5 dopo Pentecoste
Introduzione
- A che cosa siamo chiamati noi tutti come singoli uomini?
- A che cosa è chiamata la Chiesa?
Vorrei che questa domenica, quinta del tempo dopo Pentecoste ma anche già nella luce della solennità dei Santi Pietro e Paolo, ci servisse per riflettere su questi temi.
La Parola di Dio
LETTURA Gen 11, 31. 32b – 12, 5b
Lettura del libro della Genesi
In quei giorni. Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono. Terach morì a Carran. Il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan.
SALMO Sal 104 (105)
Cercate sempre il volto del Signore.
Ricordate le meraviglie che ha compiuto,
i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
voi, stirpe di Abramo, suo servo,
figli di Giacobbe, suo eletto. R
È lui il Signore, nostro Dio:
su tutta la terra i suoi giudizi.
Si è sempre ricordato della sua alleanza,
parola data per mille generazioni,
dell’alleanza stabilita con Abramo
e del suo giuramento a Isacco. R
«Ti darò il paese di Canaan
come parte della vostra eredità».
Quando erano in piccolo numero,
pochi e stranieri in quel luogo,
non permise che alcuno li opprimesse
e castigò i re per causa loro. R
EPISTOLA Eb 11, 1-2. 8-16b
Lettera agli Ebrei
Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio.
VANGELO Lc 9, 57-62
Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Mentre camminavano per la strada, un tale disse al Signore Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».
Genesi
Il punto di partenza, come sempre in questa sezione del tempo liturgico, è la lettura. Abramo, il grande protagonista della Genesi, il grande uomo spirituale, colui che sa mettere la propria vita nelle mani di Dio, è il paragone fondamentale di questa domenica. Lui che sentì la voce di Dio: “vattene dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. Parole difficili, parole dure. Come lasciare la terra, la casa, gli affetti? Come dirigersi verso un territorio non conosciuto? Come andare verso un futuro incerto, mentre lì, nella propria terra, nella propria patria, tutto è chiaro, sereno, limpido, promettente. Abramo è uomo di grande libertà.
Libertà dalle cose: benché ricco e possidente non si preoccupa di quello che ha, amministrerà per tutta la sua vita il suo patrimonio che è anche quello della tribù, ma con un cuore libero.
Libertà da sé stesso: dai propri progetti, dalle proprie attese, da tutto quello che è ricchezza nella vita di un uomo ma anche, inevitabilmente, condizionamento, talvolta serio. Abramo è libero da tutto questo.
Libertà dagli affetti: anche questa è la grande libertà di Abramo: egli ama molto la sua famiglia, le sue origini, le sue relazioni, tutto questo non diventa, però, carcere, ostacolo a relazioni più vere, più belle, più forti. Abramo è l’uomo libero di cuore, perché libero in sé stesso e davanti a Dio.
Vangelo
Realtà che, a ben guardare, sono le stesse proposte dal Vangelo: nei tre casi di vocazione troviamo le stesse raccomandazioni:
- Anzitutto quella della libertà di cuore: chiunque desideri mettersi nelle mani di Dio e a disposizione del suo Vangelo, deve essere libero da ogni condizionamento interiore.
- Poi la libertà dalla famiglia, dagli affetti. Chi si mette alla sequela del Signore deve essere maturo, responsabile, pronto anche a fare nuove esperienze sempre nel nome del Signore.
- Infine la libertà dalle cose: chi segue il Signore usa delle cose che tutti gli uomini hanno bisogno, ma senza attaccare ad esse il cuore.
Gesù traccia il profilo di colui che può seguirlo, direi quasi l’identità di un credente che vuole mettersi alla sequela del Vangelo. non solo i consacrati. Questo brano ha certamente un risvolto vocazionale, ma, di per sé, è per ogni credente. Colui che vuole seguire il Vangelo dovrà essere così: un uomo rappacificato interiormente, libero, pronto a giocarsi nei diversi contesti di vita e di missione che incontrerà sul suo cammino.
Ebrei
Perché Abramo ha fatto queste cose? Perché Abramo ha vissuto in modo così libero? Perché ogni credente è chiamato a fare altrettanto? La risposta viene dall’Epistola: per fede! È la fede che garantisce di essere liberi dalle cose in un mondo che rivendica il possesso di tutto. È la fede che garantisce di essere liberi in un mondo dove anche le relazioni rischiano di essere viziate, superficiali o utilitaristiche. È la fede che permette agli uomini di giocarsi nei diversi contesti della loro vita, mettendo sempre a frutto tutti i doni e i talenti ricevuti, ma rimanendo sempre liberi per il Vangelo. È la fede che permette di sentirsi non mai arrivati e, quindi, sempre in cammino, sempre pellegrini, sempre e costantemente rivolti ai beni eterni che sono il vero fine dell’esistenza.
