Domenica 21 febbraio

All’inizio della Quaresima

La sapienza di chi digiuna è il primo dei grandi segni di sapienza che vogliamo raccogliere in questa quaresima verso una Pasqua “nuova” come ci dice il nostro Arcivescovo e come speriamo tutti che possa accadere.

Perché chi digiuna è sapiente?

Cosa significa digiunare?

In quale contesto dobbiamo collocare la pratica del digiuno?

Siamo certi che il digiuno abbia qualcosa da dire al nostro tempo?

Quale digiuno intraprendere?

Isaia

Is 57, 15 – 58, 4a
Lettura del profeta Isaia

In quei giorni. Isaia disse: «Così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo. “In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi. Poiché io non voglio contendere sempre né per sempre essere adirato; altrimenti davanti a me verrebbe meno lo spirito e il soffio vitale che ho creato. Per l’iniquità della sua avarizia mi sono adirato, l’ho percosso, mi sono nascosto e sdegnato; eppure egli, voltandosi, se n’è andato per le strade del suo cuore. Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni. E ai suoi afflitti io pongo sulle labbra: ‘Pace, pace ai lontani e ai vicini – dice il Signore – e io li guarirò’”. I malvagi sono come un mare agitato, che non può calmarsi e le cui acque portano su melma e fango. “Non c’è pace per i malvagi”, dice il mio Dio. Grida a squarciagola, non avere riguardo; alza la voce come il corno, dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati. Mi cercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio: “Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?”. Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi».

2 Lettera ai Corinti

2Cor 4, 16b – 5, 9
Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne. Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli. Perciò, in questa condizione, noi gemiamo e desideriamo rivestirci della nostra abitazione celeste purché siamo trovati vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questa tenda sospiriamo come sotto un peso, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito. Dunque, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi.

Vangelo

Mt 4, 1-11
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Isaia

È cosa assai nota che il digiuno abbia uno spazio del tutto singolare in ogni esperienza religiosa. La forma della privazione del cibo è un tratto essenziale e comune a tutte le tradizioni religiose. Anche Israele, per stare alla Parola del profeta, era abituato a digiunare. In effetti, secondo la legge di Mosè, il digiuno doveva essere celebrato da tutti una volta all’anno, nello “Yom Kippur” il giorno della espiazione, il giorno in cui Israele, in forma comunitaria, chiedeva perdono dei propri peccati. Da qui, anche se non era legge scritta ma piuttosto una prassi, il pio israelita derivava il precetto del duplice digiuno settimanale, il lunedì e il giovedì. Un’astensione volontaria dal cibo che, ben presto, invece della valenza originaria di riflessione sulle proprie mancanze e di richiesta di perdono a Dio, era diventata, semplicemente, abitudine legata alla purità rituale. Di qui la domanda centrale di Isaia: “perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarti, se tu non lo sai?”. Domanda che poi lascia spazio alla più spietata requisitoria: “ecco nel giorno del digiuno curate i vostri affari,  voi digiunate tra litigi e alterchi”. Il profeta descrive quello che vede: un’osservanza rituale del digiuno che, però, lascia spazio alle divisioni in famiglia, alla discussione tra amici e conoscenti e che, soprattutto, non distoglie l’uomo da quella cura per i propri affari che è l’origine di ogni egoismo e, quindi, di ogni male. La sapienza di chi digiuna è la sapienza, almeno secondo il profeta, di chi vive un segno importante, senza trascurare la cura per la propria vita. Quella cura che si esprime nella capacità di abbandonare i propri egoismi e di curare le proprie relazioni.

Vangelo

Il Signore Gesù è figlio di questa cultura e di questa tradizione. Gesù non praticava il digiuno abitualmente praticato dai pii ebrei ed ha insegnato ai discepoli a non digiunare “ finchè lo sposo è con loro”, posizione molto critica che gli è valsa la critica: “ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori”. Eppure Gesù vive un’esperienza di digiuno singolare: quella del deserto, digiuno prolungato nel tempo, come abbiamo letto, 40 giorni e 40 notti, digiuno che precede il suo ministero. Prima di iniziare la sua predicazione e il suo compiere miracoli, prima di girare in lungo e in largo la terra Santa il Signore Gesù ha avvertito il bisogno di un digiuno nel deserto. Perché? Quale sapienza è nel cuore del Signore Gesù? La sapienza di chi annulla ogni cosa, ogni contatto umano, ogni distrazione della vita, ogni piacere, per offrire sé stesso al Padre e per chiedere al Padre tutta quella forza che gli era assolutamente necessaria per iniziare il suo ministero.

È la sapienza di chi si priva delle cose prima di donare sé stesso.

È la sapienza di chi si dedica a Dio, prima di vivere il concreto del ministero.

È la sapienza di chi digiuna per amore, rimanendo “nelle cose del Padre”.

