Venerdì 14 marzo

Settimana della prima domenica di quaresima – Venerdì

Introduzione

Anche nei venerdì di Quaresima, dopo aver dedicato anni al commento di ogni singola Scrittura nei cicli differenti in cui è proposta ogni anno, vorrei, in questo anno giubilare, prendere in considerazione le letture in modo sintetico ed offrire una meditazione di stampo quaresimale che accompagni i vesperi. Lascerò sullo sfondo le singole Scritture che abbiamo appena terminato di leggere.

La Parola di questo giorno

Le letture sono disponibili sul libretto del vespero

Meditazione

Avere nel cuore un roveto ardente per pascere un popolo

Che cosa ha spinto Mosè a fare quello che ha fatto? Come ha potuto lui per primo avere un’esperienza di fede così profonda? Come ha potuto pascere un popolo che, come dice a più riprese lui stesso, è sempre stato ribelle, un “popolo dalla dura cervice”? Come gli fu possibile scrivere quella legge che, per secoli e millenni, sarebbe stata punto di riferimento non solo per il popolo ebraico ma anche per i figli della Chiesa? Come Samuele poté dare un re ad Israele? Come Salomone ha potuto pascere il medesimo popolo che era diventato nel frattempo un regno?

Credo che la risposta sia una sola: perché Mosè, Samuele, Salomone avevano nel cuore un roveto ardente. Certo Mosè dovette conservare per sempre, nel corso della sua vita, il ricordo prezioso di quella scena: la scena della sua vocazione, la scena del roveto che lo aveva incuriosito, la terra santa sulla quale pose i piedi e conobbe Dio, non certo per la prima volta. Mosè conosceva già il suo Dio, quel Dio che gli era stato fatto conoscere dalla sua gente, quel Dio che aveva confrontato con tutti gli dei del popolo egiziano. Quel Dio distante, quel Dio che sembrava più un’idea che una persona, d’un tratto, irruppe nella sua vita. Quel Dio che sembrava distantissimo era lì, nel roveto, che gli parlava. Quel Dio che “nessuno può vedere e rimanere vivo” aveva scelto un luogo, un tempo, un modo per rivelarsi proprio a lui, uomo fuggitivo, uomo che aveva ucciso un altro uomo, uomo che ora aveva trovato pace e serenità in una regione desertica, in una famiglia. Esperienze tutte normalissime, modeste, se vogliamo, perfino nascoste: chi vivrebbe volentieri in quella regione del mondo? Mosè fece quello che fece perché conservò sempre nel cuore il ricordo di quel roveto. Non un’idea, non un Dio lontano, ma il Dio che gli si era fatto vicino, il Dio che parlava, il Dio che lo amava, così com’era, senza chiedergli nulla, se non di aderire a quella proposta che, dall’eternità, aveva in serbo per lui e che ora, al momento giusto della sua vita, rivelava. Così Mosè ha imparato ad amare Dio e ad amare il suo popolo, ad amare la rivelazione di Dio e anche quel compito spropositato che gli era stato dato. Quel compito che sembrava impossibile, per il quale aveva una miriade di dubbi, era, di fatto, il modo con cui egli poteva continuare a conoscere Dio. Mosè conservò questo amore per sempre, fino a quella sua misteriosa scomparsa sul monte Nebo. Lì, in un’altra solitudine, in un’altra “terra santa” Mosè si affidò, per un’ultima volta, a Colui che lo aveva chiamato, per entrare ad essere parte del mistero del roveto definitivamente.

Così anche Samuele ebbe nel cuore un roveto ardente. Egli non vide roveti bruciare, ma udì la stessa voce che, in modo misterioso, gli parlava. Egli non ebbe rivelazioni singolari, ma imparò ad amare, nel nome di quel Dio che lo chiamava, un popolo che continuava ad allontanarsi da Lui. Così visse anche quel compito, il compito di cercare un re, come fedeltà alla sua missione, come vicinanza ad un popolo di cui pure era parte e che voleva sempre mettere sotto la protezione di Dio. Anche Samuele ebbe sempre un roveto nel cuore, per servire un popolo.

Allo stesso modo Salomone, che, come roveto ardente, chiese il dono della sapienza, sapendo che non avrebbe potuto fare nulla da solo, sebbene fosse uomo dotato di intelligenza grande e di sensibilità non comune. Il roveto ardente di Salomone fu la sapienza di Dio che lo abitava e con la quale resse un popolo che, come sempre, tentava di allontanarsi dalla sapienza di Dio per perdersi nei deserti della storia. Uomini concreti, quelli di cui ci ha parlato la Scrittura, che seppero sempre avere un roveto ardente, una sete interiore di Dio, che cercarono e servirono in modi diversi, ma animati dallo stesso desiderio.

Per noi e per il nostro cammino di fede

  • Qual è il mio roveto ardente interiore?
  • Quale la mia conoscenza personale di Dio?
  • Quale il mio modo di “servirlo” anche come testimonianza per gli altri?

Se anche noi non abbiamo un roveto interiore, se anche noi non abbiamo un roveto ardente al quale tornare, almeno con il pensiero, con la meditazione, con il cuore, rischiamo di fare di Dio un’idea, della carità un impegno per l’uomo, della morale un peso, della preghiera un’attività tra le attività della giornata. Non avere un roveto ardente è vivere una religione, ma non una fede. Una fede presuppone il cuore, una religione un’adesione formale, priva di lampi di genio, priva di sentimento, priva anche di quelle dinamiche che portano ora ad avvicinarsi a Dio, ora ad allontanarsi da Lui. Avere una fede, avere un roveto ardente significa mettere passione nella realtà della fede, che, come per le altre realtà della vita, ha bisogno assoluto di passione. Senza questa passione tutto diventa povero, piccolo, limitato, addirittura inutile, perché quando si perde la passione per le cose, il rischio di farle diventare inutili è davvero forte. La passione guida a Dio, nel bene e nel male, facendo cose meritevoli di encomio e, talvolta addirittura, passando attraverso strade che sembrano allontanarci da Lui. La passione che nasce da un incontro con Dio guida il cuore, la passione illumina la mente. La passione per Dio è sintomo di un roveto interiore che guida alla salvezza. Anche Gesù ha vissuto la Passione. Siamo qui, in giorno di venerdì, a ricordarla. Siamo qui a dire che, se non ci fosse la Passione del Signore, saremmo poveri, perduti, dispersi. Anche la Passione del Signore dice del suo roveto interiore, del suo roveto ardente: dare lode al Padre, servire il Padre, tornare al Padre. Anche Gesù, nella sua infinitezza resa finita, ha avuto nel cuore un roveto che orientasse i suoi passi.

Oggi chiediamo questa grazia, la grazia di un roveto interiore, che brucia senza consumare, perché l’amore di Dio, l’amore per Dio è così: brucia senza consumare. Chiediamo la grazia di un roveto interiore che guidi, illumini, riscaldi, magari anche faccia soffrire, magari anche faccia faticare. Portare nel cuore un roveto ardente è sempre così. L’alternativa è non bruciare di amore, l’alternativa è essere tiepidi, l’alternativa è stare in una sorta di valle di mezzo senza luce, senza calore, senza nulla di attraente.

Chiediamo la grazia di un nostro roveto ardente interiore che accenda, illumini, guidi la nostra fede. L’alternativa sarà vivere una religione in modo sempre più stanco, sempre meno energico, sempre più sfilacciato.

Esercizio per questa settimana di quaresima giubilare

Nel silenzio rileggere la Scrittura che ci ha più colpito per farne fonte di sapienza, confronto per un esame di coscienza.

2025-03-07T19:18:00+01:00