Domenica 20 settembre

4 Domenica dopo il martirio di San Giovanni Battista

Introduzione

Credo che molti di noi abbiano in mente le immagini e le parole di ieri, nella Messa di dedicazione della Chiesa di San Pietro che il nostro Vescovo ha pronunciato. È stato un evento di grazia che ha coinvolto non solo chi ha partecipato al Triduo, non solo chi ha partecipato alla S. Messa, ma, appunto, tutti noi, come membri di un’unica chiesa, un’unica comunità che si è stretta attorno al suo pastore e alla sua guida. Come ho poi dichiarato in altre occasioni, aver restaurato una chiesa e aver avuto l’onore della presenza del vescovo per questo rito unico e solenne, è un segno di grande speranza per tutti noi; la speranza che nasce dal sapere che la fede è ancora presente tra gli uomini e le donne di oggi, la speranza che nasce dal sapere che il vangelo appassiona ancora molti, la speranza che nasce dal donare luoghi che sono di ritrovo, di preghiera, di catechesi, di testimonianza della carità per tutti coloro che li frequentano…

È con queste immagini e avendo condiviso questa speranza che rileggiamo, ora, i tre testi sacri che abbiamo appena letto e che ci aiutano a continuare anche il senso di festa che abbiamo vissuto e che continueremo a vivere fino a martedì, giorno proprio del nostro Santo Patrono.

La Parola di Dio 

LETTURA Is 63, 19b – 64, 10
Lettura del profeta Isaia

In quei giorni. Isaia pregò il Signore, dicendo: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti, come il fuoco incendia le stoppie e fa bollire l’acqua, perché si conosca il tuo nome fra i tuoi nemici, e le genti tremino davanti a te. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani. Signore, non adirarti fino all’estremo, non ricordarti per sempre dell’iniquità. Ecco, guarda: tutti siamo tuo popolo. Le tue città sante sono un deserto, un deserto è diventata Sion, Gerusalemme una desolazione. Il nostro tempio, santo e magnifico, dove i nostri padri ti hanno lodato, è divenuto preda del fuoco; tutte le nostre cose preziose sono distrutte».

SALMO Sal 76 (77)

Vieni, Signore, a salvare il tuo popolo.

Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore,
nella notte le mie mani sono tese e non si stancano;
l’anima mia rifiuta di calmarsi.
Mi ricordo di Dio e gemo,
medito e viene meno il mio spirito. R

Ripenso ai giorni passati,
ricordo gli anni lontani.
Un canto nella notte mi ritorna nel cuore:
medito e il mio spirito si va interrogando. R

Forse il Signore ci respingerà per sempre,
non sarà mai più benevolo con noi?
È forse cessato per sempre il suo amore,
è finita la sua promessa per sempre? R

O Dio, santa è la tua via;
quale dio è grande come il nostro Dio?
Hai riscattato il tuo popolo con il tuo braccio,
i figli di Giacobbe e di Giuseppe. R

EPISTOLA Eb 9, 1-12
Lettera agli Ebrei

Fratelli, anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno. Fu costruita infatti una tenda, la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i pani dell’offerta; essa veniva chiamata il Santo. Dietro il secondo velo, poi, c’era la tenda chiamata Santo dei Santi, con l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne, che era fiorita, e le tavole dell’alleanza. E sopra l’arca stavano i cherubini della gloria, che stendevano la loro ombra sul propiziatorio. Di queste cose non è necessario ora parlare nei particolari. Disposte in tal modo le cose, nella prima tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrare il culto; nella seconda invece entra solamente il sommo sacerdote, una volta all’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per quanto commesso dal popolo per ignoranza. Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era stata ancora manifestata la via del santuario, finché restava la prima tenda. Essa infatti è figura del tempo presente e secondo essa vengono offerti doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, colui che offre: si tratta soltanto di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni carnali, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate. Cristo, invece, è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.

