5 Domenica dopo il martirio di San Giovanni Battista
Introduzione
- Qual è, per noi, il grande comandamento, ammesso che ne esista uno?
- Che differenza c’è tra il comandamento di onorare Dio e quello di servire il prossimo?
Perché mi pare che, al momento, ci sia non poca confusione! Mi pare che mentre sul comandamento di servire il prossimo ci sia un certo fermento, non così tanto sul comandamento di amare Dio.
La Parola di Dio
LETTURA Dt 6, 4-12
Lettura del libro del Deuteronomio
In quei giorni. Mosè disse: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte. Quando il Signore, tuo Dio, ti avrà fatto entrare nella terra che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti, con città grandi e belle che tu non hai edificato, case piene di ogni bene che tu non hai riempito, cisterne scavate ma non da te, vigne e oliveti che tu non hai piantato, quando avrai mangiato e ti sarai saziato, guàrdati dal dimenticare il Signore, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile».
SALMO Sal 17 (18)
Amo il Signore e ascolto la sua parola.
Ti amo, Signore, mia forza,
Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore,
mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. R
Signore, tu dai luce alla mia lampada;
il mio Dio rischiara le mie tenebre.
Con te mi getterò nella mischia,
con il mio Dio scavalcherò le mura. R
Per questo, Signore, ti loderò tra le genti
e canterò inni al tuo nome.
Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato,
a Davide e alla sua discendenza per sempre. R
EPISTOLA Gal 5, 1-14
Lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io, Paolo, vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la Legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella Legge; siete decaduti dalla grazia. Quanto a noi, per lo Spirito, in forza della fede, attendiamo fermamente la giustizia sperata. Perché in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità. Correvate così bene! Chi vi ha tagliato la strada, voi che non obbedite più alla verità? Questa persuasione non viene sicuramente da colui che vi chiama! Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta. Io sono fiducioso per voi, nel Signore, che non penserete diversamente; ma chi vi turba subirà la condanna, chiunque egli sia. Quanto a me, fratelli, se predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? Infatti, sarebbe annullato lo scandalo della croce. Farebbero meglio a farsi mutilare quelli che vi gettano nello scompiglio! Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
VANGELO Mt 22, 34-40
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo. I farisei, avendo udito che il Signore Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Deuteronomio
Di per sé le letture sono molto chiare, in particolare la prima, il Deuteronomio che ci ha detto, in modo molto chiaro e netto, che gli uomini, da sempre, e quindi anche noi che non facciamo eccezione, dimenticano il mistero di Dio; così, da sempre, gli uomini si concentrano su quello che sanno fare, su quello che sanno e che possono produrre, su quello che è il frutto del loro operato. È così da sempre! Da sempre l’uomo mette attenzione, cura, forze, ingegno, desiderio in quello che sa fare. È lì che l’uomo dà il meglio di sé. È lì che l’uomo mette a frutto tutte le sue capacità, tutto il suo sforzo, tutta la sua fatica. Le altre cose vengono dopo! Compreso quel sentirsi figlio amato di Dio che, invece, dovrebbe essere il punto di partenza! Diceva molto bene Mosè che il popolo di Israele si sarebbe presto dimenticato del mistero di Dio una volta entrato nella terra dei padri. Avendo ricevuto in dono quella terra, si sarebbe presto dimenticato di tutto quello che i padri avevano vissuto e si sarebbe chiuso in un orgoglio di autoreferenzialità che avrebbe portato il cuore lontano da Dio: ecco il perché di alcuni segni. Il segno fondamentale è quello che tutti conosciamo, perché ancora molto vissuto dai figli del popolo ebraico. Il segno di mettere piccoli rotoli della scrittura nei luoghi quotidiani della vita, perché siano ricordo di ciò che Dio ha fatto, senza pensare di essere noi stessi, per forza, il principio di tutto, l’origine di ogni cosa, colui che dà forza e vigore a tutto ciò che serve nella vita; ecco il valore del segno: ricordare una verità. La verità che tutto è nelle mani di Dio e non dipende dal lavoro dell’uomo, nonostante questo sia importantissimo e unico!
