Ultima domenica dopo l’Epifania
Introduzione
Un tema sempre difficile, quello del perdono che non avremo mai sondato abbastanza. Ecco perché la Chiesa Ambrosiana ci chiede, almeno una volta all’anno, di saper sostare su questo tema e di saper approfondire, pian pano, la nostra posizione sul tema del perdono. Sapendo che la nostra posizione muta, si accresce o entra in uno stato di maggiore difficoltà man mano che cresce anche il nostro modo di intendere la fede e la nostra relazione con Dio.
- Cosa penso adesso sul tema del perdono?
- Come lo vivo in questo momento della mia vita?
La Parola di Dio
LETTURA Os 1, 9a; 2, 7a.b-10. 16-18. 21-22
Lettura del profeta Osea
Il Signore disse a Osea: «La loro madre ha detto: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”. Perciò ecco, ti chiuderò la strada con spine, la sbarrerò con barriere e non ritroverà i suoi sentieri. Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli. Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima, perché stavo meglio di adesso”. Non capì che io le davo grano, vino nuovo e olio, e la coprivo d’argento e d’oro, che hanno usato per Baal. Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà, in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: “Marito mio”, e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore».
SALMO Sal 102 (103)
Il Signore è buono e grande nell’amore.
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici. R
Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia. R
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati
e non ci ripaga secondo le nostre colpe. R
EPISTOLA Rm 8, 1-4
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito.
VANGELO Lc 15, 11-32
Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Vangelo
Naturalmente il punto nodale delle tre scritture di oggi rimane quello che ci viene proposto dal vangelo, con i suoi insegnamenti.
Il primo: la relazione con Dio muta e cresce nel corso della vita.
La parabola ha questo primo aspetto e questo primo scopo. Essa ci ricorda che la relazione tra il credente e Dio, è esattamente come la relazione tra un padre e un figlio, come la relazione in famiglia con i genitori. Dapprima c’è una totale dipendenza, poi, man mano che si cresce, c’è una progressiva emancipazione che fa sperimentare un reale desiderio di autonomia e di richiesta dei propri spazi o degli spazi della propria libertà, per poi avere una maturità di rapporto che è quella che nasce dal riconoscimento di quanto si è ricevuto e porta a una matura integrazione di tutti gli aspetti della propria esistenza. Anche l’anima si comporta così con Dio. C’è un momento di crescita, di progressiva istruzione, di progressiva immersione nella conoscenza del mistero di Dio che, poi, lascia spazio ad un momento di allontanamento, di ribellione anche, di desiderio di riconquistata autonomia. Solo in un terzo momento della storia della propria anima si giunge a quella maturità di rapporto che, invece, è l’essenza della vera fede. Fino a quando c’è dipendenza o servilismo, non si può avere una reale conoscenza di Dio e una reale coscienza del rapporto di fede da costruire con lui.
Il secondo: la relazione con Dio ha bisogno di momenti di personale approfondimento della fede.
Il testo lo dice molto bene. C’è un momento particolare nella vita di ogni figlio che permette di ricostruire quel rapporto con il Padre che, per diversi aspetti, non era maturo in entrambi. Per il figlio minore è il momento di presa di coscienza del proprio peccato, della propria situazione e anche di rimpianto del benessere che si sperimentava nella propria casa, con il proprio padre, prima di andarsene sbattendo la porta. È proprio questo momento che illumina questo figlio sul suo ritorno e sul suo desiderio di ricostruire qualcosa di nuovo che aiuti il suo cammino.
Per il figlio maggiore è il momento di presa di coscienza della sua identità. Indispettito per la festa per il fratello che ritorna, questo figlio comprende la verità della sua vita solo dalle parole del Padre: “figlio tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo…”. Come dire. Anche in chi rimane sempre nella casa, anche in chi rimane sempre in una relazione con il padre, c’’è bisogno di un momento di maturità, di approfondimento della propria identità, di presa di coscienza anche dei propri limiti. Anche questo figlio entra in una relazione seria con il Padre solo in questo momento. Così come è nella fede. C’è bisogno di una grande storia di peccato che incontra la misericordia di Dio o di un episodio profondo della propria vita di credente fedele per capire che la relazione con Dio va amata, custodita, rilanciata, approfondita sempre. Così il vangelo ci dice che la fede ha sempre bisogno di un approfondimento personale, profondo, sincero, unico. Al di fuori di queste condizioni non ci può essere, in fondo, vera fede. Quando manca una relazione con Dio non può nascere un vero senso del perdono. Quando manca una vera e profonda coscienza del proprio essere lontano da lui, manca anche l’idea stessa o il principio di cosa sia un cammino di ritorno alla fede o di approfondimento di essa.
Il terzo insegnamento: solo il Padre è fedele a sé stesso e a tutti ed è sempre pronto a entrare in una nuova relazione con i suoi figli.
