Dedicazione del Duomo
Introduzione
- Ci sentiamo parte di una chiesa che ci protegge?
- Davvero la festa del Duomo, Chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani, ci fa sentire partecipi di un gregge custodito dal Signore?
Credo che festeggiare il Duomo di Milano, come facciamo ogni anno, comporti queste domande. Lo dico in riferimento al tempo che stiamo vivendo e a partire dalle scritture che, in questo anno liturgico, ci vengono proposte.
La Parola di Dio
LETTURA Is 26, 1-2. 4. 7-8; 54, 12-14a
Lettura del profeta Isaia
In quel giorno si canterà questo canto nella terra di Giuda: «Abbiamo una città forte; mura e bastioni egli ha posto a salvezza. Aprite le porte: entri una nazione giusta, che si mantiene fedele. Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna. Il sentiero del giusto è diritto, il cammino del giusto tu rendi piano. Sì, sul sentiero dei tuoi giudizi, Signore, noi speriamo in te; al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. Farò di rubini la tua merlatura, le tue porte saranno di berilli, tutta la tua cinta sarà di pietre preziose. Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore, grande sarà la prosperità dei tuoi figli; sarai fondata sulla giustizia».
Oppure
LETTURA Ap 21, 9a. c-27
Lettura del libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo
Nel giorno del Signore, venne uno dei sette angeli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello». L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. [Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.] In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette orrori o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.
SALMO Sal 67 (68)
Date gloria a Dio nel suo santuario.
Appare il tuo corteo, Dio,
il corteo del mio Dio, del mio re, nel santuario.
Precedono i cantori, seguono i suonatori di cetra,
insieme a fanciulle che suonano tamburelli.
«Benedite Dio nelle vostre assemblee,
benedite il Signore, voi della comunità d’Israele». R
Mostra, o Dio, la tua forza,
conferma, o Dio, quanto hai fatto per noi!
Per il tuo tempio, in Gerusalemme,
i re ti porteranno doni.
Regni della terra, cantate a Dio,
cantate inni al Signore. R
Riconoscete a Dio la sua potenza,
la sua maestà sopra Israele,
la sua potenza sopra le nubi.
Terribile tu sei, o Dio, nel tuo santuario.
È lui, il Dio d’Israele, che dà forza e vigore al suo popolo.
Sia benedetto Dio! R
EPISTOLA 1Cor 3, 9-17
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, siamo collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà una ricompensa. Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
VANGELO Gv 10, 22-30
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
Isaia
Anzitutto il profeta Isaia che, come abbiamo sentito, iniziava dicendo: “Abbiamo una città forte!”. Un’esclamazione particolarmente convinta che lascia poi spazio ad un’altra considerazione: “entri una nazione giusta che si mantiene fedele”. Quello del profeta è uno sguardo contemplativo sulla città santa, su Gerusalemme, la città edificata da Dio per i suoi figli, la città nella quale si viene a lodare il nome di Dio e a vivere la fede. La città nella quale deve abitare un popolo giusto che sa mantenersi fedele a Dio. Altre espressioni sono molto evocative: “noi speriamo in te… al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio”. Il profeta contempla non solo quello che dovrebbe essere Gerusalemme in mezzo a tutte le genti, ma quello che dovrebbe essere o dovrebbe diventare ogni uomo. Tutti sono chiamati a vivere in riferimento a Dio e, per questo, a fondare in Dio la propria speranza impegnandosi, nel tempo, a cercare il bene e a vivere nello zelo per le opere giuste. Solo così si potrà giungere a quella “città fondata sulla giustizia” di cui parlava il profeta. Lo sguardo di Isaia è uno sguardo contemplativo. Egli vede la bellezza della città santa e si augura che tutti gli uomini, al vederla, si convertano per compiere opere significative di avvicinamento a Dio. La bellezza di Gerusalemme diventa richiamo perché tutti scelgano Dio come fondamento della loro vita e diventino attrattivi per la giustizia che emana dalle loro opere. Certamente una parola di Dio molto impegnativa, che deve diventare richiamo.
