3° domenica dopo l’Epifania
Per introdurci
I martiri di Abitene, 49 cristiani che, nell’Africa proconsolare del IV secolo, celebravano in segreto l’Eucaristia contravvenendo alle leggi imperiali, vennero scoperti, interrogati, giudicati e giustiziati. Alla domanda dell’accusatore sul perché avessero insistito in un reato così grave, sapendo di rischiare la vita, uno di loro rispose: “Sine dominico non possumus”. Cioè senza domenica non possiamo vivere! Senza domenica, cioè senza il Sacramento dell’Eucarestia, senza quel rapporto con il Signore che si esprime nel Sacramento.
- È davvero così anche per noi?
- Sapremmo ridire le stesse cose?
Tutti, lo sappiamo bene, potremmo dire: noi si. Siamo qui per questo. Ma generalmente parlando il valore della Messa domenicale è messo in crisi. Noi siamo di fronte ad una generazione di adulti che non ha educato al rispetto della domenica e della Messa e siamo di fronte ad una generazione di giovani che ha perso completamente il rapporto con l’Eucarestia. Cosa ha da dirci questo brano di Vangelo. Cosa ha da suggerirci, poi, in ordine alla famiglia, della quale ci stiamo preparando a celebrare la festa?
Numeri
LETTURA Nm 13, 1-2. 17-27
Lettura del libro dei Numeri
In quei giorni. Il Signore parlò a Mosè e disse: «Manda uomini a esplorare la terra di Canaan che sto per dare agli Israeliti. Manderete un uomo per ogni tribù dei suoi padri: tutti siano prìncipi fra loro». Mosè dunque li mandò a esplorare la terra di Canaan e disse loro: «Salite attraverso il Negheb; poi salirete alla regione montana e osserverete che terra sia, che popolo l’abiti, se forte o debole, se scarso o numeroso; come sia la regione che esso abita, se buona o cattiva, e come siano le città dove abita, se siano accampamenti o luoghi fortificati; come sia il terreno, se grasso o magro, se vi siano alberi o no. Siate coraggiosi e prendete dei frutti del luogo». Erano i giorni delle primizie dell’uva. Salirono dunque ed esplorarono la terra dal deserto di Sin fino a Recob, all’ingresso di Camat. Salirono attraverso il Negheb e arrivarono fino a Ebron, dove erano Achimàn, Sesài e Talmài, discendenti di Anak. Ebron era stata edificata sette anni prima di Tanis d’Egitto. Giunsero fino alla valle di Escol e là tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva, che portarono in due con una stanga, e presero anche melagrane e fichi. Quel luogo fu chiamato valle di Escol a causa del grappolo d’uva che gli Israeliti vi avevano tagliato. Al termine di quaranta giorni tornarono dall’esplorazione della terra e andarono da Mosè e Aronne e da tutta la comunità degli Israeliti nel deserto di Paran, verso Kades; riferirono ogni cosa a loro e a tutta la comunità e mostrarono loro i frutti della terra. Raccontarono: «Siamo andati nella terra alla quale tu ci avevi mandato; vi scorrono davvero latte e miele e questi sono i suoi frutti».
Corinti
2Cor 9, 7-14
Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Sta scritto infatti: «Ha largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno». Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia. Così sarete ricchi per ogni generosità, la quale farà salire a Dio l’inno di ringraziamento per mezzo nostro. Perché l’adempimento di questo servizio sacro non provvede solo alle necessità dei santi, ma deve anche suscitare molti ringraziamenti a Dio. A causa della bella prova di questo servizio essi ringrazieranno Dio per la vostra obbedienza e accettazione del vangelo di Cristo, e per la generosità della vostra comunione con loro e con tutti. Pregando per voi manifesteranno il loro affetto a causa della straordinaria grazia di Dio effusa sopra di voi.
Vangelo
Mt 15, 32-38
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo. Il Signore Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?». Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini.
