Martedì 16 marzo

Settimana della quarta domenica di Quaresima – Martedì

Genesi

27, 1-29
Lettura del libro della Genesi

In quei giorni. Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: «Figlio mio». Gli rispose: «Eccomi ». Riprese: «Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. Ebbene, prendi le tue armi, la tua farètra e il tuo arco, va’ in campagna e caccia per me della selvaggina. Poi preparami un piatto di mio gusto e portamelo; io lo mangerò affinché possa benedirti prima di morire». [Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa.] Rebecca disse al figlio Giacobbe: «Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù: “Portami della selvaggina e preparami un piatto, lo mangerò e poi ti benedirò alla presenza del Signore prima di morire”. Ora, figlio mio, da’ retta a quel che ti ordino. Va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io preparerò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre, che ne mangerà, perché ti benedica prima di morire». Rispose Giacobbe a Rebecca, sua madre: «Sai bene che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. Forse mio padre mi toccherà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione». Ma sua madre gli disse: «Ricada pure su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu dammi retta e va’ a prendermi i capretti». Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre. Rebecca prese i vestiti più belli del figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo. Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato. Così egli venne dal padre e disse: «Padre mio». Rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?». Giacobbe rispose al padre: «Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Àlzati, dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». [Isacco disse al figlio: «Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!». Rispose: «Il Signore tuo Dio me l’ha fatta capitare davanti». Ma Isacco gli disse: «Avvicìnati e lascia che ti tocchi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no». Giacobbe si avvicinò a Isacco suo padre, il quale lo toccò e disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù». Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e lo benedisse. Gli disse ancora: «Tu sei proprio il mio figlio Esaù?». Rispose: «Lo sono».] Allora disse: «Servimi, perché possa mangiare della selvaggina di mio figlio, e ti benedica». Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve. Poi suo padre Isacco gli disse: «Avvicìnati e baciami, figlio mio!». Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l’odore degli abiti di lui e lo benedisse: «Ecco, l’odore del mio figlio come l’odore di un campo che il Signore ha benedetto. Dio ti conceda rugiada dal cielo, terre grasse, frumento e mosto in abbondanza. Popoli ti servano e genti si prostrino davanti a te. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!».

La narrazione di oggi è profondissima e ci parla di diverse illuminazioni.

In primo piano c’è l’illuminazione di Isacco. Egli è giunto alla tarda vecchiaia e non vede più. È, quindi, in quella situazione di dipendenza che anche noi possiamo comprendere molto bene perché è ciò che si verifica in ogni uomo quando invecchia. In che cosa consiste l’illuminazione di quest’uomo? Anzitutto egli sa di essere alla fine della vita, sa di avere poco tempo a disposizione. Per questo vuole benedire il figlio. La benedizione in punto di morte è irrevocabile, è un testamento non impugnabile per Israele. Isacco intende fare un ultimo atto “nel nome di Dio”, lasciandosi illuminare dal Dio di suo padre e dal suo Dio, dal Dio della promessa.

C’è una illuminazione anche in Rebecca. Questa donna sa che il primo figlio, Esaù, quello che deve ereditare i beni della tribù e il comando di essa, in realtà, non sarà mai capace di portarne il peso. Sa che è Giacobbe il più intelligente e il più saldo al comando. Ma è il secondogenito. Ecco allora lo stratagemma che inscena. Umanamente ha tutto il sapore di un inganno e la cosa, come vedremo, non sarà senza conseguenze. Eppure Rebecca opera una realtà attraverso la quale passerà la storia della salvezza. La benedizione che viene data da Isacco morente a Giacobbe, farà sì che il popolo dell’alleanza passi per questa discendenza e da qui si formi il popolo di Israele. Certamente questa donna ha avuto una sua illuminazione. Non c’è solo inganno!

La terza illuminazione è quella di Giacobbe stesso, che sta all’inganno ordito dalla madre, ma si dovrà poi accorgere quali grandi difficoltà dovrà affrontare per la vita della sua famiglia e anche per la sua stessa fede. Vedremo che anche Giacobbe cercherà l’illuminazione della fede per non soccombere nelle cose della vita.

