Domenica 23 agosto

Domenica che precede il martirio di San Giovanni il Precursore

Che cosa è di Dio? Cosa gli appartiene in sommo modo? Perché se è chiaro cosa è di Cesare e cosa deve tornare a Cesare, non è così facile rispondere alla prima domanda.

Vangelo

Mc 12, 13-17
✠ Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo. I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani mandarono dal Signore Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui.

Maccabei

1Mac 1, 10. 41-42; 2, 29-38
Lettura del primo libro dei Maccabei

In quei giorni. Uscì dagli ufficiali di Alessandro una radice perversa, Antìoco Epìfane, figlio del re Antìoco, che era stato ostaggio a Roma, e cominciò a regnare nell’anno centotrentasette del regno dei Greci. Il re prescrisse in tutto il suo regno che tutti formassero un solo popolo e ciascuno abbandonasse le proprie usanze. Tutti i popoli si adeguarono agli ordini del re. Allora molti che ricercavano la giustizia e il diritto scesero nel deserto, per stabilirvisi con i loro figli, le loro mogli e il bestiame, perché si erano inaspriti i mali sopra di loro. Fu riferito agli uomini del re e alle milizie, che stavano a Gerusalemme, nella Città di Davide, che laggiù, in luoghi nascosti del deserto, si erano raccolti uomini che avevano infranto l’editto del re. Molti corsero a inseguirli, li raggiunsero, si accamparono di fronte a loro e si prepararono a dare battaglia in giorno di sabato. Dicevano loro: «Ora basta! Uscite, obbedite ai comandi del re e avrete salva la vita». Ma quelli risposero: «Non usciremo, né seguiremo gli ordini del re, profanando il giorno del sabato». Quelli si precipitarono all’assalto contro di loro. Ma essi non risposero loro, né lanciarono pietre, né ostruirono i nascondigli, dichiarando: «Moriamo tutti nella nostra innocenza. Ci sono testimoni il cielo e la terra che ci fate morire ingiustamente». Così quelli si lanciarono contro di loro in battaglia di sabato, ed essi morirono con le mogli e i figli e il loro bestiame, in numero di circa mille persone.

Efesini

Ef 6, 10-18
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi.

Vangelo

È chiaro il contesto del Vangelo. Si cerca, in ogni modo, di “cogliere in fallo” il Signore Gesù, cioè si cerca in tutti i modi di cogliere una sua parola con la quale accusarlo, con la quale distanziarsi da lui. È il procedimento di chi non accoglie la fede come un dono, ma cerca sempre scuse, pretesti, formalità per le quali distanziarsi dal mondo della fede coprendo con la propria libertà quello che in realtà è un capriccio.

L’episodio è per Gesù occasione propizia per chiarire la sua posizione. Una moneta porta impressa l’immagine del re sotto il cui regno è stata coniata. Per Gesù è segno di colui al quale deve tornare: “date a Cesare quello che è di Cesare”. Con questo detto di sapienza Gesù archivia di colpo tutte le discussioni in merito a qualsiasi cosa materiale, economica, contingente della vita.

Con l’altra parte del detto sapienziale: “date a Dio quello che è di Dio”, Gesù si richiama alla teologia della creazione. Nella creazione è detto con estrema chiarezza che ogni essere creato porta in sé l’impronta di Dio, ma solo nell’uomo è infusa quell’anima che è “immagine e somiglianza di Dio”. “Dare a Dio quello che è di Dio”, allora, significa rimettere nelle sue mani l’anima, significa cercare di vivere un cammino che sia realmente occasione per tornare a Dio Padre, nella scelta dei valori, nella sottolineatura delle priorità, nel desiderio di piacere a Dio Padre in tutto e per tutto. L’invito del vangelo è molto forte e chiaro: non perdiamo quell’essere immagine e somiglianza di Dio che è infuso nella nostra coscienza, nella nostra anima e di cui tutti noi siamo responsabili.

Maccabei

Si capisce, allora, la scelta della prima lettura. Anzitutto perché abbiamo riletto, in queste domeniche del tempo dopo Pentecoste, tutta la storia della salvezza e siamo giungi all’ultima pagina dell’antico testamento, quella che immette direttamente nel tempo di Gesù. Poi perché il tema trattato è in perfetta linea con il Vangelo. Siamo nel periodo ellenistico e anche Israele viene conquistato dalle forze greche che, poi, lasceranno spazio a quelle romane. È un periodo tragico della storia di Israele, perché è il momento in cui tutti i governanti hanno cercato di sovvertire la religione dei padri e di ellenizzarsi, ovvero di acquisire gli usi e costumi dei greci in aperto contrasto con la fede dei padri, con il credo di Israele. È il tempo in cui viene meno la fede, il tempo della apostasia e della abiura, il tempo in cui non si rimane più fedeli alla legge di Dio e alla legge della coscienza perché si cede al proprio egoismo, perché si cerca qualsiasi scorciatoia per vivere secondo i propri interessi e non secondo gli interessi di Dio, della fede, tralasciando ogni richiamo alla santità.

