Domenica 25 dicembre

Natale del Signore

Per introdurci

Pubblichiamo la tradizionale “lettera alla comunità Pastorale che il Parroco rivolge alla Santa Famiglia nella S. Messa di mezzanotte.

La Parola di Dio nella S. Messa della notte

LETTURA Is 2, 1-5
Lettura del profeta Isaia

Messaggio che Isaia, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme. Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri». Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.

SALMO Sal 2

Oggi la luce risplende su di noi.

Voglio annunciare il decreto del Signore.
Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato.
Chiedimi e ti darò in eredità le genti
e in tuo dominio le terre più lontane». R

E ora siate saggi, o sovrani,
lasciatevi correggere, o giudici della terra;
servite il Signore con timore
e rallegratevi con tremore. R

«Io stesso ho stabilito il mio sovrano
sul Sion, mia santa montagna».
Beato chi in lui si rifugia. R

EPISTOLA Gal 4, 4-6
Lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati

Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!».

VANGELO Gv 1, 9-14
✠ Lettura del vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Carissima Santa Famiglia,

eccoci di nuovo qui. Eccoci di nuovo in questa chiesa, quest’anno, davvero, nella pienezza. Dopo la Messa anticipata di due anni fa, dopo la Messa a capienza ridotta e senza segni della festa dello scorso anno, pare davvero che, quest’anno, possiamo vivere la celebrazione e il rito uniti agli affetti umani, agli auguri cordiali, ai “riti”, se così pure vogliamo chiamarli, che fanno da contorno a questa notte santa e benedetta. Non che siano essenziali, eppure dicono bene quella fraternità, quella pace, quella gioia che dovrebbe contraddistinguere questa notte santa e benedetta.

Carissima Santa Famiglia, 

quest’anno, poi, abbiamo ripreso il gesto tradizionale della benedizione alle famiglie che, personalmente, mi era molto mancato gli scorsi anni. Non avevamo lasciato perdere il segno, ma una cosa è passare per le vie e benedire chi sta nel suo giardino, sotto il suo portico o affacciato alla sua finestra, un conto è entrare nelle case, vedere quale aria si respira, partecipare alla sofferenza di una famiglia come alla gioia di un’altra, condividere il momento difficile di un nucleo o partecipare alla vivacità di una famiglia numerosa e chiassosa. Penso di parlare anche a nome dei miei confratelli quando dico che è stato proprio un tempo lungo – dieci settimane intere e ancora tre ne mancano da vivere in Quaresima – e bello. Grazie, Santa Famiglia, di quanto ci hai permesso di vivere. Non era scontato e così lo abbiamo accolto come un dono, penso non solo noi sacerdoti, ma anche i fedeli. Alcuni ci hanno proprio atteso, aspettato, qualcuno ha preso qualche ora di ferie per stare a casa proprio per il nostro arrivo, qualcuno si è dato da fare per non perdere l’appuntamento. Certo, altri non si aspettavano la benedizione e sono stati sorpresi e contenti di riceverla, altri, come voi ben sapete, si sono trincerati dietro una scusa, o non hanno aperto una porta, o ce l’hanno chiusa in faccia. Anche questo è un’occasione per capire che la fede è un dono e che lavora in modo diverso nei cuori.

Carissima Santa Famiglia,

nel clima generalmente intenso dell’Avvento, sono però stato stupito da alcuni dialoghi che ho potuto fare, di alcune cose che ho potuto sentire, di alcuni gesti che ho potuto vedere.

Penso ai ragazzi giovani che ho incontrato. Indaffarati, presi dallo studio o dal lavoro tanto da averti dimenticato. Ho incontrato ragazzi che sono stati o sono in procinto di partire per università blasonate, gente che si è data da fare per ottenere quel posto, e che, tra le molte domande e i molti interessi che la disciplina studiata accende, non vivono nessun interesse per la fede e non hanno nessuna domanda sul tuo mistero, che dovrebbe essere, invece, la cosa più affascinante. Ne ho incontrati altri, magari anche solo adolescenti, molto spesso pieni di dubbi, complicazioni, rabbia da sfogare in gesti di violenza anche gravi. Come pure ragazzi che si lasciano prendere da un uso sproporzionato di qualsiasi sostanza o alcool che stordisce la loro giovane vita. Così come ho incontrato ragazzi sereni, di buona volontà che sanno aderire ad un progetto, che sanno partecipare ad un volontariato, che sanno rendersi disponibili per un compito. E tuttavia mi è sembrato che anche questi siano poco “sognatori”, poco aperti al futuro, poco capaci di fare progetti grandi. C’è fervore attorno ad alcuni temi: l’ecologia globale, i diritti umani, ma cose trattate più a livello emotivo che non razionale. Se devo essere sincero, cara Santa Famiglia, mi è sembrato che siano un po’ privi di speranza, sia i giovani un po’ più ai margini e un po’ più lontano dalla fede che quelli più vicini e sensibili a qualche discorso sul mistero di Dio. Mi pare che molti di loro non si attendano niente, se non un buon lavoro, una discreta capacità economica, la possibilità di viaggiare. Certo tutte cose importanti, si capisce, ma mi pare non aperte alla sorpresa, al compimento, al “gusto” per qualcosa “oltre”.