I sentimenti di Gesù
In primo piano, anche oggi, sono i sentimenti di Gesù, che hanno sempre una parte importante nel Vangelo. “Sento compassione per questa folla…”, così il testo. La compassione per noi è un sentimento piuttosto negativo. Quando si compatisce qualcuno è a causa di qualche povertà o di qualche cosa che non va. Per Gesù la compassione è il mettere i suoi sentimenti in unione e in comunione con quelli della folla. Folla che, come si legge nel Vangelo, è da tre giorni con lui. La fame comincia a farsi sentire. Gesù si mette al posto di quegli uomini, di quelle donne, di quei bambini e condivide con loro quel senso di fame che, in altri brani del Vangelo, aveva saputo dominare benissimo. Gesù domina la fame del corpo ma non la fame delle anime, la fame che lo spinge a radunare attorno a sé tutti, la fame che spinge a donarsi per quelle anime. Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è, infatti, uno dei segni che rimanda all’Eucarestia.
Stare con Dio
“Da tre giorni stanno con me…”. Così prosegue il testo, ricordandoci che alla base di quel “triduo” c’è un desiderio sano, autentico di stare con il Signore. Desiderio pienamente corrisposto. Gesù sta con loro, parla loro, insegna loro. C’è una comunione che, prima ancora di diventare miracolo o, diremmo noi, sacramento, è comunione di vita, comunione che si basa su un’esperienza, comunione che nasce da un ascolto. L’ascolto che tutta quella gente ha fatto rispetto a ciò che il Signore ha insegnato. È questo che commuove Gesù. È questa condivisione che si prolunga nel tempo che spinge Gesù ad anticipare quel gesto che, di per sé, sarà il gesto finale della sua vita, quella donazione che si legherà, da allora e per sempre, al pane e al vino. Il desiderio delle anime è il desiderio di stare con Dio. Il desiderio di Dio è il desiderio di stare con le anime, anzi, di entrare in loro, di unirsi a loro. L’Eucarestia è il segno di tutto questo.
Le domande
“Come possiamo trovare, in un deserto, tanti pani da sfamare una folla così grande?”. Il desiderio di Gesù deve però fare i conti con le domande dell’uomo. Domande pratiche, domande concrete, domande che riguardano la vita di tutti i giorni, domande che riguardano le cose primarie, nel caso la domanda sul cibo è determinante: come fare a provvedere alla vita in un luogo deserto? La narrazione evangelica è sempre molto concreta: parte sempre da ciò che l’uomo è in grado di dire, senza nascondere le piccolezze e a volte perfino le meschinità di ragionamenti angusti.
La condivisione
“Quanti pani avete?”. Ancora una volta, come anche già nel miracolo delle nozze di Cana della scorsa settimana, ecco che il Signore parte da quello che c’è. “Sette pani e pochi pesciolini”, eco di quell’altra e più famosa moltiplicazione, con 5 pani e 2 pesci. Il desiderio di stare con Dio, il desiderio di stare insieme, deve fare anche i conti con la condivisione. È questo il vero “miracolo” sul quale Gesù pone l’accento. Il pane che egli moltiplica, il pesce che egli dona in abbondanza, nasce da un’opera di condivisione compiuta da qualcuno evidentemente generoso nel mettere in comune quello che si ha. Una condivisione che, per la grazia di Dio, si moltiplica e diventa cibo per tutti, per quelle migliaia di persone che hanno seguito il Signore.
L’avanzo
Così quando la grazia di Dio interviene nel cuore dell’uomo, ecco che lascia sempre spazio alla sovrabbondanza. Sette sporte vengono portate via, segno che la grazia di Dio è sempre oltre i bisogni dell’uomo, è sempre oltre ciò che l’uomo crede. Dio non si lascia mai vincere in generosità, secondo quella legge del centuplo ben chiarita in molte pagine della predicazione del Signore.
Per noi
La trama del Vangelo diventa verifica per noi ma anche insegnamento.