Pietro
In questa domenica vogliamo anche guardare con estrema fiducia all’apostolo Pietro, al suo cammino, alla sua spiritualità, al suo ministero. Vogliamo guardare a lui con gli occhi dei credenti che si sanno mettere sulle sue tracce e che sanno attendere da lui benedizione e ispirazione.
Pietro, l’uomo libero, che lascia la sua casa, la sua patria per venire a Roma, in un paese sconosciuto, con un modo di vivere completamente diverso, solo per amore del Signore e della sua Chiesa.
Pietro l’uomo libero dalle cose, l’uomo che si lascia guidare da Dio, senza rivendicazioni. Libero anche dai suoi affetti e dalla sua famiglia, che ha lasciato nel suo paese di origine, per seguire quel Signore che prometteva non successi o ricchezze, ma predicava il Vangelo da portare agli uomini feriti di ogni nazione. Pietro, l’uomo libero di fronte a tutte le realtà che ha incontrato, che ha benedetto il bene lì dove c’era, che ha spronato ai cambiamenti lì dove occorreva, che ha saputo dirigere la Chiesa ad un incontro con il tempo sempre rinnovato e rinnovabile.
Perchè la Parola dimori in noi
- Quale vuole essere la nostra identità?
- A quale esperienza ci sentiamo chiamati?
Credo che anche noi tutti, in questa torrida domenica estiva, siamo chiamati a rimettere la nostra libertà nelle mani del Signore e a fare un’esperienza di libertà interiore grande. La libertà di chi si sente sempre in cammino perché mai arrivato, la libertà di chi si sente sempre chiamato dal Signore perché sempre amati, la libertà di chi sa che anche il proprio essere credente è sempre chiamato ad una revisione onesta del cammino. Anche così, all’inizio dell’estate, mentre probabilmente i nostri pensieri vagano in altro, siamo chiamati a chiederci se noi siamo uomini e donne liberi, rispetto a tutto. Rispetto a noi stessi, la libertà interiore; rispetto alle cose; rispetto alla famiglia. Noi siamo uomini e donne liberi? Credo che, se saremo capaci di una approfondita analisi, troveremo che, in fondo, non siamo poi così liberi! Anche noi abbiamo le nostre difficoltà, anche noi sentiamo i nostri richiami rispetto a noi stessi, rispetto ai nostri affetti, rispetto alle cose. Il cuore di questa domenica è proprio questo: ricordarci che la fede è sempre chiamata alla libertà.
In questa domenica, vorrei poi che ci fermassimo anche a riflettere su cosa siamo chiamati a fare come Chiesa, come comunità dei credenti, come comunità pastorale. Intanto perché è la festa di una delle parrocchie che la compongono ma, poi, perché la festa dei santi Pietro e Paolo è la festa dell’unione con il Papa. Ci sentiamo tutti chiamati alla preghiera per lui e con lui, ci sentiamo chiamati alla comunione con la chiesa ed è per questo che dobbiamo chiederci anche che chiesa, che comunità vogliamo essere. La risposta viene dalle parole del nostro Arcivescovo che ci spronerà ancora molto, nel prossimo anno, a continuare quegli esercizi di sinodalità che abbiamo già incominciato a fare.
Scrive il vescovo nella proposta pastorale che impareremo a leggere e a presentare nel prossimo anno: “Il rischio della ripetizione di una prassi per inerzia è di non interpretare le esigenze del nostro tempo e le vie per l’evangelizzazione che chiedono sapienza, prudenza, coraggio”. Il volto del cristiano è dunque il volto di chi, proprio perché libero interiormente, libero negli affetti, libero dalle cose, sa anche progettare vie diverse per l’annuncio, la catechesi, la missione.
Anche noi, dunque, vogliamo sentirci non cristiani stanchi, ma cristiani chiamati alla gioia. Non cristiani che ripetono le cose per inerzia, ma cristiani che sanno guardare la futuro che è sempre promettente, perché benedetto da Dio. Anche noi vogliamo essere credenti che sanno innovare con prudenza e cambiare con attenzione, perché la fede non sia mai stanca, ma sempre cammino, sempre movimento, sempre pellegrinaggio. Avremo modo di riflettere sulle indicazioni che il Vescovo ci lascia, ma già fin d’ora vorrei che rimettessimo anche i passi che dobbiamo fare e i cambiamenti che ci stanno davanti nelle mani di San Pietro, patrono della Santa Chiesa.
Glorioso San Pietro, Principe degli Apostoli,
guida e custodisci il cammino della nostra comunità pastorale
perché, sempre più radunati nel vincolo dell’unità,
della stima reciproca, della collaborazione sincera,
possiamo edificare quella stessa Chiesa di cui tu sei il fondamento e la roccia.
Amen