Mercoledì 24 marzo

Settimana della quinta domenica di Quaresima – Mercoledì

Genesi

48, 1. 8-21
Lettura del libro della Genesi

In quei giorni. Fu riferito a Giuseppe: «Ecco, tuo padre è malato!». Allora egli prese con sé i due figli Manasse ed Èfraim. Israele vide i figli di Giuseppe e disse: «Chi sono questi?». Giuseppe disse al padre: «Sono i figli che Dio mi ha dato qui». Riprese: «Portameli, perché io li benedica!». Gli occhi d’Israele erano offuscati dalla vecchiaia: non poteva più distinguere. Giuseppe li avvicinò a lui, che li baciò e li abbracciò. Israele disse a Giuseppe: «Io non pensavo più di vedere il tuo volto; ma ecco, Dio mi ha concesso di vedere anche la tua prole!». Allora Giuseppe li ritirò dalle sue ginocchia e si prostrò con la faccia a terra. Li prese tutti e due, Èfraim con la sua destra, alla sinistra d’Israele, e Manasse con la sua sinistra, alla destra d’Israele, e li avvicinò a lui. Ma Israele stese la mano destra e la pose sul capo di Èfraim, che pure era il più giovane, e la sua sinistra sul capo di Manasse, incrociando le braccia, benché Manasse fosse il primogenito. E così benedisse Giuseppe: «Il Dio, alla cui presenza hanno camminato i miei padri, Abramo e Isacco, il Dio che è stato il mio pastore da quando esisto fino ad oggi, l’angelo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi ragazzi! Sia ricordato in essi il mio nome e il nome dei miei padri, Abramo e Isacco, e si moltiplichino in gran numero in mezzo alla terra!». Giuseppe notò che il padre aveva posato la destra sul capo di Èfraim e ciò gli spiacque. Prese dunque la mano del padre per toglierla dal capo di Èfraim e porla sul capo di Manasse. Disse al padre: «Non così, padre mio: è questo il primogenito, posa la destra sul suo capo!». Ma il padre rifiutò e disse: «Lo so, figlio mio, lo so: anch’egli diventerà un popolo, anch’egli sarà grande, ma il suo fratello minore sarà più grande di lui, e la sua discendenza diventerà una moltitudine di nazioni». E li benedisse in quel giorno: «Di te si servirà Israele per benedire, dicendo: “Dio ti renda come Èfraim e come Manasse!”». Così pose Èfraim prima di Manasse. Quindi Israele disse a Giuseppe: «Ecco, io sto per morire, ma Dio sarà con voi e vi farà tornare alla terra dei vostri padri».

La Genesi, oggi, ci presenta un ultimo quadro dedicato alla dedizione di Giuseppe al bene del suo popolo e del popolo d’ Egitto. La liturgia sunteggia molto e ci mette di fronte alla scena finale della storia di Giuseppe, quando ormai anche Giacobbe è stato portato in Egitto dai fratelli che erano precedentemente giunti a chiedere aiuto a causa della carestia che Giuseppe stesso aveva predetto. Si svela così il senso profondo della storia di Giuseppe: egli ha dovuto subire tutto ciò che ha subito ed è diventato ciò che è diventato, per sovvenire i popoli, il popolo d’ Egitto, che lo ha accolto e per il quale lavora e il suo popolo, quell’insieme di tribù nate dai suoi fratelli. È la storia che insegna che Giuseppe diventa strumento della stessa provvidenza di Dio. Giuseppe, nella sua dedizione agli altri, diventa amico di Dio e strumento del bene che da Dio proviene.

C’è però anche la dedizione di Giacobbe al suo popolo. Ormai Giacobbe è vecchio, sta per finire i suoi giorni, ma ancora si dedica al suo popolo. Comprende così che sarà dai figli di Giuseppe che passerà la benedizione di Dio e, svolgendo un autentico ministero profetico, giunge a capire che non sarà il primogenito di Giuseppe a fare grandi cose per il popolo di Dio e per la storia della salvezza, ma il fratello. Ecco perché egli concede la sua benedizione al secondogenito, e non al primogenito, come voleva il diritto di quel tempo. Non un errore, quindi, ma il desiderio di servire, anche con questo gesto, quel popolo numeroso che Dio si è scelto e che diventerà ancor più numeroso con la benedizione di Dio.