Corinzi
Anche San Paolo ha uno sguardo contemplativo sulla neonata realtà della Chiesa, eppure San Paolo guarda con occhio molto più realistico alla sua realtà. Da un lato San Paolo sa bene che chi entra a far parte della Chiesa, deve essere convinto di fare ogni cosa per Cristo, edificando così la Chiesa ma anche la sua personale esperienza sul nome di Dio, sul suo mistero, sulla sua bontà e sulla sua giustizia. Dall’altro San Paolo non può negare che non sia sempre così. Molto spesso si agisce per altri scopi, quasi, addirittura, dimenticando il riferimento a Cristo. Con un efficace paragone San Paolo dice che chi non costruisce con Cristo è come chi, invece di edificare con materiali nobili e duraturi, edifica con cosa di poco conto, che prima o poi deperiranno. Chiaro l’intento di Paolo: egli vuole chiedere a tutti: su cosa stai edificando la tua esperienza? Sei certo di edificare su Cristo la tua vita? Proponendo così la differenza tra il credente, il cristiano che ha a cuore il nome di Cristo e i pagani che, non avendo Dio come punto di riferimento, non hanno la speranza che nasce dalla risurrezione di Cristo e, quindi, possono vivere la loro vita privi di quella luce che chiede, invece, di edificare su Cristo la propria esistenza. Se si accetta questa prospettiva, allora si capisce che la Chiesa deve essere l’insieme, la famiglia di tutti coloro che, edificando la propria esistenza su Cristo, desiderano anche costruire la sua comunità sul suo stesso nome, così che la Chiesa, nonostante le sue difficoltà, nonostante le avventure che deve vivere nel tempo, sia davvero punto di riferimento per coloro che cercano il mistero di Dio. La riflessione di San Paolo è, quindi, sempre una riflessione di contemplazione ma non dimentica il dato reale, ammettendo la fatica che viene dal voler vivere una vita edificata su Cristo.
Vangelo
Così comprendiamo anche il Vangelo. Anche Gesù ha sempre uno sguardo pieno di contemplazione su Gerusalemme, la città di Dio, la città del Padre e, ogni volta che si reca in essa, soprattutto ogni volta che entra nel suo grande tempio, rimane affascinato anche dalla sua bellezza, dal suo splendore, richiamo costante alla bellezza di Dio e al valore della ricerca del suo volto. Non meno dello sguardo contemplativo con il quale Gesù guarda alla Chiesa, chiamata gregge. Gregge composto da tutti coloro che vogliono ascoltare la sua voce, giungere alla contemplazione del volto del Padre, vivere la vita in un sereno e fiducioso abbandono a Dio. Anche Gesù guarda però al reale. Senza mezzi termini egli dice chiaramente che ci sono uomini che hanno altri progetti di vita, uomini che non amano il Padre, uomini che non ascoltano la sua voce, uomini che sono distratti rispetto a quella voce che li chiama alla vita eterna e, quindi, alla sicurezza della propria esistenza come pure alla speranza dell’eternità. Eppure anche Gesù, pur ammettendo le difficoltà del tempo, torna sulla medesima immagine di sicurezza che già la contemplazione del profeta aveva messo al centro della sua riflessione: “le mie pecore ascoltano la mia voce… nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio… io e il Padre siamo una cosa sola”. Parole che comunicano immediatamente sicurezza. Il credente, il fedele che partecipa alla vita della Chiesa è, dunque, avvisato. Egli è sotto la protezione costante di Dio e nessuno potrà mai rapirlo dalla sua custodia e dal suo amore.
Per noi e per il nostro cammino spirituale
Vorrei tornare con voi sulle due domande che ho posto. Davvero ci sentiamo parte di una chiesa che ci protegge e ci guida in modo sicuri? Davvero festeggiare il Duomo ci porta a vivere bene la nostra appartenenza a quel gregge che ascolta la voce del Signore?