Galati
Così comprendiamo anche il rimprovero di San Paolo ai galati. Paolo ha istruito i Galati, ha insegnato a mettere il comandamento dell’onore da riservare a Dio al primo posto, ha cercato di far capire che, senza questo riferimento, tutto rischia di essere scipito, di essere sminuito, di essere travisato. Ed ecco che, appena se ne è andato dalla loro città, tutto è ritornato come prima. Ecco il rimprovero:” chi mai vi ha ammaliati?”. O ancora: “correvate così bene”… Come dire: anche chi ha iniziato un suo cammino di fede, si è stancato di esso, ha finito per non vivere può quel determinate riferimento ai comandamenti che, invece, è il fulcro della vita cristiana. Ecco il tentativo di Paolo: non sminuire la libertà dell’uomo, quella libertà che si esprime in ogni direzione e che è voluta e benedetta da Dio. Piuttosto richiamare che il vero senso di quella libertà incontra il comando di Dio e, allora, produce tutto il suo affetto, tutta la sua potenzialità, tutto il bene per il quale è stata ordinata. Una libertà che, invece, vaga lontano da Dio, diventa pretesto per coprire i propri desideri e le proprie voglie in qualsiasi direzione esse si esprimano. E, si sa, non tutte sono secondo Dio e nella stessa direzione della fede. Ecco il richiamo, fortissimo, dell’apostolo che sa dire a tutti in termini cristiani quello che anche il deuteronomio ha riservato ai figli del popolo ebraico: senza il riferimento al comandamento di Dio, tutto rischia di essere confuso, di non avere il proprio ordine, di perdersi. A perdersi non è tanto una teoria, una concezione della vita, ma l’uomo.
Vangelo
Infine il Vangelo che riposta la predicazione del Signore sul tema. Anche la gente che ascoltava Gesù si è posta la stessa domanda che ci poniamo noi: che valore dare ai comandamenti di Dio alla luce della rivelazione di Gesù? Perché è chiaro che la gente si domandava cosa pensare dei comandamenti di Mosè, dal momento che Gesù sembra mettere un ordine diverso da quello del grande profeta. Gesù sottolinea con forza l’ordine dei comandamenti. C’è un primo posto e un secondo posto. Il primo posto è per Dio, è per l’onore da dare al Padre. Il secondo posto, in conseguenza di questo, è il comandamento che spinge ad amare l’uomo e a servirlo in tutte le forme in cui ciò è possibile. Non è tanto un ordine gerarchico, ma un ordine logico. Il credente si differenzia dagli altri uomini per questo. Al primo posto mette Dio, poi le altre cose, che, illuminate dal suo amore e sostenute dalla sua forza, acquistano tutte il loro valore, la loro identità, la loro singolarità. Dunque la predicazione del Signore, in conseguenza di tutta la fede di Israele, coglie il senso del comandamento di Mosè: il comandamento non è dato come legge estrinseca, come legge che opprime l’uomo, come indicazione per ciò che bisogna compiere. Piuttosto il comandamento è dato perché ci sia un’indicazione chiara di come vivere quell’amore di Dio senza il quale tutto rischia di essere senza senso, senza ordine, senza meta.
Perchè la Parola dimori in noi
- Cosa pensiamo noi di questa predicazione del Signore?
Il che sottende anche quella domanda che vogliamo tenere molto presente nel nostro anno pastorale:
- Chi siamo noi?
Perché anche noi, come abbiamo sentito dalle scritture ma come, del resto, sappiamo molto bene, tendiamo a fare delle nostre opere il centro di ogni cosa, togliendo quello spazio sacro che, invece, non solo dovrebbe essere riservato a Dio, ma che solo può garantire quell’ordine delle cose che, poi, rende vera, interessante, forte tutta una vita!
