Settimana della sesta domenica dopo Pentecoste – Mercoledì
Vangelo
Lc 9, 10-17
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono al Signore Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò in disparte, verso una città chiamata Betsàida. Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
Anche oggi potremmo rileggere questi testi molto noti – specie il vangelo – continuando a riflettere su come uscire dalle paure della vita. La paura di non mangiare è tipica dell’uomo, difatti una delle preoccupazioni fondamentali per tutti noi è avere cibo. Dalla vecchietta che si alza pensando a cosa deve cucinare, al giovanotto che vive di “food experiences”.
Così è nel vangelo. Da un lato c’è la paura del discepolo che si preoccupa per la gente. È una preoccupazione lecita, anzi, doverosa. Egli sa che molta gente ha seguito il Signore per lungo tempo e che ha rinunciato al cibo. Ecco perché si domanda cosa fare, come poter sfamare quella gente che generosamente sta seguendo il Signore.
Dall’altro lato c’è stata la preoccupazione di qualcuno che ha mandato a seguire Gesù il proprio figlio, il proprio ragazzo, con 5 pani d’orzo. Poiché un pane d’orzo è una pagnotta di circa un kilo, significa che qualcuno ha mandato un ragazzo a seguire il Signore con 5 kg di pane! Evidentemente troppo per una merenda, per un piccolo spuntino mentre si segue il Signore. C’è qualcuno, forse una mamma, che ha pensato di mandare il proprio figlio a vendere quel pane, per ricavarci qualcosa. Magari una massaia attenta che, sapendo come vanno a finire queste predicazioni, ha mandato il proprio figlio con del pane da vendere per ricavarne qualcosa. Questo ragazzo non ha paura di mettere in comunione i suoi pani, non ha paura di donarli ai discepoli. Non si preoccupa di cosa dirà, di cosa racconterà. Forse è stato abituato anche ad aiutare gli altri, a mettere in comune quello che c’è.
Ed è proprio qui che avviene il miracolo che libera dalla paura. Un ragazzo si è liberato dalla paura di condividere le proprie cose, ed ecco che le piccole cose diventano una quantità di pane capace di sfamare tutti, anzi, diventa sovrabbondanza di pane, cioè cibo a sazietà per tutti. È così che il discepolo vince la sua preoccupazione di aiutare gli altri per sfamare chi ha seguito il Signore, ed è così che una moltitudine immensa vince quella paura di avere seguito il Signore rimanendo senza cibo.
È la condivisione che libera dalla paura, è la vicinanza che sostiene la solitudine, è la vera capacità di condividere che diventa sollievo per tutti.
Giosuè
Gs 3, 1-13
Lettura del libro di Giosuè
In quei giorni. Giosuè si levò di buon mattino; si mossero da Sittìm e giunsero al Giordano, lui e tutti gli Israeliti. Lì pernottarono prima di attraversare. Trascorsi tre giorni, gli scribi percorsero l’accampamento e diedero al popolo quest’ordine: «Quando vedrete l’arca dell’alleanza del Signore, vostro Dio, e i sacerdoti leviti che la portano, voi vi muoverete dal vostro posto e la seguirete; vi sia però tra voi ed essa una distanza di circa duemila cubiti: non avvicinatevi. Così potrete conoscere la strada dove andare, perché prima d’oggi non siete passati per questa strada». Giosuè ordinò al popolo: «Santificatevi, poiché domani il Signore compirà meraviglie in mezzo a voi». E ai sacerdoti Giosuè disse: «Sollevate l’arca dell’alleanza e attraversate il fiume davanti al popolo». Essi sollevarono l’arca dell’alleanza e camminarono davanti al popolo. Il Signore disse a Giosuè: «Oggi comincerò a renderti grande agli occhi di tutto Israele, perché sappiano che, come sono stato con Mosè, così sarò con te. Da parte tua, ordina ai sacerdoti che portano l’arca dell’alleanza: “Una volta arrivati alla riva delle acque del Giordano, vi fermerete”». Disse allora Giosuè agli Israeliti: «Venite qui ad ascoltare gli ordini del Signore, vostro Dio». Disse ancora Giosuè: «Da ciò saprete che in mezzo a voi vi è un Dio vivente: proprio lui caccerà via dinanzi a voi il Cananeo, l’Ittita, l’Eveo, il Perizzita, il Gergeseo, l’Amorreo e il Gebuseo. Ecco, l’arca dell’alleanza del Signore di tutta la terra sta per attraversare il Giordano dinanzi a voi. Sceglietevi dunque dodici uomini dalle tribù d’Israele, un uomo per ciascuna tribù. Quando le piante dei piedi dei sacerdoti che portano l’arca del Signore di tutta la terra si poseranno nelle acque del Giordano, le acque del Giordano si divideranno: l’acqua che scorre da monte si fermerà come un solo argine».
Fa eco a questa scrittura quella del primo testamento. Ad Israele che giunge nella terra della promessa, si pone subito un problema: come attraversare il Giordano? Come poter permettere ad un popolo intero che viene dal deserto di superare quella barriera fisica, geografica, per entrare nella terra santa? La risposta non viene dagli stratagemmi, non viene dagli ingegneri, ma viene da Dio. La paura di soccombere, la paura di non farcela, la paura di avere attraversato un deserto per niente, viene risolta da Dio, che, come già aveva aperto le acque del mar rosso per far passare tutto il suo popolo, così apre le acque del Giordano per permettere ai suoi di entrare nella pianura di Gerico, dove avverrà la prima conquista della prima città di Israele. È la traduzione di ciò che dicono i salmi: “getta il tuo affanno sul Signore”. Israele si fida di Dio e Giosuè diventa interprete di un altro grande prodigio che guida Israele alla terra della promessa.
Per noi.
Anche noi, come ho detto, viviamo la preoccupazione per il cibo. In modo diverso in diverse età della vita, preoccupazione che ci lascia comunque nella posizione di chi il cibo l’ha, quindi la preoccupazione è cosa mettere in tavola, dove andare a mangiare, non certo come fare ad avere cibo, come accade per gran parte dell’umanità. È una preoccupazione che ci invade ma per la quale esistono molte soluzioni, non è un problema che ci attanaglia senza possibilità di risposta, come per gran parte dell’umanità. Oggi potremmo almeno pensare a coloro che non hanno cibo a sufficienza, potremmo almeno pregare per chi soffre la fame e, perché no, magari offrire anche una rinuncia, offrire un piccolo “fioretto” per sentirci in comunione con questa grande parte di umanità.
Per altro verso mi pare giusto chiederci:
- Come risolvo le mie paure?
- Getto il mio affanno sul Signore?
L’atteggiamento spirituale del credente, infatti, consiste nel rimettere nelle mani di Dio le proprie paure, ansietà, difficoltà. Vivere così significa imparare a non soccombere sotto il peso delle cose della vita.
Chiediamo questa grazia al Signore per non lasciare che le paure appiattiscano la nostra esistenza.