Domenica 15 maggio

5 di Pasqua 

Per introdurci

Facciamo un gran parlare d’amore. Per lo più, in verità, non con riflessioni profonde, ma sulla scorta di emozioni che quasi mai vengono fatte opportunamente decantare. Raramente si assiste a qualche riflessione profonda, in grado di educare, richiamare, proporre.

    • Siamo davvero sicuri di intendere bene le caratteristiche dell’amore cristiano?
    • Cosa stiamo facendo noi per vivere bene il comandamento dell’amore?

La Parola di questa domenica

LETTURA At 4, 32-37
Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni. La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribùito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa «figlio dell’esortazione», un levita originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

SALMO Sal 132 (133)

Dove la carità è vera, abita il Signore.
Oppure Alleluia, alleluia, alleluia.

Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme! R

È come olio prezioso versato sul capo,
che scende sulla barba, la barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste. R

È come rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Perché là il Signore manda la benedizione,
la vita per sempre. R

EPISTOLA 1Cor 12, 31 – 13, 8a
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.

VANGELO Gv 13, 31b-35
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Vangelo

Credo che questa sia proprio la proposta che ci viene dal Vangelo di questa domenica. Apparentemente le parole di Gesù sembrano sottoscrivibili a tutti, forse anche a chi non crede, a chi non è cristiano. “Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri”. Tutti abbiamo sentito queste parole infinite volte, forse le abbiamo ripetute noi stessi e, credo tutti, talvolta abbiamo sentito qualche critica da parte di chi ha richiamato ai credenti che queste sono le parole sintesi dell’insegnamento di Gesù, in verità per difendere magari i propri interessi ma non certo per approfondire ciò che Gesù dice e richiama.

Queste parole del comandamento nuovo, così come lo chiamiamo, si compongono infatti con quelle che immediatamente seguono: “Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri!”. Il problema sorge proprio qui, in queste parole del Signore: “come io ho amato voi”. Come ricorderete siamo nel contesto della cena pasquale, Gesù ha appena istituito l’Eucarestia e ha appena lavato i piedi agli apostoli, ricordando che il vero criterio di ogni amore è quello che diventa attenzione, servizio, dedizione, perfino umiliazione e capacità di abbracciare la morte per gli altri. Questo è l’esempio che Gesù si appresta a dare. Uscito dal cenacolo dove pronuncia queste parole accadrà tutto questo, come sappiamo bene. Questo deve essere il metro di paragone di tutti, questo deve essere l’esempio con il quale occorre confrontarsi nelle diverse cose della vita. Questo è il cuore del Vangelo. Non un concetto di amore teorico, non un concetto di amore sdolcinato, non una serie di emozioni, ma un modo concreto di amare gli altri chinandosi sui bisogni degli altri e mettendo sé stessi a disposizione di tutti.

Infine, come se non bastasse questa indicazione, Gesù aggiunge: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Il criterio di presentazione di un discepolo del Signore altro non è che questo. Non deve esserci altra forma per dire chi è di Cristo se non quella di una testimonianza di amore che imita quella di Gesù. Capiamo bene perché i discepoli sono rimasti atterriti di fronte alle parole del Signore, parole che hanno potuto ricordare solo alla luce della Pasqua e che hanno potuto vivere solo nella forza dello Spirito Santo che veniva effuso su di loro nella Pentecoste. I discepoli, fino ad allora, erano stati incapaci di vivere il comandamento dell’amore così inteso, limitandosi a quel concetto umano di amore che ogni uomo avverte dentro di sé. È solo alla luce della Pasqua del Signore e della sua rivelazione che tutti i discepoli hanno potuto comprendere quella novità di vita che veniva loro offerta e proposta. È solo nella forza dello Spirito Santo che i discepoli avrebbero potuto, poi, vivere ciò che, umanamente, è assai difficile da osservare.

Corinti

Il vero erede di questo insegnamento è San Paolo che ci ha lasciato, nella lettera ai Corinti, questo inno mirabile chiamato, appunto, l’inno all’amore l’inno alla carità. Testo noto, tanto che è una delle letture più lette, specialmente ai matrimoni, ma che spesso non viene accolto in tutta la sua portata. Paolo, rimeditando l’esempio di Cristo, afferma che l’amore cristiano ha queste caratteristiche:

