Sabato 26 giugno

Settimana della 4 domenica dopo Pentecoste – Sabato

Vangelo

Lc 4, 31-37
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità. Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male. Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.

Come sempre il sabato ha un itinerario a parte nelle Scritture della settimana e serve per introdurci alla festa della domenica. Il tema di oggi emerge molto facilmente, perché si capisce subito che è quello della santità del ministero.

Una santità di partecipazione, potremmo definirla. La vera santità è quella di Gesù, infatti, che viene come rivelatore del Padre. La sua santità è riconosciuta perfino dai demoni che infestano il cuore degli uomini. Essi sanno che Gesù è “il santo di Dio”, cioè riconoscono la sua divinità, il suo essere Dio. Santità che ancora deve essere nascosta, non è ancora giunto il momento della sua piena manifestazione ad Israele. Santità che deve guidare la riflessione di fede di tutto il popolo di Dio. Accogliere la manifestazione di Dio che si rende presente in Gesù, significa impegnarsi per compiere un cammino di santificazione, a sua imitazione.

Levitico

Lv 21, 1a. 5-8. 10-15
Lettura del libro del Levitico

In quei giorni. Il Signore disse a Mosè: «I sacerdoti non si faranno tonsure sul capo, né si raderanno ai margini la barba né si faranno incisioni sul corpo. Saranno santi per il loro Dio e non profaneranno il nome del loro Dio, perché sono loro che presentano al Signore sacrifici consumati dal fuoco, pane del loro Dio; perciò saranno santi. Non prenderanno in moglie una prostituta o una già disonorata, né una donna ripudiata dal marito. Infatti il sacerdote è santo per il suo Dio. Tu considererai dunque il sacerdote come santo, perché egli offre il pane del tuo Dio: sarà per te santo, perché io, il Signore, che vi santifico, sono santo. Il sacerdote, quello che è il sommo tra i suoi fratelli, sul capo del quale è stato versato l’olio dell’unzione e ha ricevuto l’investitura, indossando le vesti sacre, non dovrà scarmigliarsi i capelli né stracciarsi le vesti. Non si avvicinerà ad alcun cadavere; non potrà rendersi impuro neppure per suo padre e per sua madre. Non uscirà dal santuario e non profanerà il santuario del suo Dio, perché la consacrazione è su di lui mediante l’olio dell’unzione del suo Dio. Io sono il Signore. Sposerà una vergine. Non potrà sposare né una vedova né una divorziata né una disonorata né una prostituta, ma prenderà in moglie una vergine della sua parentela. Così non disonorerà la sua discendenza tra la sua parentela; poiché io sono il Signore che lo santifico».

Questa santità era quella che, già nella prima Scrittura, veniva partecipata ai leviti del popolo santo di Dio. Santità che il sacerdote doveva mantenere o, in caso l’avesse persa, l’avrebbe potuta recuperare, solo attraverso il più scrupoloso rispetto delle norme di santità che prevedevano, tra l’altro, come abbiamo sentito, l’assoluto astenersi da qualsiasi contatto di sangue o con i morti, fosse stato anche il corpo dei genitori. Per non perdere la purità rituale nessun morto doveva essere toccato: non erano ammesse eccezioni di alcun genere. Santità rituale, santità liturgica, santità esteriore, fatta del rispetto di norme e regole. È il tema così come è stato pensato nell’Antico Testamento: dalla santità di Dio deriva la santità delle sue guide e la salvezza dell’anima.

Tessalonicesi

1Ts 2, 10-13
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi

Fratelli, voi siete testimoni, e lo è anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi, che credete, è stato santo, giusto e irreprensibile. Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria. Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti.

Questa santità che è di Gesù, che aveva una partecipazione nell’esperienza dell’Antico Israele, è, ora, partecipata a coloro che vogliono seguire Gesù e gli apostoli da vicino, cioè a coloro che vengono associati al ministero dell’Ordine per la missione di quella Chiesa che ha da poco iniziato la sua attività evangelizzatrice ed apostolica. Paolo interpreta così il suo ministero: è un ministero santo non tanto per lui, non tanto per quello che fa, ma soprattutto per quello che è: un imitatore di Cristo. Per questo l’unico comportamento richiesto è quello di comportarsi in maniera degna della vocazione che si è ricevuta in dono. È solo questa realtà che permette di camminare sulla via di santità predisposta proprio perché noi la praticassimo.

Per noi

Potremmo quasi dire che questa meditazione è solo per noi preti, che non è per voi laici. L’esempio del sacerdozio del Primo Testamento e l’esempio di San Paolo appaiono benissimo costituire un solido punto di riferimento per coloro che seguono il Signore su una speciale via di consacrazione.

In realtà non è così perché la partecipazione alla santità di Cristo non è propria solo dei ministri ordinati, ma è per tutti. Non occorre essere sacerdoti, non occorre essere apostoli per camminare su questa via di santificazione, tutti possono farlo. La santità di partecipazione certo è data in modo speciale e singolare a coloro che partecipano anche dello stesso “munus” sacerdotale di Cristo, ma ciò non significa che sia negata agli altri. I battezzati, come insegna il Concilio Ecumenico Vaticano II partecipano realmente dell’unico sacerdozio di Cristo, attraverso quello che chiamiamo l’unico sacerdozio comune dei fedeli, anche se, poi, i sacerdoti ordinati partecipano in modo del tutto singolare al carisma sacerdotale di Cristo.

Credo che oggi occorra pregare perché tutti noi possiamo scoprire sempre più vera questa realtà: anche noi partecipiamo della santità di Cristo e vi parteciperemo ancor di più se saremo sempre più attenti a viverla, a rinnovarla nella celebrazione della Santa Eucarestia, a renderla splendente con il nostro comportamento.

Memori di questa benedizione chiediamo a Dio di partecipare della sua santità e disponiamoci a viverla nei nostri giorni.

2021-06-17T15:15:41+02:00