Proviamo a pensare: il più delle volte, anche quando veniamo in chiesa, noi chiediamo a Dio di benedire il nostro modo di pensare, le cose che ci stanno più a cuore, le opere che sappiamo compiere. C’è solo un periodo della vita nel quale, forse, siamo più sensibili ad altri richiami: l’ultimo! Quando siamo vecchi, allora vediamo le cose da un altro punto di vista e allora ci accorgiamo che, forse, anche tutto ciò che abbiamo fatto non era poi così importante. Prima, invece, cerchiamo ad ogni costo e in ogni modo, di mettere tutte le nostre opere al centro, tutto il nostro modo di vedere al primo posto. Così che anche la stessa fede risulta scipita. Siamo, poi, in un tempo in cui, davvero, ci sono molte opere buone a servizio dell’uomo. Certo ciascuno cerca di fare il bene che può. Non solo noi ma, direi, ogni uomo. Il che è cosa buona. Però rischia di trascinare tutti verso una sorta di cristianesimo scipito nel quale sono solo le opere buone a contare, ma Dio rimane sempre in secondo piano. Lo vediamo tutti molto bene, e non sono pochi i cristiani che considerano che il cristianesimo si risolva, alla fine, in un comando di servire il prossimo, con le forze di cui uno è capace. Quando si fa qualcosa di bene per gli altri, insomma, a posto tutto il resto!
La Parola di Dio di oggi ci ricorda che non è così. Il cristiano certo vive un servizio al prossimo, ma come espressione del suo amore per Dio, senza questo richiamo, si rischia di vivere proprio quella centralità dell’uomo che tutte e tre le scritture ci hanno detto essere lontano dall’ottica della fede. Anche molti di noi assolutizzano l’opera buona, che è frutto della propria libertà, senza mettere minimamente in discussione il primato di Dio.
Ecco, allora, il richiamo delle tre scritture di oggi. L’identità del cristiano è quella di un uomo, di una donna, che non mette al centro sé stesso, nemmeno le opere buone che sa compiere, nemmeno il bene che sa fare. L’identità del cristiano è quella di essere sempre pronto a mettere al centro Dio e a vivere anche il bene che la propria libertà sa sostenere come un’espressione di quella stessa presenza di Dio nella coscienza di cui ciascun uomo è portatore.
Anche noi, come ci ha detto il testo sacro, abbiamo bisogno di segni. Segni che ci parlino di Dio, della sua presenza, del suo amore, del suo essere presente nella vita di ciascuno di noi. Quali possono essere questi segni? Di per sé sono molteplici. Vi suggerisco, però, anche in vista dell’anno pastorale che abbiamo aperti, di coltivare il segno della presenza di Dio nella S. Eucarestia che è, per eccellenza, il segno della presenza di Dio. Non solo nell’Eucarestia celebrata, ma anche nell’Eucarestia adorata, nell’Eucarestia che, nel silenzio di una Chiesa, accoglie perché presente nel tabernacolo. Vi consiglio di donare qualche minuto di silenzio, magari anche leggendo le letture, il vangelo… ma soprattutto parlando con Dio. Questo deve essere il grande segno che pone la distinzione. Questo deve essere il grande segno che ci fa dire che non siamo soli, che la presenza di Dio ci accompagna. Questo deve essere il grande segno che ci fa dire che il primo e grande comandamento è proprio quello dell’amore di Dio.
Iniziamo la settimana che ci conduce al vero inizio del nostro anno pastorale, ovvero alla settimana della Madonna del Rosario, chiedo a tutti di riprendere questa lezione e di capire che anche noi abbiamo molti richiami per mettere tutto al centro di ogni cosa. Chiedo a tutti di saper scegliere in che modo mettere al centro il primato di Dio, recuperando il giusto posto anche di quelle opere buone che contraddistinguono la nostra vita e di cui non si nega il valore, ma che, giustamente, devono essere messe in un giusto ordine di cose.
Oggi, poi, viviamo anche la festa dell’oratorio. Il richiamo è proprio a riscoprire l’oratorio come centro di educazione che mira ad insegnare ai ragazzi che la vita è questo. In un momento storico dove tutto tende un po’ all’isolamento, all’esaltazione della propria persona, alla ricerca del bene che ciascuno sa fare, il rischio ad una vita che si confronta con gli altri, ad una vita buona che sa mettere Dio al centro di ogni cosa, è quanto mai urgente ed importante.
Viviamo anche questa festa come espressione di quei richiami che Dio sa donarci, per vivere al meglio anche la nostra dimensione di educazione dei giovani.