  • La magnanimità, che è la capacità di avere un cuore grande, capace di accogliere tutto e tutti. Il magnanimo è colui che guarda alle cose del mondo e della vita come ad una manifestazione sempre riuscita dell’amore di Dio, che si dilata in ogni orizzonte e in ogni occasione.
  • La benevolenza, cioè la capacità di pensare sempre bene degli altri, di tutti gli altri. Il benevolo è colui che ha un cuore grande, un cuore capace di interpretare tutte le cose alla luce del mistero di Dio. La benevolenza è la capacità di pensare sempre bene dell’altro, senza mai dubitare del bene che può fare l’altro.
  • Il non essere invidiosi, di quello che gli altri sono, di quello che gli altri hanno è condizione indispensabile per vivere l’amore cristiano.
  • Il non vantarsi, il non gonfiarsi, cioè il non mettere sé stessi al centro delle situazioni, delle realtà, per dare sempre il primato agli altri e soprattutto a Dio, questo è il vero comportamento del credente.
  • Il non mancare di rispetto e il non cercare il proprio interesse sono per San Paolo un altro modo con cui si manifesta l’amore del cristiano. San Paolo lo dice molto bene in tutte le sue lettere che il suo unico centro di attenzione è il Vangelo. L’unico interesse che egli cerchi veramente è il Vangelo e il suo progresso, in ogni occasione.
  • Non tener conto del torto ricevuto ma compiacersi della verità è la logica conseguenza di questo discorso. Il cristiano non fa altro che questo. Lavora perché la verità emerga. Anche quando deve subire un torto lo sopporta, senza rivendicazioni, non perché non conti nulla, ma perché si lascia il giusto giudizio a Dio, autore di ogni cosa e di ogni verità.
  • Non gode dell’ingiustizia e, per questo, il cristiano interviene sempre in tutte le condizioni di ingiustizia, per denunciare il torto presente e per chiedere un’attenzione maggiore a tutti perché non vengano calpestati i diritti dei poveri.
  • L’amore del cristiano si compiace della verità, cioè è contento ogni volta che trionfa il bene, ogni volta che si sa cercare la verità nel nome di Dio.

Cristo ha amato così, il cristiano deve amare così. È curioso far notare che Paolo diceva queste cose ad una comunità divisa, litigiosa, piena di confronti e connotata da una fortissima immoralità diffusa. È per questo che San Paolo ha scritto questo brano, lasciandoci così una perla con la quale confrontarci sempre. Noi che pure viviamo in modo difforme rispetto a questo inno e in comunità divise.

Atti

San Luca, infine, nella pagina degli Atti degli Apostoli, ci ha descritto una comunità cristiana non certo ideale, una comunità come tutte le altre, una comunità dove si fanno prove di unità, dove si cerca di stare uniti insieme, nelle fatiche di ogni giorno, nelle difficoltà di sempre. Eppure una comunità dove si cerca di praticare il comandamento dell’amore cercando relazioni sincere, vere e profonde. Per fare questo si cerca di mettere in comune anche quanto si possiede, perché l’essere realmente partecipi della unica famiglia dei credenti, permetta una condivisione più profonda di ogni cosa a partire dalla fede e nel nome di Dio. Una riflessione profonda, che ci fa capire come è solo dall’intensità delle relazioni che nasce una comunità cristiana degna di saper vivere il comandamento dell’amore.

Per noi

Credo che tutti, mentre rileggevamo le parole di San Paolo, ci siamo stupiti per la nostra grande incapacità di vivere questo comandamento come Cristo ci ha insegnato. Tutti, infatti, cerchiamo il nostro proprio interesse, tutti teniamo bene a mente i torti che pensiamo di ricevere dagli altri, non sappiamo compiacerci della verità né, tantomeno sopportare le difficoltà che la vita ci offre pensando che anche queste ci aiutano a raggiungere Dio. Siamo proprio lontani dal modo di intendere il comandamento che Gesù non solo ha dato, ma che ha testimoniato nella Pasqua, offrendo la sua vita in redenzione per tutti e, quindi, anche per noi. Noi, infatti, siamo pienamente inseriti nella dimensione culturale del nostro tempo, che è quella di un sospetto permanente sugli altri, o di una esaltazione della propria immagine a scapito di quella degli altri o che, ancora, ci spinge sempre a cercare il nostro interesse sopra ogni cosa, senza tenere conto di quello degli altri. Noi siamo figli di questo tempo e, poiché vediamo comportamenti di questo genere, siamo immersi in quella cultura che, di fatto, si oppone al Vangelo.

Io credo che le scritture di oggi abbiano proprio questo compito, ovvero quello di smascherare dentro di noi quella tendenza ad adeguarci alla mentalità del “secolo”, come la chiamerebbero molti santi, che, di fatto, mortifica il Vangelo. Solo capendo questo, potremo poi lasciare spazio ad una riflessione più profonda, che ci invita a capire che tocca noi abbandonare questo modo di fare, di pensare, di giudicare e di agire per vivere ciò che Paolo ci diceva, cioè un’apertura del cuore che abbraccia tutti, dove non siamo noi stessi al centro di tutto, una cultura nella quale mettiamo segni di pace, di misericordia, di perdono che sono le altre realtà di cui parliamo spessissimo ma senza viverle.

Siamo nel mese di Maggio, mese nel quale vogliamo guardare non solo con affetto, ma anche con fiducia e speranza al mistero di Maria. Noi vogliamo guardare a lei e vogliamo chiedere a lei, che ha vissuto perfettamente il comandamento dell’amore, di essere da lei aiutati, perché possiamo tutti conformarci a questo modo di intendere l’amore cristiano che è poi un modo particolare di interpretare tutta la vita, in ogni sua dimensione. Sia Maria ad insegnarci, con il suo aiuto, la sua mitezza, il suo sguardo pieno di amore, come possiamo vivere il comandamento dell’amore per essere testimoni autorevoli del Vangelo nel tempo in cui viviamo, così bisognoso di testimonianze di amore e non di ulteriori sdolcinati e sregolati affetti emotivi.

2022-05-13T16:10:30+02:00