Anzitutto il desiderio. Se noi non possiamo dire “senza domenica non possiamo vivere” o se al contrario possiamo dirlo, è proprio a partire dalla dinamica del desiderio. Sarà possibile dire questo e, soprattutto, sarà possibile testimoniarlo nella nostra vita se e solo se anche noi avremo il desiderio di incontrare Dio, il desiderio di parlare con Lui, il desiderio di rimettere nelle sue mani e, soprattutto, nel suo cuore, le domande, le richieste, i problemi, i ringraziamenti, che nascono dalla nostra vita. È la dinamica del desiderio di stare con Dio che ci deve spingere, domenica dopo domenica, a vivere l’Eucarestia come momento centrale, culminante della nostra vita di fede. Se in molti, che pure si dicono cristiani, manca questo momento, è perché manca il desiderio di stare con Dio. Ci si dice credenti, ci si professa cristiani, ma se non si parla con Dio, se non si desidera che Lui, Dio, entri nelle nostre anime, possiamo ancora fare questa professione? Ricordiamo poi che, senza il desiderio, rimane solo il precetto. Ma, come tutti sappiamo bene, il precetto, oggi, non sembra tenere più. Per quanto raccomandato, non ha vigore, non ha effetto. Questo può anche essere un bene, si toglie un obbligo formale. Ma così facendo, non si toglie anche quell’educazione del desiderio che vale in tutti i campi della vita e, quindi, anche nella fede? Tutti noi lo sappiamo bene che una vita senza desideri è vuota, piatta, senza slancio. Così pure come sappiamo bene che una vita fatta solo per rincorrere i desideri si trasforma presto in una corsa senza limiti verso ciò che mortifica la vita stessa. Occorre un’educazione del desiderio. Il precetto, in teoria, aveva proprio questo scopo. Togliere il precetto, significa togliere la possibilità di educare un desiderio di fede, come ben vediamo. Forse, la prima cosa che ci richiama questo Vangelo, la più importante, è proprio questa. Desiderio che si educa in famiglia, mentre ci prepariamo alla festa della famiglia, trovo provvidenziale questo richiamo alla celebrazione del mistero eucaristico. Realtà che richiamo perché possa essere riscoperta proprio nelle famiglie.
In secondo luogo vorrei che oggi, come ogni volta che veniamo a Messa, ci chiedessimo: oggi cosa voglio rimettere nelle mani di Dio? Quale sentimento voglio condividere? Quale realtà mi spinge a ringraziare? Per cosa posso intercedere o chiedere? Credo che le dinamiche che il vangelo ha messo in luce siano davvero le dinamiche di ogni celebrazione. Anche adesso, in questa Messa, siamo chiamati a fare questo esercizio, a vivere questa dimensione, a rapportarci al Signore in questo modo.
E ancora credo che il vangelo ma anche la seconda lettura, anche se non l’abbiamo commentata, ci aiutino a capire che da questa dimensione di desiderio di stare con Dio e di condivisione delle cose profonde della vita, nasce poi il desiderio di stare con gli altri e di condividere con gli altri. La dimensione della fede cristiana non è mai solitaria! Tutti siamo credenti dentro e grazie ad una comunità. Anche il nostro trovarci, di domenica in domenica, dice questo. Così come è nella dimensione della carità. San Paolo spiega bene che dalla condivisione della preghiera e della vita, si passa anche alla condivisione delle cose. Condivisione non già del superfluo, come purtroppo facciamo, ma nella dimensione proporzionata a ciò che la vita ci riserva. È questo, per esempio, il tentativo di educazione alla carità attraverso la decima o attraverso la “prima domenica del mese”, che ci richiama le esigenze della carità e degli altri.
Così quei 49 martiri di Abitene avevano imparato a credere e a ritenere. Saremo capaci di fare altrettanto? Saremo capaci di dire: “senza domenica non possiamo vivere?”. Io spero di sì. Per meglio capire questa proposta, vi invito, come ho già fatto in diverse occasioni dell’anno pastorale, a venire a Messa anche in settimana. Scoprire la vicinanza di Dio, ci spingerà a comprendere ancor meglio cosa è l’Eucarestia e quanta grazia essa sa portare a ciascuno di noi.
Prepariamoci così alla festa della famiglia e alle giornate eucaristiche. Troveremo un valore in più da condividere.