1° Domenica dopo il martirio
Per introdurci
Siamo in una nuova sezione del tempo dopo Pentecoste, la seconda, che vuole aiutarci a mettere al centro della nostra riflessione il mistero di Cristo. Ci apprestiamo anche a riprendere il cammino di un nuovo anno pastorale, che, ufficialmente inizierà venerdì. Le letture di oggi ci provocano:
- Cosa penso io quando sento “cieli nuovi e nuova terra”?
- Che impegno metto per curare le mie opere?
- Mi sento bisognoso di cure?
La Parola di Dio
LETTURA Is 65, 13-19
Lettura del profeta Isaia
Così dice il Signore Dio: «Ecco, i miei servi mangeranno e voi avrete fame; ecco, i miei servi berranno e voi avrete sete; ecco, i miei servi gioiranno e voi resterete delusi; ecco, i miei servi giubileranno per la gioia del cuore, voi griderete per il dolore del cuore, urlerete per lo spirito affranto. Lascerete il vostro nome come imprecazione fra i miei eletti: “Così ti faccia morire il Signore Dio”. Ma i miei servi saranno chiamati con un altro nome. Chi vorrà essere benedetto nella terra, vorrà esserlo per il Dio fedele; chi vorrà giurare nella terra, giurerà per il Dio fedele, perché saranno dimenticate le tribolazioni antiche, saranno occultate ai miei occhi. Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, poiché creo Gerusalemme per la gioia, e il suo popolo per il gaudio. Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo. Non si udranno più in essa voci di pianto, grida di angoscia».
SALMO Sal 32 (33)
Nel Signore gioisce il nostro cuore.
Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate. R
Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Il Signore guarda dal cielo:
egli vede tutti gli uomini. R
Dal trono dove siede
scruta tutti gli abitanti della terra,
lui, che di ognuno ha plasmato il cuore
e ne comprende tutte le opere. R
L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
È in lui che gioisce il nostro cuore,
nel suo santo nome noi confidiamo. R
EPISTOLA Ef 5, 6-14
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, nessuno vi inganni con parole vuote: per queste cose infatti l’ira di Dio viene sopra coloro che gli disobbediscono. Non abbiate quindi niente in comune con loro. Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».
VANGELO Lc 9, 7-11
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elia», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo. Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono a Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò in disparte, verso una città chiamata Betsàida. Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Vangelo
Partiamo, per la nostra riflessione, proprio dal Vangelo. Abbiamo sentito il riferimento a Giovanni il Battista, di cui abbiamo celebrato il ricordo del martirio martedì scorso. Morto Giovanni, inizia il ministero del Signore Gesù, che per la sua predicazione viene subito collocato nella scia del Battista. È così che anche Erode si domanda chi sia questo nuovo predicatore, dal momento che la voce di Giovanni era stata messa a tacere. Quella di Erode non è, però, una voce della coscienza. Egli non si domanda chi sia il Signore Gesù per poi ascoltarlo, come invece fanno molte persone che, incuriosite dalla sua parola e dai segni miracolosi che compie, si mettono sulle sue tracce. Anche i discepoli sono sempre in formazione, ecco perché l’Evangelista precisava che tutti coloro che avevano bisogno di cure, sia fisiche che spirituali, ricorrevano alla sua parola e all’incontro con la sua persona. È molto forte questa versione dell’identità del discepolo che ci viene proposta: anche chi segue il Signore è uno che ha bisogno di cure, è uno che ha continuamente bisogno di stare alla scuola del Signore, è uno che sempre deve confrontarsi con la sua parola, se vuole continuare il suo cammino e se vuole proseguire in una conoscenza sempre più profonda della fede. In questo il discepolo si sente parte di quel popolo della salvezza che cerca continuamente la sorgente della propria vita spirituale.
Isaia
Cosa che aveva capito benissimo il profeta, qualsiasi uomo di fede comprende che la sua storia è un pellegrinaggio verso i “cieli nuovi” e la “terra nuova” che Dio stesso promette. In fondo, ci dice il profeta, qualsiasi uomo si sente come un po’ straniero nella terra che abita, nel tempo nel quale si colloca la sua vita e sente di essere chiamato ad altro, a qualcosa di definitivo, stabile, non segnato dalla caducità e, soprattutto dal peccato. Ecco perché l’espressione “cieli nuovi e terra nuova” ha presto finito per indicare la vita eterna. Il profeta comprende che Dio chiama a sé l’uomo, lo vuole nella dimensione della sua stessa esistenza, lo vuole associare al suo stesso stato di vita. Così l’uomo capisce che la sua vita altro non è che un pellegrinaggio. Un pellegrinaggio verso l’eternità nella quale Dio attende e verso la quale Dio attrae tutti. Altra immagine dell’eternità è la visione di Gerusalemme, alla quale accennava il profeta, quella Gerusalemme che non è la città edificata dagli uomini ma da Dio, quella Gerusalemme che non corrisponde a nulla di ciò che è terreno e di ciò che l’uomo sa fare con le proprie mani, ma che è voluta, sostenuta da Dio stesso, nella perfezione della sua creazione, quella città non più segnata da nulla di male e, per questo, eterna e bellissima, attraente, in grado di diventare il desiderio di tutti gli uomini che vogliono essere in comunione con Dio. È una visione molto bella di ciò che avverrà, che ci consegna parole e simboli che anche noi cristiani utilizziamo, specialmente nella celebrazione delle esequie.
