Domenica 01 giugno

7 di Pasqua

Introduzione

  • Crediamo veramente alla vita cristiana e all’unità come forma di testimonianza?
  • La speranza che continua ad essere il faro guida di quest’anno giubilare sta prendendo piede nei nostri cuori?

Siamo in una domenica che fa da ponte tra la festa dell’Ascensione che abbiamo celebrato giovedì scorso e la Pentecoste che celebreremo domenica prossima. È il Signore stesso che ci sta dicendo che è la nostra testimonianza di vita cristiana a permettere di credere in lui. Crediamo davvero a questa parola? Vorrei che riflettessimo brevemente su questo tema non facile che la scrittura, quest’anno, ci assegna.

La Parola di Dio 

LETTURA At 7, 48-57
Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni. Stefano disse: «L’Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo, come dice il profeta: “Il cielo è il mio trono e la terra sgabello dei miei piedi. Quale casa potrete costruirmi, dice il Signore, o quale sarà il luogo del mio riposo? Non è forse la mia mano che ha creato tutte queste cose?”. Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata». All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui.

SALMO Sal 26 (27)

Nella casa del Signore contempleremo il suo volto.
Oppure: Alleluia, alleluia, alleluia.

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura? R

Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario. R

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il mio cuore ripete il tuo invito:
«Cercate il mio volto!».
Il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto. R

EPISTOLA Ef 1, 17-23
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro. «Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi» e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.

VANGELO Gv 17, 1b. 20-26
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Vangelo

Partiamo da una  consapevolezza che dovrebbe essere nel cuore di coloro che credono. Gesù, lasciando questo mondo, ha più volte insegnato e ha più volte ricordato ai suoi discepoli che, dal momento in cui sarebbe stato tolto dal mondo, egli aveva solo loro, i discepoli, come segno della presenza di Dio in mezzo agli uomini e come richiamo perché la fede di altri potesse giungere alla perfezione. È un discorso di grande fiducia che Cristo esprime nei confronti dei discepoli. Dio si fida di coloro che ha chiamato perché la sua parola trionfi nel mondo. Cristo si fida della loro presenza perché la sua opera continui nel mondo. Ecco il primo dato, ecco la prima consapevolezza.

Per meglio spiegare cosa egli intenda, Gesù prosegue nella sua predicazione, ricordando che sarà l’unione che vivranno tra di loro ad essere un segno della presenza di Dio nel mondo. Unione che non deve essere solo nominale, qualcosa a cui ci si richiama come verità profonda da lasciare sullo sfondo, ma che deve divenire realtà- unità che deve essere cercata, difesa, approfondita, amata, compresa. Unità che deve essere il cuore della missione dei discepoli stessi, che dovranno custodirla con cura e realizzarla nel corso delle opere a loro richieste nei difficili giorni che li attendono.

Al discepolo che vuole seguire il Signore e che si appresta a vivere un’unità profonda e vera con gli altri uomini in segno della sua fede, è data anche una speranza. La speranza che, alla fine dei propri giorni, si potrà essere immersi nel mistero di Dio, la speranza della vita eterna, la speranza della vita in Cristo. Così che questa speranza sia il fine verso cui far convergere ogni cosa della vita e, quindi, avere un richiamo nelle cose di ogni giorno, perché tutto si componga verso quell’unico fine verso il quale deve dirigersi ogni cosa.

Atti

Come sempre il discepolo ascolta e ripropone ciò che Cristo ha detto, ma la comprensione di queste parole e soprattutto il viverle, il metterle in pratica, è cosa difficilissima. Ecco Stefano, il primo diacono della Chiesa, che deve spronare coloro che lo ascoltano, perché queste parole non sono nel cuore di chi si dice già cristiano. Ecco che Stefano, per spronare il cammino, usa parole molto dure. Egli chiama infatti coloro che lo ascoltano: “testardi e incirconcisi nel cuore”. Come dire: è facile ascoltare il vangelo, è facile essere d’accordo, è facile annuire, ma è sempre difficile metterlo in pratica, è sempre complesso tirare le conseguenze di ciò che il Signore ha predicato. Stefano vede già una chiesa che stenta a muoversi nella direzione dell’unità di cui ha parlato Cristo, così come vede le difficoltà di un camino che dovrebbe coinvolgere tutti e dare a tutti speranza. Stefano vede già la differenza tra credenti e non credenti che sta emergendo e vede già come alcuni si fidino della parola del Signore e mirino alla vita eterna, mentre altri risultano assolutamente indifferenti rispetto alle verità della fede. Con molta forza Stefano sprona, ricordando che la non fede può sempre essere un esito di vita ma chi si chiude dentro questo orizzonte, non perviene mai ad alcuna speranza. La vita di chi è senza fede è una vita concentrata solo sulle cose ma chiusa a quell’orizzonte di speranza che Cristo vorrebbe donare a ciascuno.

Efesini

Ecco allora la preghiera di San Paolo agli Efesini.

Fratelli, il Signore della gloria vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di Lui”. È la prima preghiera, la prima intercessione dell’Apostolo. Paolo è convinto che quando c’è una conoscenza sempre più approfondita del mistero di Cristo, allora le cose vanno sempre per il meglio, ma quando manca la conoscenza del Signore, tutto si arena e il cammino della vita diventa, in qualche modo, più difficile.

