Domenica 23 novembre

2 domenica di Avvento: i figli del Regno

Introduzione

Tutti avvertiamo lo scorrere del tempo. Così, anche mentre i giorni si fanno più brevi per la minore quantità di luce che giunge a noi, tutti siamo richiamati a vigilare nell’attesa della venuta del Signore. Come dicevamo la settimana scorsa, la vigilanza è l’atteggiamento distintivo del cristiano che attende e che vuole essere profezia di giustizia per il mondo. Se abbiamo vigilato almeno un poco in questi primi giorni di cammino, possiamo allora rilanciare l’invito e scoprire perché, in una relazione con il Signore che si rinnova, siamo chiamati a diventare profeti di bene.

La Parola di Dio 

LETTURA Bar 4, 36 – 5, 9
Lettura del profeta Baruc

Così dice il Signore Dio: «Guarda a oriente, Gerusalemme, osserva la gioia che ti viene da Dio. Ecco, ritornano i figli che hai visto partire, ritornano insieme riuniti, dal sorgere del sole al suo tramonto, alla parola del Santo, esultanti per la gloria di Dio. Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: “Pace di giustizia” e “Gloria di pietà”. Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo, come sopra un trono regale. Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui».

SALMO Sal 99 (100)

Popoli tutti, acclamate il Signore!

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza. R

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo. R

Varcate le sue porte con inni di grazie,
i suoi atri con canti di lode,
lodatelo, benedite il suo nome; R

perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione. R

EPISTOLA Rm 15, 1-13
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: «Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me». Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: «Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome». E ancora: «Esultate, o nazioni, insieme al suo popolo». E di nuovo: «Genti tutte, lodate il Signore; i popoli tutti lo esaltino». E a sua volta Isaia dice: «Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a governare le nazioni: in lui le nazioni spereranno». Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.

VANGELO Lc 3, 1-18
Lettura del Vangelo secondo Luca

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!». Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: «Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Le scritture

Ce lo diceva la scrittura, anzitutto con la voce tonante che risuona nel deserto, il profeta per eccellenza che fu Giovanni il Battista:

voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore;

a cui si aggiunge il profeta:

Gerusalemme, guarda a oriente vedi la gioia che ti viene dal Signore tuo Dio;

E ancora l’Apostolo:

il Dio della speranza vi riempia di gioia e di pace.

I cristiani sono gente che si lascia raggiungere da questa Parola di Dio e si lascia edificare da essa. I cristiani sono gente che, in ogni tempo, in ogni momento, capiti quello che capiti, si lasciano avvicinare da una parola che rinnova, sprona, rilancia il cammino, perché sa rilanciare la relazione con Dio. I cristiani non si fermano a conservare quello che c’è, non si accontentano del loro percorso di fede già svolto, ma si domandano continuamente come è possibile tenere desta la relazione con quel Padre da cui tutto proviene e al quale tutto si dirige. I cristiani che vogliono essere segno e profezia per il mondo, sanno rilanciare sempre la loro relazione con Dio. Come accadeva ai tempi del profeta: in un tempo di distruzione e di devastazione, in un tempo difficile per la vita di tutto un popolo, ecco che la voce del profeta ha il coraggio di richiamare la relazione con Dio, invitando a sollevare lo sguardo e a cercare Colui dal quale può venire ogni bene ed anche la salvezza di cui, al momento, si dispera. I cristiani sono gente come Giovanni il Battista, che, lontano dai riflettori, lontano dalle grandi scene dove si prendono le decisioni chiave per quel tempo, sa far risuonare la voce di Dio che richiama alla conversione e alla ricerca di Lui. I cristiani, in ogni tempo, sanno che la vita è così: un richiamo continuo all’alleanza con Dio, anche quando tutto sembra dire che non ne vale la pena. I cristiani sono gente che sa riprendere in mano la propria relazione con Colui che è Padre.

Questo perché i cristiani sanno bene, come diceva l’Apostolo, che la gioia e la pace dipendono più da questa relazione che non dalle cose della terra, più dalla forte amicizia con Dio che non dalle cose che si sanno fare. I credenti, in ogni tempo e in ogni luogo, sanno bene che solo quando la relazione con il loro creatore e Padre è forte, allora si riversa su di loro ogni genere di bene e ogni pace. Ecco perché ricercano continuamente questa relazione e la ricreano continuamente, superando quello che capita, le difficoltà del tempo, le difficoltà personali, lo smarrirsi per 1000 motivi di quella relazione che, benché cardine della vita, rischia sempre di passare in secondo piano.

Profeti di bene

Quando questa relazione si rilancia, quando questa relazione diventa più forte, allora si diventa profeti di bene. Lo diceva il profeta:

guarda e rallegrati;

a cui faceva eco l’Apostolo:

ciascuno cerchi di compiacere il prossimo nel bene;

e il Vangelo:

chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; non esigete più di quanto è dovuto…

Il cristiano che rinnova la sua relazione con il Signore, diventa profezia di bene.

Bene, anzitutto, è richiamare a quella gioia e a quella dimensione di pace a cui è chiamato ogni uomo che si converte. Lo abbiamo sentito molto bene nel profeta Baruc che la gioia e la pace nascono solo quando gli uomini tornano a guardare a Dio come origine e centro delle loro vite e quando essi sanno attendere da lui quella Parola che li richiama ad operare, nella loro storia, per il bene. Nei 1000 modi in cui è possibile.

