Lunedì 25 marzo

Settimana Autentica – lunedì

La spiritualità di questa settimana

Entriamo nella settimana autentica che è una settimana del tutto particolare. La spiritualità di questi primi tre giorni è segnata dagli ultimi giorni di vita del Signore che leggiamo nei Vangeli che ho commentato lo scorso anno. L’altro grande punto di riferimento sono le due grandi storie del Primo Testamento. Quest’anno scelgo di commentare il libro di Tobia, rileggendolo alla luce di quelle benedizioni che ci hanno aiutato nel cammino di Quaresima.

La Parola di questo giorno

GIOBBE 2, 1-10
Inizia la lettura del libro di Giobbe

Accadde, un giorno, che i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore, e anche Satana andò in mezzo a loro a presentarsi al Signore. Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Egli è ancora saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui per rovinarlo, senza ragione». Satana rispose al Signore: «Pelle per pelle; tutto quello che possiede, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e colpiscilo nelle ossa e nella carne e vedrai come ti maledirà apertamente!». Il Signore disse a Satana: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita». Satana si ritirò dalla presenza del Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. Allora sua moglie disse: «Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!». Ma egli le rispose: «Tu parli come parlerebbe una stolta! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?». In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.

SALMO Sal 118 (119), 153-160

La tua legge, Signore, e fonte di pace.

Vedi la mia miseria e liberami,
perché non ho dimenticato la tua legge.
Difendi la mia causa e riscattami,
secondo la tua promessa fammi vivere. R

Lontana dai malvagi è la salvezza,
perché essi non ricercano i tuoi decreti.
Grande è la tua tenerezza, Signore:
fammi vivere secondo i tuoi giudizi. R

Molti mi perseguitano e mi affliggono,
ma io non abbandono i tuoi insegnamenti.
Ho visto i traditori e ne ho provato ribrezzo,
perché non osservano la tua promessa. R

Vedi che io amo i tuoi precetti:
Signore, secondo il tuo amore dammi vita.
La verità è fondamento della tua parola,
ogni tuo giusto giudizio dura in eterno. R

TOBIA 2, 1b-10d
Inizia la lettura del libro di Tobia

In quei giorni. Per la nostra festa di Pentecoste, cioè la festa delle Settimane, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola: la tavola era imbandita di molte vivande. Dissi al figlio Tobia: «Figlio mio, va’, e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi. Io resto ad aspettare che tu ritorni, figlio mio». Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: «Padre!». Gli risposi: «Ebbene, figlio mio?». «Padre – riprese – uno della nostra gente è stato ucciso e gettato nella piazza; l’hanno strangolato un momento fa». Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. Ritornai, mi lavai e mangiai con tristezza, ricordando le parole del profeta Amos su Betel: «Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento». E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii. I miei vicini mi deridevano dicendo: «Non ha più paura! Proprio per questo motivo lo hanno già ricercato per ucciderlo. È dovuto fuggire e ora eccolo di nuovo a seppellire i morti». Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, entrai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile. Per il caldo che c’era tenevo la faccia scoperta, ignorando che sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, a causa delle macchie bianche, finché divenni cieco del tutto. Per quattro anni rimasi cieco e ne soffrirono tutti i miei fratelli.

VANGELO Lc 21, 34-36
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Tobia

Rileggendo la Scrittura potremmo dire che questo inizio, sebbene la lettura liturgica sia fatta per stralci, mette in luce la maledizione che aleggia in due famiglie.