In questo clima è bellissimo l’esempio dei Maccabei, l’esempio di coloro che, per non cadere in questa trama nefanda, preferirono ritirarsi nel deserto, lasciando le proprie case, le proprie abitazioni e città, i propri interessi e lavori, piuttosto che venir meno alla fedeltà alla legge dei padri. Come abbiamo sentito essi vennero sorpresi in giorno di sabato – abominio per Israele perché giorno sacro a Dio – e vennero sterminati tutti. Essi non si opposero con la forza, ricordando che Dio  condanna chi si oppone con forza al fratello, e preferirono morire con i loro valori, professando la loro fede piuttosto che accedere ad una facile vita ma senza i valori di Dio. Uomini, donne, bambini educati non al compromesso, non alla ricerca della via più facile, ma alla fedeltà alla Verità di Dio. Uomini, donne, bambini i cui nomi e le cui storie rimangono scritti presso Dio, come esempio di fedeltà, di rettitudine, di capacità di scegliere il bene piuttosto che la comodità. L’esempio dei Maccabei ci verrà ricordato tutti i giorni feriali di questa settimana nella sua bellezza, forza, fascino.

Efesini

Paolo conosceva bene l’esempio dei Maccabei e fonde la storia dei Maccabei con la predicazione di Gesù, scoprendone gli straordinari punti di contatto e comprendendo la grazia della chiamata alla fede che tutti i cristiani hanno ricevuto. Ecco perché, con l’immagine della battaglia e dell’armatura che è necessaria per un combattimento, San Paolo spiegava come si deve combattere da cristiani per la Verità e la fede.

Rafforzatevi nel vigore del Signore e nella sua potenza”: chi vuole “dare a Dio quello che è di Dio”, e cioè la propria anima, capisce che deve sempre rafforzarsi nello spirito e accetta che il cammino di fede sia anche fatica, attenzione, doverosa capacità di rimettersi sempre in discussione.

La nostra lotta è contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Questa è la verità della fede. Chi vuole vivere un itinerario cristiano, sa bene che la vita di fede è sempre lotta contro il male, contro lo spirito del maligno che si manifesta in molti e diversi modi nella vita dell’uomo. La vita cristiana è lotta contro le tentazioni e tensione al bene.

Attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio”; descrizione di grande impatto che ricorda che senza la fede, senza un cammino di costante adesione a Dio, non può nascere quell’attenzione alle virtù che rende vero il rapporto con gli altri. Senza un continuo appello alla vigilanza, il cristiano rischia di smarrire ogni richiamo al vero, al giusto, al bello. Ecco perché la vita cristiana, intesa, interpretata come lotta, concede all’uomo di vivere nella costante attenzione a Dio, a ciò che è di Dio e alla scelta per tutte le cose che a Lui riconducono.

Per noi

Senza cadere nel pessimismo, senza cadere nel discorso sulla “nequizia dei tempi” che, evidentemente, lascia il tempo che trova, penso però che l’esempio dei Maccabei sia per noi molto provocatorio ed anche attuale. Anche noi siamo in un tempo in cui si cerca di scardinare tutto ciò che proviene dalla fede. Non apertamente, ma, piuttosto, con l’indifferentismo per tutto ciò che ha il sapore delle cose di Dio o con uno stile di vita che è apertamente innocuo e che, invece, è diretto contro le cose della fede. È così che si combatte, oggi, la battaglia!  La soluzione è proprio quella che ci viene suggerita dai Maccabei: creare comunità in cui la fede diventa il collante e dove i membri si sanno spronare a vicenda nella ricerca della verità di Dio per darne poi testimonianza agli altri, è la carta vincente, o per lo meno lo è stata fino ad ora, in tutte le traversie della chiesa. Credo che sia suggerita con forza a ciascuno di noi, perché possiamo anche noi risultare vincitori nella battaglia del nostro tempo e del nostro secolo.

  • Avverto il richiamo ad una appartenenza forte alla comunità di Dio per rendere salda la mia coscienza?

In secondo luogo credo che anche a noi valga il richiamo a  ricordare che la vita di fede non è una passeggiata, ma una lotta quotidiana contro tutto ciò che si oppone a Dio. Credo sia proprio un cambiamento di mentalità serio quello che ci viene richiesto: se continuiamo a pensare che la vita di fede sia una sorta di passeggiata, non andremo molto lontani.

  • Avverto la responsabilità del camino di fede che mi viene proposto?

In terzo luogo io credo che tutti ci dobbiamo proporre la domanda di fondo:

  • Voglio rendere a Dio ciò che è di Dio e cioè la mia anima?

Su questa domanda che il vangelo insinua in ciascuno di noi, si regge tutto il resto della nostra meditazione. Se avremo a cuore che la nostra anima torni a Dio, allora potremo essere davvero uomini e donne dello spirito che amano cercare di rimettere ogni cosa nelle mani del Signore e che sanno che la propria vita è diretta ad un incontro con Lui, altrimenti saremo come tutti gli uomini e le donne del mondo: gente che cerca di vivere bene, secondo i propri interessi, gente magari buona, ma che è lontana dal Signore.

Cerchiamo di non essere noi in questo numero, ma di essere capaci di fare scelte che sanno anche andare controcorrente, per testimoniare a tutti che c’è un’anima da salvare, c’è un Dio verso il quale dirigersi e al quale tendere in ogni giorno della nostra vita. L’esempio forte dei Maccabei sproni e sostenga la mollezza interiore del nostro tempo.

2020-08-21T07:44:39+02:00