Il vero principio di stabilità di tutta la parabola è il Padre che non si scompone mai, non quando il figlio minore se ne va e non quando il figlio maggiore mostra tutta la sua rabbia e la sua impazienza. Non quando il figlio ritorna e non quando bisogna uscire per convertire il figlio maggiore. Il Padre rimane sempre lo stesso, forte, presente, capace di ascolto, imperturbabile di fronte alle decisioni dei figli perché sempre in grado di donare comprensione e amore. Quella comprensione e amore che umanamente è impossibile, può essere donata all’uomo solo da Dio, l’uomo può crescere in essa solo se ammaestrato da Dio e solo se si lascia attrarre da questo perdono che cambia il cuore e la vita.
Osea
Così anche il profeta Osea, con quella bellissima riflessione sul ritorno e sulla conversione. Il profeta mette sulla bocca della donna protagonista della sua pagina queste parole: “ritornerò perché stavo meglio di adesso”. Se volete è l’amara confessione di una donna che ha tradito il marito e che deve riconoscere che nella sua condizione di prima c’era tutto quello che le sembrava di non avere e che ha cercato altrove senza trovarlo. Dall’altro lato è però anche la confessione della sua maturità. La maturità di chi sa mettersi in discussione, la maturità di chi sa fare un’analisi precisa e minuziosa della propria realtà, la maturità di chi – fuori dai simboli delle narrazioni – sa capire che solo in Dio c’è ogni bene e ogni pace. È la constatazione di chi comprende che tutto è nelle mani di Dio e tutto è da lui condotto alla realizzazione del suo massimo bene.
Perchè la Parola dimori in noi
Così questa parola di Dio, mentre siamo ormai alla vigilia della quaresima, parla di nuovo a tutti noi. provandoci molto da vicino.
- In quale stagione di relazione con Dio sono?
In un anno nel quale mettiamo continuamente al centro della nostra riflessione il tema della relazione, prima di continuare questo tema con i vari aspetti che sottolineeremo in quaresima, ecco che è bene chiederci come stiamo vivendo noi la relazione con Dio. Perché è chiaro che tutto ciò che possiamo capire sul perdono e tutto ciò che possiamo vivere sul perdono, dipende in massima parte dalla nostra storia, da quello che stiamo vivendo, da quello che stiamo facendo. Ecco che è chiaro che occorre metterci nella predisposizione giusta per capire che il perdono non è una cosa di cui si può parlare in teoria o che si può parlare in astratto, ma è qualcosa che nasce dentro la vita e che prende forma proprio in base a quello che accade. Ecco perché è bene fare il punto della situazione ed è bene cercare di vivere a fondo quello che la vita ci chiede di vivere. Solo dentro le pieghe della nostra vita scopriremo l’essenza del perdono.
- Come si opera un ritorno al Padre di tutti?
Anche su questo tema la parabola è molto chiara. Un ritorno è possibile solo seguendo alcuni passi precisi che portano da un rispetto di formalità ad una presa di coscienza della propria identità. Il figlio minore, prima di riscoprire la sua identità di figlio, deve passare attraverso quell’identità di servo nella quale pienamente si identifica. Così è nella fede. Per assaporare l’identità di figlio, per vivere bene la propria identità di figlio che torna, occorre passare anche attraverso le formalità della fede. Non c’è ritorno a Dio se non attraverso una preghiera costante, profonda, personale, magari anche ritmata in modo meccanico. Senza queste formalità della fede, noi non scopriremo mai la nostra identità di figli perdonati e redenti che hanno sempre bisogno di costruire, di riallacciare, di riedificare il proprio rapporto con il Padre. Il che significa che occorre accettare anche le ragioni e le leggi del rito, se vogliamo davvero approdare ad una profondità di vedute di fede che realizza il percorso spirituale della propria anima.
- In quale esperienza di perdono mi lascio coinvolgere?
Infine credo che la parabola sia provocatoria perché chiede a ciascuno di noi in quale esperienza di perdono di fede o anche umano vogliamo lasciarci coinvolgere. Appunto perché il discorso non può essere stratto, appunto perché il tema non può essere trattato solo nella mente, chiediamoci in quale esperienza di fede vogliamo entrare e in quale esperienza umana di vicinanza, di perdono, di misericordia, vogliamo essere coinvolti. Chiediamoci quale esperienza concreta sappiamo e vogliamo fare, per non rischiare di sapere tante cose ma di non viverle. Questo dipende da noi. Dipende da quanto avertiamo il desiderio di riconciliarci con Dio o con le persone. Desiderio che nasce in noi solo dentro la constatazione che quando si è presso Dio, quando si ritorna a Dio, si sta meglio che in ogni altra esperienza o in ogni altro tempo.
Maria, Madre che sempre ci conduce al Figlio suo, ci guidi e ci aiuti a tornare all’unico Padre di tutti o a riconciliarci con quelle persone con cui abbiamo avuto problemi, discussioni, allontanamenti.
Sia, oggi, il perdono a trionfare nella nostra coscienza, non solo per una riflessione della mente, ma per un vero e profondo slancio del cuore.