Settimana della 6 domenica dopo l’Epifania – lunedì – Santi Cirillo e Metodio
Per introdurci
Questa sesta settimana dopo l’Epifania inizia oggi con la festa solenne dei santi Cirillo e Metodio, ma non ha poi altre memorie o feste di santi da farci celebrare. Credo che tutti conosciamo bene la storia dei santi Cirillo e Metodio, il loro amore per la cultura, la loro fedele devozione alla Chiesa e il loro indefesso servizio. Un esempio di rara dedizione e davvero causa di santità per il loro ministero. Tuttavia, come tutti sappiamo ancor meglio, oggi è anche la festa di San Valentino, molto meno noto, eppure più “famoso” perché patrono dei fidanzati. In questo anno speciale di preghiera e di riflessioni su temi della vita in famiglia, credo che sia giusto soffermarci su questa seconda intenzione di preghiera, senza offendere i santi Cirillo e Metodio!
La Parola di Dio per questo giorno
LETTURA AGIOGRAFICA
Vita dei santi Cirillo, monaco, e Metodio, vescovo
I fratelli Cirillo e Metodio, nati a Tessalonica all’inizio del secolo IX, svolsero presso le popolazioni slave insediatesi nelle regioni del bacino danubiano un’azione missionaria, caratterizzata da una speciale attenzione ai costumi e alla lingua di quelle genti, ch’essi inserirono a pieno titolo nell’ecumene cristiana. Cirillo aveva ricevuto al fonte battesimale il nome di Costantino, con cui fu conosciuto dai suoi contemporanei; studiò a Tessalonica e, successivamente, a Costantinopoli alla scuola di insigni maestri, tra i quali il futuro patriarca Fozio. Divenuto professore nell’Università della Nuova Roma, si meritò il titolo di ‘filosofo’ e, pur rifiutando alte cariche istituzionali, fu chiamato dall’autorità imperiale a svolgere delicate ambascerie presso il califfo musulmano e presso il khan dei Khazari. Preparandosi a questo secondo delicato incarico, Costantino a Cherson, sul Mar Nero, recuperò le reliquie del papa romano Clemente, ivi sepolte. Per parte sua, il fratello di Costantino, di lui più anziano, avendo ricevuto un’accurata formazione giuridica, era assurto ad alte cariche amministrative. Sentendosi peraltro chiamato a una più intensa vita spirituale, egli decise di abbandonare il fasto dei pubblici onori e si ritirò presso una comunità monastica sul monte Olimpo, in Bitinia, assumendovi il nome di Metodio. Nell’anno 863 giunse all’imperatore Michele III, da parte del principe moravo Rastislav, la richiesta di un maestro per gli Slavi. La scelta dell’imperatore e del patriarca Fozio cadde su Costantino, il quale volle associare a sé nella missione il fratello Metodio, che già lo aveva accompagnato nell’ambasceria presso i Khazari. Con alcuni discepoli, Costantino il filosofo e Metodio per quasi quattro anni realizzarono un lavoro missionario che diede ottimi risultati. Curarono la formazione del clero per assicurare alla Chiesa slava la propria struttura gerarchica. Provvidero i popoli slavi di un proprio alfabeto, adatto a dare forma scritta alla loro lingua, che i due fratelli introdussero anche nel culto. In tal modo Costantino e Metodio realizzarono compiutamente la loro missione tra le genti slave, alle quali erano stati inviati e che essi avviarono alla conoscenza della parola di Dio e alla comprensione dei divini Misteri. La gelosa opposizione di molti ecclesiastici occidentali operanti nelle regioni danubiane ostacolò fortemente i generosi sforzi dei due apostoli degli Slavi. I due fratelli furono convocati a Roma da papa Niccolò. Vi si recarono, portando con loro le reliquie di papa Clemente, che deposero nella basilica a lui intitolata. Papa Adriano II li accolse con grande onore e diede piena approvazione al loro operato. A Roma Costantino si ammalò. Sentendo prossima la fine, vestì l’abito monastico, assumendo il nome di Cirillo, e chiuse la sua esistenza terrena il 14 febbraio 869, all’età di 42 anni. Metodio, ordinato vescovo, tornò tra le popolazioni slave con la qualifica di legato apostolico per la Pannonia e la Moravia. Lavorò con zelo indefesso, ma ebbe a soffrire grandemente a opera degli ecclesiastici latini, presenti nei territori a lui affidati e implacabili oppositori della Chiesa slava. Calunniato e accusato di eresia, fu deportato in Germania, dove sopportò la prigione e superò le condizioni di vita disumane a lui imposte. Per intervento del papa di Roma Giovanni VIII, poté riprendere la missione in Moravia, consolidando l’organizzazione ecclesiastica da lui fondata. Metodio chiuse la sua esistenza terrena il 6 agosto 885.
Greci di nascita e di cultura, inviati dall’imperatore e dal patriarca di Costantinopoli agli Slavi, i due fratelli tessalonicesi condussero la loro missione in comunione e sotto l’egida della Chiesa romana, dando peraltro vita a una tradizione ecclesiale e a una cultura pienamente slave, che hanno profondamente segnato e tuttora caratterizzano vaste aree del continente europeo. Per questo il 30 dicembre 1980 Giovanni Paolo II li ha associati al patriarca dei monaci d’Occidente, san Benedetto, quali patroni d’Europa e quale segno di comunione tra le tradizioni ecclesiali dell’Oriente e dell’Occidente.
