo Paolo non era digiuno di formazione teologica! Avrebbe dovuto conoscere la parola di Cristo, come poi fece rimanendo due anni senza compiti, senza “lavoro” per così dire, mentre, “nel deserto”, cioè in un’esperienza di silenzio e intimità con il Signore, conosceva il vangelo di Cristo. Subito, però, ricevette il Battesimo. Ovvero entrò a far parte della Chiesa. Saulo accetta di diventare uno dei perseguitati nel nome del Signore. Comprende che il suo modo di vedere Dio era fuori strada. Al Dio della vendetta, al Dio assoluto da servire uccidendo altri uomini, Paolo sostituisce il Dio della misericordia, il Dio che parla personalmente, come lui stesso ha appena sperimentato, il Dio che accoglie, come Anania gli sta mostrando. Saulo accetta di cambiare il suo modo di credere e diventa Paolo, un uomo nuovo che proclamerà il Vangelo ad ogni creatura. Saulo diventa Paolo e diventerà lui stesso uomo di misericordia, di riconciliazione. È interessante notare che Paolo era un “omino:” basso, gracile, malaticcio… sarà lui la voce più importante di tutta la cristianità, l’apostolo delle genti come noi giustamente lo chiamiamo.

Nel prendere cibo possiamo vedere molte cose: la carità di chi vede un uomo gracile, sofferente da giorni e lo sfama; la “festa” del Battesimo perché Paolo, divenuto cristiano in segreto, in privato, deve avere almeno un segno di generosa accoglienza che non sia solo quello della parola; oppure il riferimento è all’Eucarestia. Nella prima comunità cristiana, quando si battezzavano gli adulti, venivano ammessi all’Eucarestia, come è ancora oggi nella prassi della Chiesa rispetto all’iniziazione cristiana degli adulti. Forse tutte e tre queste cose. Mi piace pensare che Anania e Paolo siano stati insieme anche a raccontarsi le loro cose in un contesto di allegria e famigliarità, così come mi piace pensare che abbiano celebrato insieme la S. Eucarestia. L’accoglienza della Chiesa non è solo formale, non è solo a parole, ma si traduce in gesti concreti. Il primo gesto concreto è quello sacramentale.

Anche noi siamo in un momento in cui dobbiamo rimettere al centro della discussione e della prassi cristiana tutte queste cose, specialmente il dato di appartenenza all’Eucarestia, che non può più essere un dato solo della tradizione. Noi abbiamo ancora la tradizione della Prima Comunione, Sacramento al quale ammettiamo tutti, chi è preparato e pronto per vivere questo gesto e chi non lo è affatto e viene solo perché “si fa così”. Poi vediamo bene il crollo della pratica sacramentale, anzi, più che il crollo, ci rendiamo conto che questa prassi non porta da nessuna parte. I sacramenti sono dati in eterno, quindi non possono essere mai ritirati. Però è possibile, con i singoli, quando uno riflette sulla propria posizione, fare un itinerario di avvicinamento perché ci sia una riscoperta dei sacramenti che si è già ricevuti nell’incoscienza. Credo che questa sorta di cammino catecumenale sia davvero una possibilità che viene data alla nostra Chiesa e ai nostri fedeli. È possibile che uno si riavvicini dopo molto tempo al Sacramento, è possibile che uno cerchi di prendere coscienza di cosa significhi fare la comunione, chiedere un Sacramento, vivere un atto di fede ufficiale. Credo che tutte queste cose che vengono date senza condizioni ai piccoli, e forse è giusto anche così, poi possano diventare per tutti occasione di ripensamento, di riappropriazione di un gesto, di meditazione di una realtà soprannaturale. Credo davvero che occorra fare un itinerario catecumenale per adulti. Forse in questa posizione ci sono anche i nostri figli, i nostri nipoti, che hanno vissuto i sacramenti ma, poi, ad un certo punto della vita, li hanno sospesi. Occorre un itinerario anche con loro, prima che sia stato perduto. Occorre un itinerario anche con loro, prima che tutto sia gesto senza senso o partecipazione solo formale. Riscopriamo l’importanza di un itinerario catecumenale. Potrebbe anche essere che una delle figure necessarie nei prossimi anni, sia un “Anania” locale! Un uomo, una donna che si prende carico della fede degli adulti che vogliono riscoprire la bellezza della loro fede e l’importanza, per esempio, dei gesti sacramentali…

  • Cosa penso di questo itinerario per tappe, catecumenale?
  • Mi potrei rendere io disponibile per questo?

Actio

L’esercizio che nasce dalla Parola di Dio

Suggerisco di pensare bene a quale immagine di Chiesa noi per primi siamo capaci di dare:

  • Viviamo l’espressione di una Chiesa accogliente?
  • Viviamo l’espressione di una Chiesa che accompagna nell’itinerario sacramentale?

Contemplatio

Mentre ci avviamo all’ultimo incontro, cerchiamo di pregare per la Chiesa. Vi invito ad offrire una S. Messa infrasettimanale proprio per il bene della Chiesa.