Proverbi

30, 1a. 24-33
Lettura del libro dei Proverbi

Detti di Agur, figlio di Iakè, da Massa. Quattro esseri sono fra le cose più piccole della terra, eppure sono più saggi dei saggi: le formiche sono un popolo senza forza, eppure si provvedono il cibo durante l’estate; gli iràci sono un popolo imbelle, eppure hanno la tana sulle rupi; le cavallette non hanno un re, eppure marciano tutte ben schierate; la lucertola si può prendere con le mani, eppure penetra anche nei palazzi dei re. Tre cose hanno un portamento magnifico, anzi quattro hanno un’andatura maestosa: il leone, il più forte degli animali, che non indietreggia davanti a nessuno; il gallo pettoruto e il caprone e un re alla testa del suo popolo. Se stoltamente ti sei esaltato e se poi hai riflettuto, mettiti una mano sulla bocca, poiché, sbattendo il latte ne esce la panna, premendo il naso ne esce il sangue e spremendo la collera ne esce la lite.

Anche il libro dei Proverbi ci chiede di aprire gli occhi e illumina il nostro cammino. Solo una vita che profuma di dedizione sincera, come la vita della formica, come la vita del re che pensa al suo popolo, acquisisce preziosità davanti a Dio. Una vita dove uno pensa solo a sé stesso, una vita dove uno si isola, una vita dove uno pretende di arricchirsi solo per un prestigio personale, non ha alcun senso davanti a Dio. È la medesima logica del Vangelo. C’è chi arricchisce per sé e chi arricchisce davanti a Dio. Il progetto di chi è chiuso in sé stesso e pensa solo al proprio tornaconto non sussisterà. Il progetto di vita di chi si dedica agli altri, rimane sempre come progetto di benedizione che viene sostenuto da Dio.

Vangelo

Lc 18, 31-34
 Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù prese con sé i Dodici e disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà». Ma quelli non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto.

Così mi pare che anche il Vangelo ci illumini. Ancora un annuncio della Passione, ancora un momento nel quale il Signore non tace, dice chiaramente ciò che avverrà nella città santa, palesa ai suoi come si compirà quel progetto di vita che è tutto un progetto di donazione autentica, totale, generosa. Gesù spiega che non è venuto solo per donarsi ai figli del popolo ebraico, ma a tutti. Saranno “i pagani” a mettere le mani su di Lui. Gesù insegna così che il bene che viene dalla sua persona, quella redenzione dei peccatori che egli meriterà con la sua Pasqua, non è per i soli figli del popolo ebraico, ma è davvero per tutti. Non c’è uomo, non c’è donna che non sarà inserito in questa benedizione universale. Come non c’è uomo e non c’è donna che sia escluso da quella richiesta di imitazione che il Signore compie con la sua vita. Solo chi vive donandosi, solo chi vive per dare senso alla propria esistenza nel dono di sé, accresce davanti a Dio. Per questo chi si donerà con gioia e con sincera apertura di cuore, otterrà benedizione da Dio. Chi, con la forza che viene dal Signore risorto, si donerà con gioia e costanza ai fratelli, meriterà la ricompensa promessa. In sostanza solo una vita spesa per gli altri è una vita che è gradita a Dio. Una vita chiusa in sé stessa, dove si pensa solo a stare bene come singole persone, non è una vita evangelica.

Esercizio per la revisione di vita quaresimale

  • Mi dedico con generosità agli altri anche quando non capisco il senso di quello che faccio?
  • Quali sono gli egoismi che bloccano la mia vita e che mi trattengono da una dedizione generosa?
  • Cosa faccio per fare mio lo stile di vita del Signore, che chiede a tutti di crescere nella capacità di donarsi?

Impegno per suscitare la sapienza in noi

Credo che le parole di Papa Francesco si spingano, molte volte, in questa direzione. Il Papa ci ricorda che non è cristiana una vita di chi pensa solamente al proprio benessere, al proprio tornaconto, al proprio star bene, senza vedere le difficoltà degli altri, a partire da quelli che abbiamo vicino per aprirci, poi, alle difficoltà di coloro che vivono in diverse parti della terra in condizioni certamente molto più difficili delle nostre. Una vita cristiana è una vita che si apre al servizio gratuito e generoso perché sa vedere negli altri un “alter Christus”. Giovanni Paolo I aveva quasi scandalizzato la Curia romana dicendo di pregare per il “povero Cristo che è divenuto vicario di Cristo”. Cerchiamo noi di imitare la sapienza del “papa breve” e cerchiamo di fare della nostra vita la vita di “poveri Cristi” che, nel loro piccolo, sanno servire altri “poveri Cristi”.

È questo l’esercizio di sapienza che desideriamo vivere oggi.

2021-03-18T17:13:13+01:00