VANGELO Gv 6, 24-35
Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Quando la folla vide che il Signore Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Isaia

Partendo dal profeta Isaia che pone questa esclamazione al centro della sua lettura: “se tu squarciassi i cieli e scendessi!”. Esclamazione che nasce da uomini che, quasi, si mettono a sfidare Dio. Uomini che ritengono che Dio sia lontano, che abiti nel suo cielo, che non abbia poi molto a che fare con la storia concreta dei singoli. Ecco che il profeta riprende questa esclamazione per dire esattamente il contrario: Dio continua  a preoccuparsi degli uomini. Dio continua ad essere  il loro redentore, dal momento che tutti gli uomini continuano a peccare. Dio continua a venire in aiuto a coloro che, nel tempo, subiscono la prova  e la tentazione. Dio continua ad essere per tutti un Padre. Certo il profeta Isaia aveva compreso che Dio sarebbe anche entrato nella storia. Il profeta stesso ne parla nel corso della sua opera. Ovviamente, per motivi cronologici, non ha mai potuto vedere il mistero dell’incarnazione realizzarsi, non ha potuto vedere il verbo della vita prendere la forma di uomo e camminare accanto agli uomini. Eppure il profeta ha vissuto con vivissima fede tutto questo ed ha compreso che il suo compito era quello di indicare agli uomini, specialmente a coloro che sono stanchi, sfiduciati o che se ne vanno frettolosi tra le cose della vita, che Dio è presente, ama di vero amore, accompagna i giorni feriali di ogni uomo. Il profeta sta dicendo questo. Dio è sempre presente in mezzo a coloro che lo amano e che cercano il suo volto. Anche se, magari, non sempre le parole e i modi di esprimersi sono quelli giusti e rispettosi del mistero.

Ebrei

La lettera agli Ebrei ci ha ricordato come si celebra questa presenza. Nei due grandi momenti della storia della salvezza: il primo testamento e il nuovo testamento. Prima della venuta del Signore la presenza di Dio era celebrata nei riti del popolo di Israele, che culminavano di fronte all’arca dell’alleanza, il grande tabernacolo che conteneva le cose più care, le reliquie più sante di tutta la sua esperienza di fede. Ovviamente si fa riferimento al tempo dell’Esodo, all’opera di Mosè. Lo abbiamo sentito molto bene. Nell’arca ci sono proprio questi ricordi, che dicono a tutti come Dio si è fatto vicino al suo popolo in senso generale ma anche come Dio si è fatto vicino a ciascuno, con quell’amore particolare che Lui solo può dare a ciascuno.

Tutte queste cose sono però tramontate. Ora si celebra la nuova alleanza, che non ha più bisogno di cose, ma solo di richiamare la presenza del Signore in tutti i contesti della vita. questo è il senso dell’Eucarestia, che celebra e rinnova, ogni volta che viene celebrata, quell’alleanza con Dio che è il cuore di tutto il senso della fede. Questa alleanza non si basa su prescrizioni e nemmeno su cose. L’alleanza di Gesù è l’alleanza che Lui solo realizza nel suo corpo donato per tutti. La nuova alleanza è universale, non è più solo per un popolo, ma è per tutti, la nuova alleanza è il momento nel quale Dio si rende vicino ad ogni uomo in Cristo. La Chiesa continua  a celebrare questa alleanza e continua a rinnovare questa presenza.

Vangelo

Infine il Vangelo che ci mette di fronte ad una scena quotidiana della vita di Gesù: c’è una predicazione, in molti sono accorsi, Gesù ha moltiplicato i pani per tutti ed ecco che la gente smette di cercare Gesù per quella parola che propone, per quel continuare ad indicare il mistero del Padre come il mistero fondamentale da seguire e del quale divenire discepoli. La gente lo cerca perché vuole vedere i miracoli, soprattutto perché vorrebbe che Gesù sempre la sfamasse, senza fermarsi a riflettere su ciò che sta chiedendo. È Gesù che deve intervenire per correggere. Dio non entra nella storia in questo modo. Dio non viene per sfamare a buon mercato. Dio interviene nella storia per indicare come Dio cammina con tutti. Quello che Gesù ha fatto sulle strade della Galilea, quello che Gesù ha fatto con molti del suo tempo, è quello che Gesù fa nell’azione della Chiesa che, perpetuando il memoriale della sua passione, morte e risurrezione, che è la Messa, continua a radunare intorno a Dio, intorno a Cristo, tutta l’umanità, tutte le genti della terra. Ogni volta che si celebra l’Eucarestia si ripete questa convocazione. Il popolo dei convocati rappresenta tutti. Dio si fa incontro a tutti anche grazie alla preghiera di chi è presente. Dio continua a donare il Figlio suo, a squarciare i cieli, per stare alle parole di Isaia, e continua a nutrire il suo popolo che geme sotto il peso della storia. Gesù si presenta, infine, come il “Pane della vita”, cioè il pane che sostiene la vita di ogni uomo fino alla vita eterna, la vita beata in Dio, la vita nel suo mistero, la vita nella comunione.