Efesini
San Paolo ci ha proposto di riflettere sulle conseguenze morali di questo percorso. Se il cristiano è un uomo che si reputa sempre in cammino, se la vita è tutta un pellegrinaggio, se la vita altro non è che un continuo desiderare di essere con Dio nell’eternità, allora ha senso la proposta di una vigilanza che è anche un’espressione della prudenza e di qualsiasi altra virtù del cammino credente.
“Comportatevi come figli della luce: il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia, verità”. Da cosa si capisce se uno è attratto dalla vita eterna? Da cosa si comprende se uno si reputa in cammino verso l’incontro con il Signore? Dalla continua ricerca della verità, ovvero, per tornare alle parole del Vangelo, dal fatto che uno si considera sempre discepolo; dalla bontà, ovvero dal tentativo di essere come Dio, e cioè misericordiosi nel guardare agli altri; nell’essere giusti, di quella giustizia che non è solo semplicemente il rispetto di regole formali, ma l’atteggiamento del cuore di chi vive in conformità a quello che Dio chiede.
“Cercate ciò che è gradito al Signore, non partecipate alle opere delle tenebre”. Anche in questo modo San Paolo richiama i credenti. Essere discepoli, sapersi in cammino verso l’eternità richiede molta vigilanza. La vigilanza di chi non vuole partecipare alle opere delle tenebre, ovvero a tutto ciò che si oppone alla bontà di Dio. Pur in mezzo al mondo che le compie, il cristiano sa che se il fine della sua vita è l’eterna comunione con Dio, ci sono opere dalle quali deve astenersi o contro le quali deve cercare di lottare. La vita morale del cristiano è, quindi, sempre, una lotta contro tutto ciò che si oppone alla verità di Dio.
“Svegliati o tu che dormi…”. Con la forza della sua predicazione, infine, San Paolo invita a smascherare le opere delle tenebre che ci sono nel mondo, perché ci sia chiarezza. Chiarezza sui principi, ma anche chiarezza su cosa la Chiesa, il popolo cristiano sostiene, insegna, promuove. San Paolo è profondamente convinto che, dove c’è lo spirito di confusione, regna, di fatto, il male. È la chiarezza dei principi che aiuta a camminare in una vita santa e nella costante edificazione di sé stessi e di chi ci è accanto.
Per il nostro cammino
Credo che queste Scritture si addicano profondamente alla situazione che viviamo in questa domenica che potremmo chiamare di progressivo ritorno alla normalità.
Anzitutto la provocazione principale:
- Noi ci sentiamo in cammino?
- Ci sentiamo protesi alla vita eterna?
Io credo che il nocciolo della questione stia proprio qui. Se noi non abbiamo più il desiderio della vita eterna, se noi non siamo più capaci di pensare al tempo che verrà, se la comunione con Dio non è più qualcosa che ci attira, perde senso qualsiasi riferimento al cammino cristiano! È l’attrazione alla vita eterna che sostiene la visione dell’esistenza come pellegrinaggio nel tempo, è l’attesa dell’essere partecipi della città eterna, della Gerusalemme celeste, dei cieli nuovi, della terra nuova, che può motivare e sostenere un modo di vivere che non è quello comune. Se manca questa attesa, se manca questo desiderio, perché impegnarsi? Se la vita finisce con la morte, a che scopo privarsi di molte cose e fare fatica per vivere un cammino serio e significativo? È solo la motivazione della vita eterna che spinge a fare qualcosa di diverso! In questo senso la ripresa di un cammino dopo l’estate, l’ingresso in un nuovo anno pastorale, ci deve rimettere subito nella condizione di chiederci se noi stiamo facendo tutto in vista dell’eternità, perché questo motiverà le scelte che faremo in questo anno e nel cammino che viene proposto a ciascuno di noi.
Una seconda provocazione:
- Che opere sosteniamo?
Perché il nostro modo di vivere sarà conforme alla speranza di vita eterna che abbiamo. Il “non partecipare alle opere delle tenebre” che ci ha richiamato San Paolo, dipende proprio da questo! Se c’è attesa della vita eterna ha senso un impegno morale e di altruismo, di volontariato, di accoglienza, di fratellanza. Ma se mancasse la speranza della vita eterna, queste opere potrebbero diventare solo filantropia, vicinanza all’uomo, ma non carità cristiana.
La terza provocazione è quella, a mio avviso, fondamentale, ma quella a cui non si interessa nessuno, ovvero quella della chiarezza circa i principi su cui noi non dobbiamo mai transigere e ai quali non dobbiamo mai venire meno. Oggi mi pare proprio che manchi questa chiarezza. Tutto è dentro un’ombra per cui non si osa dire come stanno le cose, come effettivamente dovremmo giudicarle, come siamo chiamati a viverle da cristiani. C’è poca chiarezza, forse, nell’insegnamento della Chiesa, che osa poco da questo punto di vista, ma c’è anche poca chiarezza nostra, poca attenzione da parte nostra. Questo orizzonte di confusione non giova a nessuno, specialmente ai giovani. Sento molto spesso lamentare proprio questa mancanza di chiarezza che coinvolge un po’ tutti i settori della società e anche la Chiesa. Come fare? Come riprendersi? Credo che l’unica via sia proprio quella di lasciarci svegliare, come ci ha detto la Parola di Dio, per riprendere in mano alcune realtà, alcune verità, alcune cose imprescindibili della vita rispetto alle quali noi non possiamo venire meno. L’anno pastorale che inizia sia proprio questo. È questa la grazia che chiediamo a Maria nascente, che festeggeremo venerdì, alla quale chiediamo di intercedere per l’anno pastorale che inizia.