Credo che non sia immediatamente così. Anzitutto mi pare che, nel nostro tempo, non si guardi più tanto alla Chiesa come a qualcosa di sicuro. Anzi, pare che sia esattamente il contrario! Ormai moltissimi guardano più alle difficoltà della Chiesa in questo tempo che non alla sicurezza del cammino che sa produrre. Nemmeno mi sembra che, in questo tempo storico, siamo molto disposti a sentirci parte di una comune famiglia. Mi pare che ogni fedele abbia un po’ il suo modo di intendere la fede e, quindi, il suo modo di partecipare alla Chiesa che è ritenuto da tutti quasi un diritto insindacabile. Che cosa ha dunque da dire la Parola di Dio al nostro modo di vivere che è così distante da ciò che abbiamo ascoltato?
- Un vero amore per la Chiesa nasce solo da uno sguardo di contemplazione. Ecco la prima realtà che ci viene chiesto di contemplare e di vivere oggi. Solo chi vive uno sguardo di contemplazione sa capire cosa è la chiesa, sa vivere nella Chiesa, sa edificare la Chiesa. Sguardo di contemplazione è quello che nasce dalla chiara consapevolezza di quello che il Signore Gesù ha inteso fare realizzando la Chiesa. Sguardo di contemplazione è quello che ci riporta alle origini. Oltre quello che si vede nel tempo, oltre quello che è l’operato pratico. Tornare ad uno sguardo di contemplazione ha un po’ il sapore di un ritorno alle sorgenti. La sorgente della Chiesa è l’amore di Dio, il suo desiderio che il Vangelo sia predicato a tutti i popoli, il suo amore per l’uomo e il suo desiderio di attrarre tutti ad una vita onesta, fondata su principi che realmente rendano la vita serena, giusta, vera, profondamente ancorata a Dio. Il primo e chiaro richiamo per noi tutti, oggi, è questo: abbi anche tu uno sguardo di contemplazione sulla Chiesa di cui sei figlio e membro.
- Impara anche tu ad edificare la Chiesa. Credo che il secondo insegnamento, il secondo monito sia questo. Anche tu, come battezzato, come figlio della Chiesa, sei invitato a realizzare la tua opera, a prendere parte alla sua costruzione. È un invito forte quello che riceviamo, per ricordarci che essere battezzati e, quindi, figli della Chiesa, non significa avere solo dei diritti, come battezzati, ma anche dei precisi doveri. Il primo dei quali è edificare, con il proprio esempio, con il proprio contributo, la vita stessa della Chiesa. La chiesa non è una erogatrice di servizi, anche se talvolta appare questo, ma una famiglia che chiede a tutti i suoi figli di prendere parte alla sua vita e di sostenere il suo operato. Vivere in questa famiglia significa darsi da fare. È un richiamo molto forte che riceviamo in un momento in cui la maggior parte dei fedeli ha come principio fondamentale della propria appartenenza solo la partecipazione liturgica.
- Il terzo monito viene dal Vangelo. La partecipazione alla vita della Chiesa deve generare speranza. Partecipare alla vita della chiesa da battezzati apre alla dimensione della vita eterna, apre alla dimensione di incontro con Cristo che sostiene non solo il cammino nel tempo, ma apre a tutti le porte dell’eternità, ovvero ci chiama a quella “Gerusalemme celeste” che dovrebbe essere essa pure oggetto della nostra contemplazione.
Credo davvero che queste pagine bibliche bellissime ci aiutino a capire che la sicurezza che cerchiamo nasce solo se avremo la capacità di contemplare la Chiesa come essa è nel pensiero di Cristo.
Una preghiera, in questi ultimi giorni del Sinodo, deve sgorgare da tutte le Chiese, perché tutti possiamo davvero contemplare la bellezza della Chiesa e rendere la nostra partecipazione atto di affidamento a Dio che rende sicure le nostre esistenze. Non perché le priva, magicamente, di ogni difficoltà, ma perché mette dentro ciascuno di noi la sicurezza di sentirsi accompagnati in ogni prova e realtà della vita