Proverbi

23, 15-24
Lettura del libro dei Proverbi

Figlio mio, se il tuo cuore sarà saggio, anche il mio sarà colmo di gioia. Esulterò dentro di me, quando le tue labbra diranno parole rette. Non invidiare in cuor tuo i peccatori, ma resta sempre nel timore del Signore, perché così avrai un avvenire e la tua speranza non sarà stroncata. Ascolta, figlio mio, e sii saggio e indirizza il tuo cuore sulla via retta. Non essere fra quelli che s’inebriano di vino né fra coloro che sono ingordi di carne, perché l’ubriacone e l’ingordo impoveriranno e di stracci li rivestirà la sonnolenza. Ascolta tuo padre che ti ha generato, non disprezzare tua madre quando è vecchia. Acquista la verità e non rivenderla, la sapienza, l’educazione e la prudenza. Il padre del giusto gioirà pienamente, e chi ha generato un saggio se ne compiacerà.

Posizione ribadita anche dal libro dei Proverbi. “Resta sempre nel timore del Signore” è la frase bellissima che l’autore consegna a chi vuole crescere nel dono della sapienza. È un invito a lasciar fare a Dio, un invito a fare in modo che sia la propria fede la luce dei propri passi. Un invito – lo abbiamo sentito – a non agire di ripicca, a non pensare di poter fare tutto da soli. Un invito a lasciar fare al Signore, che a suo tempo sostiene sempre chi si è abbandonato a lui. Un invito a non agire secondo la logica della retribuzione, un invito a non rispondere con il male a chi fa del male. Un invito a fare in modo che sia la fede ad illuminare ogni coscienza, in ogni momento della vita e in tutte le decisioni da prendere. È la fede che illumina sul modo di agire di tutti i figli di Dio.

Vangelo

Mt 7, 6-12
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».

Anche il Vangelo ci illumina. “Non date le cose sante ai cani” è un preciso invito. La fede è una realtà preziosa che possono capire solo coloro che, seriamente, si mettono in discussione personalmente, non si può dare la fede e non si possono dare le cose della fede a tutti, indiscriminatamente. Si rischia di affidare cose preziose a coloro che, non sapendo cosa farsene, le sprecheranno. È un invito alla prudenza, e ad essere illuminati. Questo invito è quello che hanno vissuto generazioni e generazioni di credenti, per tutelare, per esempio, i sacramenti. Solo chi è stato illuminato nel Battesimo e intende fare un cammino di fede serio, può accostarsi ai sacramenti. È una prudenza che nasce dall’illuminazione che chiede di trattare le cose di Dio con il massimo rispetto e con la massima attenzione.

Il Vangelo poi illumina con la sua regola d’oro: “tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”, regola illuminante che ci chiede di essere sempre di esempio, prima che uomini che pretendono rispetto o che chiedono qualcosa.

Esercizio per la revisione di vita quaresimale

  • Lascio che la mia fede illumini anche gli errori commessi da me e da altri?
  • Credo che anche attraverso questi errori passa la rivelazione di Dio?
  • Rimango “nel timore del Signore”, sapendo che chi fa il male verrà giudicato da Dio?
  • Vivo con rispetto i sacramenti e insegno a fare altrettanto?
  • Rispetto la regola d’oro del cristiano?

Impegno per suscitare la sapienza in noi

Oggi la “carne al fuoco” è veramente molta. Forse non si riescono a riprendere tutti gli spunti che la Parola di Dio ci ha dato con estrema abbondanza, non importa. L’importante è che anche noi troviamo quello spunto che apra il nostro cuore e che ci inviti a vivere bene il richiamo che la fede ci dona. Chiediamo al Signore di saper vivere con fede questo giorno, lasciando che l’illuminazione che Lui vuole donare al nostro cuore abbia il suo effetto. È così che procede ogni itinerario di Quaresima.

È questo l’esercizio di sapienza che desideriamo vivere oggi.

2021-03-11T22:07:04+01:00