Carissima Santa Famiglia,

cosa devo dirti poi degli adulti? Che anche loro sono a corto di speranza.

Molti mi hanno detto delle loro preoccupazioni economiche, proponendomi svariate analisi sui problemi energetici, sull’andamento dell’inflazione, sui problemi che genera la preoccupazione di non farcela, di non saper garantire ai figli una stabilità certa per il futuro. Cose tutte ragionevoli, ti devo dire, alcune proprio anche illuminanti, fatte da persone che leggono, si interessano, cercano di capire. Molto utili anche per me. Certo poi vedere che le chiese si svuotano al primo week-end sciistico, al primo ponte interessante, alla prima vacanza che capita, mi fa pensare che parliamo molto di queste cose, ma poi la vita procede più o meno come sempre nella nostra città.

Molti altri mi hanno giustamente parlato delle preoccupazioni legate alla guerra, mi hanno detto che questo “Natale di guerra” è diverso dagli altri, che non è più come una volta… Frasi in certo qual modo un po’ di circostanza. Mentre vediamo le immagini di chi sta passando il Natale al freddo, non ho visto molte famiglie abbassare più di tanto il proprio termosifone. Non mi pare che le tavole di domani, o forse già di stasera per qualcuno, siano state meno imbandite del solito. Forse questa è stata la scusa per tagliare qualche regalo a qualche persona a cui poco si teneva. Perché per chi si ama, invece, mi pare che sia davvero cambiato poco. Forse questa è anche la scusa per tagliare un po’ di solidarietà, un po’ di carità, un po’ di spirito di condivisione.

Insomma, cara Santa Famiglia, mi pare di aver riscontrato un po’ di mancanza di speranza, un po’ di desiderio di vivere, magari anche con un po’ meno cose ma con vivacità, con interesse. E, soprattutto, dopo tutto quello che abbiamo detto durante il covid, mi sembrava credibile poter vedere un po’ più di fraternità. Invece devo dire che questa mia speranza è andata un po’ delusa e che non c’è stato quel bel recupero delle relazioni che avevamo detto di voler vivere.

Carissima Santa Famiglia,

forse anche gli anziani, che sono gli uomini, le donne che più dovrebbero essere attenti alla dimensione della speranza, mi pare che non ne abbiano poi così tanta! E che anche il pensiero dell’eternità, più che generare consolazione, senso di attesa, desiderio di preparazione, genera perplessità, dubbio, forse anche ilarità, quasi che questo sia un pensiero per qualche bigotto dei tempi andati.

Carissima Santa Famiglia,

quest’anno io vorrei porti una domanda: cosa dobbiamo fare per suscitare la speranza? Cosa dobbiamo fare tutti, ragazzi, giovani, adulti, vecchi, preti, per suscitare la speranza che deve essere in noi? Lo chiedo a te, Maria, Santa Maria della Speranza, che hai saputo attendere per poi donare, che hai saputo vigilare per poi vivere in pienezza, che hai saputo stupirti per poi stupire il mondo, i secoli, la storia.

Lo chiedo a te, Giuseppe, uomo del silenzio, che hai avuto a che fare con i problemi di tutti e di sempre: la paura delle guerre, il problema dei soldi, la percezione che un giorno anche tu saresti morto lasciando Maria e Gesù. Lo chiedo a te, uomo dei sogni, uomo che sai parlare con gli Angeli, a te che della speranza sei al tempo stesso figlio e padre.

Lo chiedo a te, Bambino Gesù, che sei la speranza incarnata. Lo chiedo a Te che sei il segno di speranza che il Padre ha promesso alle genti, ha mandato nella pienezza del tempo, continua a mandare nel mondo. Lo chiedo a Te, che sei l’origine di ogni speranza umana e, al tempo stesso, il suo compimento. Lo chiedo a Te che sei la visibilità della speranza, il sostegno di chi vuole sperare ad ogni costo.

Non vorrei osare troppo, ma mi pare che ciascuno di voi ci dia una risposta.