Corinti

Verranno giorni in cui digiuneranno”, aveva detto il Signore Gesù rispondendo alle pesanti critiche di chi lo accusava di non digiunare. Il discepolo ha capito la lezione del Signore. San Paolo, uomo abituato al digiuno e all’astensione dal cibo, già praticava il digiuno rituale dei pii ebrei e non ha fatto fatica ad adattarsi a ciò che il Signore aveva detto. Scoprendo, così, la radice più vera e più profonda del digiuno. Un credente digiuna perché si ricorda che il corpo, che gli è dato come dono, deve ritornare a Dio. Il credente digiuna per meditare le verità di sempre, la Verità di Dio e immaginare, o anticipare nel tempo, quel giorno in cui ogni uomo sarà al cospetto dell’altissimo. Ogni uomo “permanendo nel corpo o esulando da esso” si preoccupa di una cosa sola: di avere una vita gradita a Dio. Il credente digiuna per conformare il suo volere a quello di Dio, per lasciare che la sua parola sia la fonte di ispirazione e guida della propria esistenza. Il credente digiuna per non lasciare che lo travolgano le cose della vita, digiuna per interrompere quell’attenzione spasmodica alle cose che la vita propone, insegna o forse anche richiede, in ogni tempo, con forza. Il credente digiuna per ritornare a pensare alle cose della propria vita che meritano di essere guardate con maggiore attenzione e che meritano di essere migliorate. Il motivo del digiuno è la speranza della vita eterna. Questa è la sapienza di chi digiuna secondo San Paolo.

Spunti per una proposta spirituale di Sapienza

Le riflessioni della Parola, come sempre, vengono consegnate a noi e si uniscono alla sapienza della tradizione. Scriveva Sant’Agostino, che alla sapienza del digiuno ha dedicato un’opera intera, “mi do certo supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo, perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza”.

La sapienza di chi digiuna non è solamente la sapienza di chi fa un “fioretto”, di chi sceglie una pratica tradizionale perché arriva la quaresima.  La sapienza di chi digiuna è la sapienza del figlio che vuole piacere al Padre, è la sapienza del figlio che libera del tempo non certo per dedicarsi ad altri piaceri della vita oltre quello della tavola, ma, piuttosto, la sapienza di chi si priva del cibo per ascoltare la Parola di Dio, per essere nelle cose del Padre, per rimettere a posto quello che le relazioni della vita comune hanno frainteso o rovinato, per porre un argine al proprio egoismo e alla ricerca continua del profitto nei propri affari; è la sapienza di chi si avvicina al povero per servirlo, è la sapienza di chi si interessa dell’altro per amarlo, è la sapienza di chi vive una dimensione sociale della propria fede nella quale si  impegna per una maggiore giustizia.

La sapienza di chi digiuna è rivolta alla vita eterna, non certo al presente, è la sapienza di chi è colmo di speranza e guarda al futuro con Dio, è la sapienza di chi si interessa ora delle cose di Dio e degli uomini per essere con Dio domani.

A poco servirebbe un digiuno che sapesse solo di rinuncia; a poco servirebbe un digiuno che rende più irritabili; a poco servirebbe un digiuno non capace di creare legami di solidarietà con gli altri nel nome di Dio. A nulla servirebbe un digiuno che dovesse liberare tempo per lavorare. A nulla servirebbe un digiuno che dovesse creare tempo per il riposo. A nulla servirebbe un digiuno che non laceri il cuore.

È la sapienza che San Paolo VI ha espresso nella “Poenitemini” dove, proprio al primo capitolo, afferma che il digiuno serve “a non più vivere per sé stessi, ma per colui che ci amò e che diede la sua vita per noi e che ci spinge anche a vivere per i fratelli”.

La sapienza del cristiano che digiuna

La sapienza del cristiano che digiuna è, dunque, la sapienza di chi vive tutte queste dimensioni. La sapienza del cristiano che digiuna va oltre ogni riflessione umana. Non si digiuna perché fa anche bene, non si digiuna perché si ritrova anche una forma del corpo che tenda alla magrezza, non si digiuna per “fare un piacere a Dio”.

La sapienza di chi digiuna è la sapienza di chi usa bene del tempo che gli è dato, è la sapienza di chi, ogni giorno, in questa quaresima, trova un modo per privarsi di qualcosa; è la sapienza di chi, il venerdì, almeno il primo e l’ultimo, decide di saltare completamente un pasto. È la sapienza di chi leggerà la Parola, è la sapienza di chi metterà a posto le cose che non vanno bene, è la sapienza di chi si sentirà in comunione con i fratelli più poveri.

La sapienza del digiuno è la sapienza di chi sa che c’è una serie di demoni, di tentazioni, di cattive abitudini che non si vince in nessun modo, se non con il digiuno e con la preghiera. La sapienza di chi digiuna è la sapienza di chi vuole fortificarsi nello spirito. La sapienza di chi digiuna è la sapienza di chi trova, in un segno antico, la forza nuova di aderire al Signore.

Provocazioni di Sapienza

  • Come accoglierò l’invito al digiuno?
  • Che senso darò alla mia astensione dal cibo?

Non crediamo di svignarcela troppo presto e di sostituire la forma del digiuno tradizionale con altre e più moderne forme del digiuno. Non è questo il senso della pratica antica che plasma il corpo e forma l’anima.

A tutti l’augurio di vivere, questa settimana, la sapienza di chi digiuna per entrare, da subito, in penitenza.

2021-02-22T01:33:18+01:00