SALMO Sal 95 (96)
Il Signore ha manifestato la sua salvezza.
Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. R
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome. R
Dite tra le genti: «Il Signore regna!».
È stabile il mondo, non potrà vacillare!
Egli giudica i popoli con rettitudine. R
EPISTOLA 1Cor 9, 16-23
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
VANGELO Mc 16, 15-20
✠ Lettura del Vangelo secondo Marco
In quel tempo. Apparendo agli Undici, il Signore Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi sarànno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
Un amore comune
In effetti c’è una cosa che accomuna i santi Cirillo, Metodio, Valentino: l’amore, la passione per l’evangelizzazione. È soprattutto San Paolo a sostenerci e a guidarci, quando dice: “mi sono fatto debole con i deboli, mi sono fatto tutto a tutti per guadagnare qualcuno!”. San Paolo dice così di sé stesso. Ha accettato tutte le forme con le quali ha dovuto concretamente vivere il suo ministero, ha accettato le fatiche e le gioie di tutti i momenti del suo cammino, ha accettato gioie e dolori del suo cammino pur di testimoniare il Vangelo. Così Cirillo e Metodio, rispetto alla loro missione e così Valentino, rispetto al suo apostolato.
Nella nostra società vediamo come il tempo del fidanzamento sia un tempo molto diverso da quell’idea che vigeva fino a qualche decennio fa. Oggi il fidanzamento è un tempo indeterminato, che spesso prevede una convivenza che non sempre si trasforma in matrimonio cristiano, nel quale molti formano, a tutti gli effetti, una famiglia, anche se non ci sono riconoscimenti di alcun genere.
Noi, alla scuola dell’Amoris Laetitia, ci domandiamo: cosa è il fidanzamento cristiano? Come la Chiesa propone di vivere questo tempo?
Anzitutto il Papa ci ricorda che esso è un tempo di grazia per un uomo e una donna che si amano e che vogliono verificare il loro amore. Un tempo di grazia nel quale chiedere una grazia particolare e necessaria: quella del discernimento. Nel tempo del fidanzamento, infatti, un uomo e una donna si devono domandare cosa Dio stia dicendo alle loro vite e cosa stia chiedendo alla loro vocazione. Non è certamente un tempo nel quale non si vivono difficoltà, tentazioni, incomprensioni, disillusioni… ma in tutto questo è comunque un tempo per interrogarsi seriamente sul valore della propria vita e sul senso della propria esistenza.
Questo tempo di grazia deve anche essere un tempo di preghiera, un tempo nel quale è bene sapersi soffermare sulla pratica della fede, per confermare ciò che già è presente, o per riannodare i fili della propria vita spirituale e della propria partecipazione ecclesiale. Il tempo del fidanzamento, comunque e per tutti, dovrebbe anche essere il tempo nel quale scoprire la forza della preghiera e il suo essere indispensabile per qualsiasi cammino che voglia dirsi cristiano ma, ancor più, per quel cammino di amore che deve unire la vita di un uomo e di una donna per sempre.
Ancora il tempo del fidanzamento è il tempo opportuno perché i fidanzati scoprano l’importanza di una comunità. Nessun uomo è un’isola. Non si cammina da soli verso il proprio futuro, verso la formazione della famiglia, verso la costruzione della propria felicità. Si cammina dentro una comunità, con il suo aiuto e con il suo esempio o portandone, magari, anche il peso e le difficoltà. Eppure il cammino condiviso sarà fonte di gioia, di pace, occasione di confronto e di crescita.
Il Papa ci avverte ancora: il fidanzamento è un tempo. Esso, quindi, ha un inizio e una fine. La fine del discernimento del fidanzamento è necessariamente o la rottura della relazione, se non esistono le condizioni per proseguire, o la celebrazione delle nozze nel Signore. Il fidanzamento non è certo un tempo che può proseguire all’infinito, senza un termine, senza una meta. Sarebbe sbagliato non solo pensare il contrario, ma soprattutto vivere come se tutto ciò non dovesse evolversi in una realtà più grande.
Per noi
Credo che oggi, per tutti noi che siamo in chiesa, sia il giorno in cui ci è chiesta una speciale riflessione o una speciale preghiera per i fidanzati. Non so se tutti abbiamo a che fare con qualche coppia di fidanzati, magari abbiamo figli o nipoti in questa situazione. Io credo che a noi incomba l’onere della testimonianza. Credo che questa sia già avvenuta a suo tempo. Ma non è finita! Testimoniare una vita cristiana buona significa anche e necessariamente richiamare i valori del fidanzamento, i valori cristiani. Senza opposizione ma con chiarezza. Con rispetto del ragionamento di altri ma non venendo meno alla coerenza che è richiesta alla nostra fede. Puntando in alto, come sempre, per spronare cammini, generare tensione verso le cose belle e alte della vita, testimoniando la bellezza della fede e il valore del cammino cristiano.
Forse tocca proprio a noi farci deboli con i deboli, utilizzando il linguaggio dei giovani di oggi, per guadagnare a Cristo anime preziose, anime belle, che devono scoprire la bellezza del proprio progetto di vita come vocazione e il valore della testimonianza da dare nella Chiesa.