Mi pare che tu, San Giuseppe, ci dica: “non è facile vivere nel segno della speranza cristiana. Da una parte, infatti, prevalgono spesso atteggiamenti di sfiducia, delusione e rassegnazione, che contraddicono non soltanto la “grande speranza” della fede, ma anche quelle “piccole speranze” che normalmente ci confortano nello sforzo di raggiungere gli obiettivi della vita quotidiana. È diffusa cioè la sensazione che, per l’Italia come per l’Europa, gli anni migliori siano ormai alle spalle e che un destino di precarietà e di incertezza attenda le nuove generazioni. (…)  Ci avviciniamo così al motivo più profondo e decisivo della debolezza della speranza nel mondo in cui viviamo. La nostra civiltà e la nostra cultura, che pure hanno incontrato Cristo ormai da duemila anni tendono tuttavia troppo spesso a mettere Dio tra parentesi, ad organizzare senza di Lui la vita personale e sociale, ed anche a ritenere che di Dio non si possa conoscere nulla, o perfino a negare la sua esistenza. Ma quando Dio è lasciato da parte nessuna delle cose che veramente ci premono può trovare una stabile collocazione, tutte le nostre grandi e piccole speranze poggiano sul vuoto. Per “educare alla speranza”, come ci proponiamo (…), è dunque anzitutto necessario aprire a Dio il nostro cuore, la nostra intelligenza e tutta la nostra vita, per essere, in mezzo ai nostri fratelli, suoi credibili testimoni”[1].

Mi pare che tu, Maria, ci dica: “la preghiera e il soffrire, insieme all’agire e al giudizio, come “luoghi” di apprendimento e di esercizio della speranza. La preghiera alimenta la speranza, perché nulla più del pregare con fede esprime la realtà di Dio nella nostra vita. Anche nella solitudine della prova più dura, niente e nessuno possono impedirmi di rivolgermi al Padre, nel segreto del cuore, dove Lui solo vede”[2].

Mi pare che Tu, Bambino Gesù, ci risponda con le parole che ispirasti a San Giovanni Paolo II: “Ci prepariamo ad accogliere Cristo, che viene a noi come salvatore del mondo. Sappiamo che egli viene con una potenza spirituale, atta a trasformare e a rinnovare l’universo. Per questo abbiamo la certezza che la nostra speranza non sarà delusa: Cristo stesso si fa garante del suo definitivo compimento.  Egli, tuttavia, vuol farci partecipare attivamente all’opera intrapresa con la sua venuta nel mondo: vuole che alla Redenzione collaboriamo anche noi. Il credente attende tutto da Cristo e, ciò nonostante, si impegna come se tutto dipendesse da lui. Questa è la speranza che deve animare il cristiano nello sforzo quotidiano di adesione ai valori evangelici”[3].

[1] Benedetto XVI, apertura convegno “educare alla speranza”, Roma, 2009

[2] Benedetto XVI, Enciclica “Spe Salvi”

[3] Giovanni Paolo II, Angelus S. Natale 1989

Carissimo San Giuseppe

ti ringrazio per averci detto che la speranza nasce dove non si mette quel Tuo speciale Figlio tra parentesi. Ispira, San Giuseppe, i nostri giovani a non mettere Cristo tra parentesi. Ispira i nostri giovani credenti ad essere testimoni, per dedizione, passione, grinta. Solo così riaccenderemo la speranza nei giovani.

Carissima Santa Maria

ti ringrazio per averci ricordato, dopo questo Avvento tutto dedicato alla preghiera, che la speranza nasce solo dalla preghiera. Preghiera che non è disincarnata ma sta assieme al soffrire, che molti conoscono bene; all’agire, di cui molti sono appassionati; al giudizio che non deve mai mancare nella vita cristiana sotto forma di discernimento.

Carissimo Gesù Bambino

grazie per averci ricordato che sperare significa attendere tutto da Te e dal Padre, unendoci a voi nella preghiera, e agendo come se tutto dipendesse da noi. Solo così vinceremo la pigrizia, la sfiducia e tutto ciò che intende uccidere la speranza.

Carissima Santa Famiglia

accendi in noi la speranza!

La speranza che tutto trova senso nell’incontro con te.

La speranza che Cristo è la speranza incarnata, la via di ogni speranza, il cuore stesso di ogni speranza.

La Speranza che il Padre non ci lascia, non ci abbandona, nemmeno nelle solitudini, nelle sofferenze, nelle povertà della vita, nelle guerre, nelle incertezze economiche o di qualsiasi altro tipo.

La speranza che la fraternità, la condivisione, l’abbandono fiducioso al soccorso di Dio e, soprattutto la preghiera, sono il cuore della speranza.

La speranza che ci fa entrare nel buio di un futuro incerto per camminare nella luce.

La speranza che si trasmette da cuore a cuore perché ogni cuore umano attende questa notizia buona.

La speranza che Dio sa far volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita.

La speranza che è la fonte della pace.

Santa Famiglia, accendi in noi la speranza!

2023-02-03T17:47:17+01:00