La famiglia di Tobi: una famiglia in esilio, una famiglia che ha perso tutto. Una famiglia dove il padre, Tobi, che per anni si è dedicato ad un’opera di misericordia corporale – seppellire i morti – è diventato cieco. Opera su cui il testo, come abbiamo sentito, insiste moltissimo, perché per un pio ebreo lasciare un corpo senza sepoltura degna equivale ad una dannazione. Se poi è il corpo di un ebreo, la cosa è ancora più forte. Nel Primo Testamento il valore dell’appartenenza al popolo è sempre molto fortemente sottolineato. Tobi, dunque, insieme a Tobia, svolge un’opera di bene, opera per la quale sarebbe giusto aspettarsi, almeno da Dio, una ricompensa. Invece tutto va di male in peggio. Tobi, come abbiamo sentito, diventa cieco. Sembra una disgrazia nella disgrazia. Già essere deportati è una maledizione, essere poveri pure, essere dediti ad un’opera di misericordia non ricompensata è l’apice della sventura. Una famiglia che sta andando in rovina anche nelle sue relazioni più interne: Tobi e la moglie sono in crisi, Tobi diventa sospettoso, teme anche per il figlio in quella condizione davvero difficilissima. È in questo contesto che matura l’idea di andare a riprendere un deposito fatto, anni prima, nella Media. È l’ultima risorsa che rimane a questa famiglia. Un viaggio difficile e lungo che Tobia deve affrontare non da solo. Una storia difficile che sembra una storia di maledizione.

L’altra famiglia sfortunata – come sappiamo anche se non leggiamo questa parte della storia quest’anno – è quella di Raguele, parente della famiglia di Tobia, quello stesso presso il quale è stata depositata la piccola somma di riserva per il bisogno del futuro. Un uomo che ha una sola figlia, data già in sposa a sette mariti, tutti morti nella prima notte di nozze. Una sventura che si è trasformata in leggenda. Ormai tutti ridono di lei, tenendosi ben lontani da questa ragazza che porta sfortuna. Una famiglia distrutta anche dal desiderio di questa ragazza: suicidarsi, farla finita.

Due storie difficili, due storie di maledizione più che di benedizione, due storie che, invece, saranno il terreno fertile per quella benedizione di Dio che è sempre alla portata di tutti, perché Dio benedice sempre i suoi figli.

L’importanza di una benedizione – invito alla riflessione

Questo primo giorno della settimana santa vuole farci riflettere proprio su questo tema. Nessuna condizione di vita allontana le persone da Dio. Nessuna condizione di vita è così segnata dalla sofferenza da tenere le persone lontane dall’affetto di Dio Padre. Nulla capita a caso nella vita di nessuno. Nella vita di Tobia, di Tobi, di Sara ma anche nella vita del Signore Gesù. I Vangeli di questi giorni – provate a rileggerli voi – ci dicono che anche nella vita di Cristo non si è realizzato niente se non ciò che Dio ha voluto, nei tempi che Dio ha voluto, essendo tutto nelle mani di Dio. La riflessione biblica di questi giorni vuole essere un invito a rileggere la propria condizione per capire che non c’è mai una sventura che cancelli l’amicizia con Dio, non c’è mai un dolore che sappia allontanare da Dio definitivamente, non c’è mai una condizione di sventura tale da dire che uno è condannato da essa. Tutto si può mutare in una benedizione. Tutto può diventare fonte di vicinanza rinnovata con Dio. Tutto può servire nella storia di ciascuno per il bene massimo al quale si può giungere. Se volete è ciò che esprimiamo anche nella tradizionale sapienza popolare: Dio non manda mai un dolore insopportabile…; se Dio manda una croce dona anche la forza per portarla…; Dio manda sempre il suo angelo ad essere vicino a chi cammina nell’oscurità… e altri modi dire.

Entrando nella settimana santa credo che tutti noi siamo invitati a riflettere sulla nostra posizione, per capire dove siamo rispetto a questo insegnamento che la Parola ci dona di ricevere.

Per noi e per il nostro cammino

  • Faccio miei questi insegnamenti?
  • Davvero quando mi capita qualcosa che mi turba o che mi pesa sono pronto a pensare che Dio non manda altro che quello che io posso sopportare?
  • Vedo questa Provvidenza di Dio sempre pronta ad agire nella mia storia e in quella di coloro che mi vogliono bene?
2024-03-20T22:31:51+01:00