Perchè la Parola dimori in noi

  • Chi siamo noi?

Vorrei che, all’inizio di questo anno pastorale, ci ponessimo questa domanda. Siamo, poi, molto vicino alla festa del nostro patrono. Credo che questa domanda tragga luce anche dalla sua storia, dalla sua vita, dal suo martirio.

Noi siamo un popolo di convocati.

Anzitutto questa verità. Perché siamo qui a Messa? Perché noi e non altri a questa Messa? Certo, c’è la libertà che abbiamo messo in questo gesto, c’è la tradizione, il desiderio, il richiamo… ci sono molte cose che potremmo dire ma la più vera di tutti è che noi siamo un popolo di convocati. Convocati alla presenza del Signore, convocati dal suo amore, convocati, cioè chiamati a rivivere, a ripetere questi gesti che sono alleanza e benedizione.

Noi siamo un popolo che incontra Gesù come il pane della vita.

Noi siamo convocati da un segno: il segno del pane, il segno del vino. Poca cosa. L’alimento più comune e la bevanda abituale di molti. Eppure questo pane e questo vino, trasformati dall’azione dello Spirito di Dio, sono il suo corpo e il suo sangue, segno di alleanza, segno di presenza, certezza di sostegno. Ecco cosa siamo qui a celebrare. Ecco perché siamo qui. Ecco che cosa riceviamo a questa mensa che è per tutti il segno della presenza amica di Dio in Cristo Signore.

Noi siamo il popolo che si lascia accompagnare da Dio.

Se siamo qui a vivere questa Eucarestia è perché vogliamo essere segno del fatto che ci sono ancora uomini e donne che credono, che si lasciano accompagnare da Dio, che vogliono trovare nella fede il motivo di una scelta precisa: quella di lasciarsi accompagnare da Dio e di trovare, in Dio, la certezza dei propri giorni.

Noi siamo il popolo invitato alla fedeltà.

Noi siamo anche popolo chiamato alla fedeltà. La fedeltà del vivere con responsabilità ed impegno questo appuntamento, questo che non è solo  un rito, ma che è il cuore, il centro di tutta la vita spirituale del cristiano. Noi siamo invitati a fondarci sulla fedeltà di Dio che è sempre qui, che ogni giorno e specialmente ogni domenica ci chiama ad essere presenti a questo appuntamento. Noi siamo qui per dire a tutti che Dio è fedele. Questo Dio fedele è il Dio che ha sorretto la fedeltà di Pietro, che abbiamo venerato solennemente e che continuiamo a venerare solennemente nella chiesa di san Pietro che abbiamo inaugurato. Quel Dio che sostiene la fedeltà di ogni uomo anche quella di tanti uomini e donne del nostro tempo. Alcuni di voi sono qui per questo, per ricordare il proprio anniversario di matrimonio significativo che vuole essere, per ciascuno di noi, nient’altro che questo: il segno di una fedeltà che non viene meno, che continua nel tempo nonostante le fatiche.

Noi siamo il popolo che deve valorizzare i segni.

Infine, noi siamo il popolo che deve valorizzare il segno che Dio mette a sua disposizione. Il segno della Chiesa, nel suo essere edificio, dice questo. Il segno della fedeltà di questi sposi, dice questo. Altri segni dicono molto altro. Noi siamo un popolo che ha bisogno di segni, perché senza segno, senza cose concrete, la fede non si sostiene.

Ecco la nostra identità, mentre ci troviamo in mezzo ad un popolo che, come al tempo di Isaia, continua  a chiedere al Signore perché si disinteressi dell’uomo. Oppure mentre anche al nostro tempo vorrebbero invocare un Dio che risolva i bisogni primari dell’umanità.

È in mezzo a queste realtà che noi vogliamo essere popolo che si accontenta di un segno: l’Eucarestia. Noi siamo popolo che continua a basarsi su questa fedeltà. Noi siamo popolo che si mette nelle mani di Dio, qualsiasi cosa accada.

Chiediamo al Signore di essere sempre certi di questa identità, per saper vivere sempre al meglio questo nostro essere chiesa di chiamati a vivere nella fedeltà del Dio che continuamente si dona a noi.

2026-09-19T09:07:19+02:00