L’Apostolo  era ancora più esplicito, perché insegnava che chi rende forte la sua relazione con Dio, sa poi sostenere il cammino dei più deboli, diventando esempio per loro e sostegno delle loro stesse infermità. Il cristiano che rende forte la sua relazione con Dio si compiace del bene che sa compiere, non perché si ritiene buono e migliore di altri, o capace di qualche cosa di grande, ma perché sa riferire a Dio tutte quelle cose che sa compiere come manifestazione di bene e attestazione di esso. Il cristiano, dunque, si impegna a fare il bene che può, anche a sostegno di coloro che non ce la fanno. Per diversi motivi. Aggiunge anzi l’apostolo:

il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio.

Dio, dunque, concede perseveranza a coloro che credono e chi si rende perseverante diventa capace di gesti di bene nel nome del Signore e a lode di Dio. Chi compie il bene, chi diventa profezia di bene, non si sente un eroe capace di tutto, ma si sente uno dei tanti che vogliono imitare il Signore avendo in lui i medesimi sentimenti di Cristo. Dalla relazione con Dio nasce quel desiderio unico di avere lo stesso modo di guardare all’umanità di Gesù e, per questo, si diventa capaci di compiere il bene nelle 1000 direzioni possibili. La dimensione dell’accoglienza sincera, ovvero la dimensione dell’accoglienza della concreta situazione degli altri, con quello che essa può richiedere, diventa incentivo per il bene, richiamo a fare il bene, invito a darsi da fare. Perché il cristiano sa bene che ogni opera che nasce dallo Spirito e che è da Lui edificata e vivificata, rimane in eterno come attestazione di bene e di pace.

Soprattutto, ci dice il vangelo, il cristiano fa della sobrietà, delle ricerca continua di una misura di giustizia, il suo personale modo di partecipare al bene e di concretizzare qui, ora, il bene che si vuole donare ad altri. Il cristiano sa bene che, un giorno, rimarrà solo il bene. Colui che viene a bruciare la paglia con fuoco inestinguibile, permetterà al bene di emergere nella sua totalità, nella sua grandezza, nella sua globalità, svelando le intenzioni segrete dei cuori, al di là di quello che nella storia si è stati capaci di raggiungere e di fare.

Perchè la Parola dimori in noi

  • Abbiamo ancora voglia e capacità di diventare profezia di bene?
  • Il bene che sappiamo fare, in quale relazione sta con la nostra fede e con il mistero di Dio che si rivela?

Carissimi, io credo davvero che, oggi, certamente tutti siamo capaci di fare qualcosa di bene, ma credo anche che molti si trattengano dal fare il bene che possono. Tutti siamo invasi dalla cultura del sospetto, per cui non sappiamo mai dilatare i confini del nostro modo di amare oltre quelle che sono le parentele più prossime  e le amicizie più sincere. Siamo in un tempo in cui ci domandiamo sempre e realmente se chi ci sta chiedendo sia realmente un bisognoso. Siamo nel tempo in cui il tempo che viene sottratto a noi stessi, sembra sempre tempo perso, in qualche modo sprecato. Nel mondo in cui viviamo, sembra che siano i diritti a dover contare più dei doveri. Per cui oggi c’è maggiore concentrazione su di noi che sugli altri. Siamo immersi in un tempo di cultura egoistica, che porta sempre ad accendere prima i riflettori sui di noi e, poi, caso mai, sugli altri.

Le scritture di oggi ci dicono esattamente il contrario. Ci dicono che quando uno cerca il Signore, quando uno ama stare con il Signore, quando uno vuole rilanciare la propria relazione con Dio, diventa capace di bene perché non guarda più a sé stesso ma guarda a tutti. Chi rilancia la relazione con Dio, molto opportunamente, cerca di fare suoi i sentimenti di Cristo e, con questi stessi sentimenti, guarda alla storia, alle cose che capitano, all’uomo, senza farsi troppe domande e troppi scrupoli. Credo che sia davvero questo il segno profetico che ci viene chiesto di diventare. In un mondo dove la maggior parte delle persone pensa a sé e ai propri cari, persone che sanno dilatare il cuore e che sanno guardare all’uomo per fare tutto il bene possibile, sono davvero una profezia e una benedizione.

Vorrei che, allora, il nostro avvento continuasse così, con il richiamo ad essere profeti di bene in ogni situazione, in ogni tempo, in ogni direzione. Chi compie il bene, non solo ama l’uomo, ma ama anche il suo tempo, diventa profeta di speranza per il suo tempo, richiama tutti a quella relazione che, unica, può dire agli uomini in quale direzione procedere, in quale direzione cercare per realizzare sé stessi, la propria vita, la propria chiamata. Come dice il Signore: non c’è amore più grande di chi dona la vita. Prepariamoci ad accogliere chi ci ha donato la sua vita in tutto, con piccoli gesti di bene. Parteciperemo anche noi a quel rinnovamento interiore, a quel rinnovamento delle coscienze che il Signore, sempre, ci richiama.

2025-11-21T23:07:44+01:00