Illumini gli occhi del vostro cuore, per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati”. È la seconda intercessione dell’Apostolo. Paolo prega perché tutti arrivino ad una conoscenza più profonda del mistero di Cristo che accende in noi la speranza. La speranza della vita eterna nasce solo dove c’è una conoscenza non superficiale del mistero. La speranza nasce solo dove c’è un approfondimento continuo della propria fede. Paolo lo sa bene e, accodandosi alla predicazione di Stefano, spinge sprona ad avere un costante approfondimento del mistero di Dio, non fermandosi mai alle conoscenze che si posseggono.

La chiesa è il corpo di Lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose”. Paolo continua ancora la sua predicazione, ricordando che le verità della fede sono affidate alla Chiesa perché essa, condividendole con tutti gli uomini, possa davvero essere luce, punto di riferimento, maestra per le verità della fede ma anche per il modo di viverle, di metterle in pratica, di attuarle. È la chiesa come insieme dei credenti che conserva le verità rivelate da Dio e che le porta ad altri uomini, indicando a tutti la speranza della vita eterna come meta verso la quale tendere.

Per noi e per il nostro cammino

Credo che sia giusto far risuonare le parole che abbiamo ascoltato perché siano anche per noi uno sprono reale a vivere con forza il cammino che possiamo fare. Partiamo da una prima domanda:

  1. Abbiamo la consapevolezza che Cristo ha noi perché il mondo conosca la sua rivelazione?

È una prima domanda alla quale dobbiamo tutti tentare di rispondere. Oggi molti vedono la chiesa come un ente al quale rivolgersi per avere dei servizi, delle prestazioni. Stando però a questa parola, la chiesa non è un ente che eroga servizi, ma una comunità che deve tentare di vivere la parola del Signore, lasciandosi ispirare da lui. La Chiesa è quella presenza di Cristo nel mondo che deve attirare al cuore di Gesù ogni uomo. Non un ente che eroga, ma una comunità che testimonia. Vorrei che ci chiedessimo tutti se abbiamo questa consapevolezza e se ciascuno sta partecipando, per quanto può, a questa realtà e a questa missione. È una trasformazione che ci viene richiesta ma è anche una missione alla quale dobbiamo partecipare. Qui sta la chiesa del futuro. Sempre meno ente, sempre più insieme di uomini che realizza una comunione che è testimonianza della presenza di Cristo.

  1. Quale forma di unità esprimiamo?

Ha allora senso chiederci quale forma di unità esprimiamo. Possiamo partire dall’unità dal basso che dobbiamo esprimere, vale a dire le diverse forme di unione che ci riguardano come comunità pastorale, come singoli credenti, per poi arrivare alla Chiesa universale. Oppure potremmo fare il contrario: partire dal livello macro per giungere al nostro piccolo livello. Cosa facciamo noi per costruire l’unità della chiesa? Certo è che l’unità è la forma di testimonianza più efficace e vincente che possiamo attuare. Unità che spesso non c’è. Tra noi, perché viviamo continue forme di divisione. Con la chiesa universale, perché facciamo veramente fatica a vederci gregge che cammina con un unico pastore. Da questo punto di vista i continui spunti per vivere bene il giubileo, il giubileo stesso, l’elezione del nuovo papa sono richiamo che dobbiamo fare nostri per vivere un’unione sempre meno formale e sempre più reale alla Chiesa e a Cristo.

  1. Quale speranza testimoniamo?

Così, nell’anno tutto dedicato alla speranza, trovo che si bello chiederci, mentre finiamo un anno pastorale, cosa abbiamo fatto per approfondire la speranza cristiana e come la testimoniamo. Soprattutto, mentre celebriamo l’ascensione e in attesa della Pentecoste, vorrei che tutti ci chiedessimo se stiamo testimoniando la speranza nella vita eterna. Nei nostri dialoghi, nei nostri incontri, nelle cose che facciamo nel nostro comune modo di vivere la vita, brilla questa speranza? Se il giubileo sta trovando posto nel nostro cuore, dovremmo essere noi i primi che riescono a testimoniare la speranza nella vita eterna come fonte di ispirazione per tutti i comportamenti quotidiani.

  1. Quale conoscenza di Cristo viviamo?

La speranza dipende, però, dalla conoscenza effettiva di Cristo. Ecco perché è importantissimo che noi cerchiamo di riflettere sul livello della nostra conoscenza di Cristo, il modo che abbiamo di approfondirla, sul modo con cui cerchiamo di viverla e di mantenerla. Non vorrei che la fine di un anno pastorale coincidesse con il tempo della dismissione di ogni cosa.

Ecco il cuore di questa domenica: l’unità dei credenti nella Chiesa diviene per tutti segno di speranza e motivo per interrogarsi circa una più profonda conoscenza del mistero di Dio.

Chiediamo il dono dello Spirito Santo, in questa novena di Pentecoste, per cercare di camminare alla luce dello Spirito verso queste mete che la Parola di Dio ancora una volta ci ha indicato e per le quali ci sprona a vivere sul serio il nostro appartenere a Cristo.

2025-05-30T12:12:26+02:00