Del cieco
Introduzione
Abbiamo dedicato la prima domenica ad interrogarci sulla vita di preghiera come fonte di speranza, per poi passare ad un invito a rileggere le relazioni personali perché anch’esse sono fonte di speranza, mentre la settimana scorsa siamo andati in cerca di quei segni di speranza che sono dentro la vita della comunità. Oggi il vangelo ci chiede e ci invita ad una riflessione sul tema della malattia perché anch’esso può essere fonte di speranza. Noi capiamo subito bene quanto il tema stia a cuore di Gesù perché sta a cuore di ogni uomo. Oggi come allora molta gente è malata e il Signore ha voluto ripetutamente incontrare molti malati per mostrare la vicinanza di Dio a tutti coloro che gemono in questa situazione comune che può però diventare anche fonte di speranza. Come ci spiega il brano del cieco nato.
La Parola di Dio
LETTURA Es 17, 1-11
Lettura del libro dell’Esodo
In quei giorni. Tutta la comunità degli Israeliti levò le tende dal deserto di Sin, camminando di tappa in tappa, secondo l’ordine del Signore, e si accampò a Refidìm. Ma non c’era acqua da bere per il popolo. Il popolo protestò contro Mosè: «Dateci acqua da bere!». Mosè disse loro: «Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?». In quel luogo il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk.
SALMO Sal 35 (36)
Signore, nella tua luce vediamo la luce.
Signore, il tuo amore è nel cielo,
la tua fedeltà fino alle nubi,
la tua giustizia è come le più alte montagne,
il tuo giudizio come l’abisso profondo:
uomini e bestie tu salvi, Signore. R
Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio!
Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali,
si saziano dell’abbondanza della tua casa:
tu li disseti al torrente delle tue delizie. R
È in te la sorgente della vita,
alla tua luce vediamo la luce.
Riversa il tuo amore su chi ti riconosce,
la tua giustizia sui retti di cuore. R
EPISTOLA 1Ts 5, 1-11
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi
Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verra come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri. Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, di notte si ubriacano. Noi invece, che apparteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza. Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Egli è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate.
VANGELO Gv 9, 1-38b
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».
Vangelo
Come sempre, anzitutto ci immergiamo nel contesto del Vangelo. Diversi sono i modi di vivere l’accostamento al mistero del dolore e della sofferenza.
La via del cieco.
In primo piano c’è la via del cieco, che ha accettato la sua condizione. È un uomo che da sempre è stato tenuto isolato, non solo dalla malattia ma anche dal contesto sociale in cui vive. È un uomo che è cresciuto nel vivo contatto con la malattia e, ora che è adulto, può fare l’unica cosa che era permesso fare: chiedere l’elemosina. Suscitare cioè la compassione degli altri perché diventi atto di carità. Forse non possiamo nemmeno immaginare la lunghezza e la pesantezza delle giornate del cieco, solo, sui gradini del tempio, a chiedere l’elemosina. In un contesto di vita ritenuto fortemente peccaminoso, giacché, secondo la ben nota teologia della retribuzione, la malattia era di per sé segno di colpa grave.
La via dei genitori.
Altra è la via dei genitori, che hanno dovuto fare i conti con la malattia del figlio. Guardati con sospetto, perché in sinagoga vigeva il criterio di interpretazione della malattia come frutto del peccato. Con incredibili difficoltà ma, soprattutto, a me sembra immersi in quella malattia singolare e terribile che è la solitudine. Quest’uomo e questa donna sono lasciati soli da tutti, come spesso avviene, ieri e oggi, a portare un peso che è davvero indescrivibile. Così per queste persone la vita si trascina, sempre uguale, sempre al medesimo modo, senza nessuna ombra di speranza.
La via di Gesù.
C’è un altro modo di guardare alla malattia. A quella fisica del cieco, a quella della solitudine dei genitori, che potremmo dire spirituale, psicologica, ma anche a quella dei grandi, dei dottori, della gente intrisa di teologia della retribuzione, potremmo dire malattia dell’anima. Gesù mostra compassione. In primis al cieco, ma poi anche agli altri. Compassione verso un contesto di vita di famiglia così debole, così vuoto. Compassione anche per chi avrebbe dovuto ben conoscere il mistero di Dio, ma anche il mistero che è la vita dell’uomo e avrebbe dovuto capire, come Giobbe aveva insegnato, che tra malattia e peccato non c’è relazione. Gesù ha compassione perché, in fondo, si è sempre un po’ così: tardi di cuore e lenti nel capire. Se è vero, come è vero, che anche oggi non siamo per niente al riparo da questo modo di interpretare le cose. Tant’è vero che, per molti, la prima reazione di fronte ad una malattia, è quella di chiedersi: “Cosa ho fatto di male per meritare tutto questo?” La compassione di Gesù certo si mostra nel miracolo, come avviene anche in altre pagine bibliche. Come sappiamo, il miracolo è il segno per dire ciò che accade sempre nel cuore del Signore. Sempre, ieri e oggi, nel cuore di Cristo la malattia genera compassione. Compassione che è già avere un posto di accoglienza presso il suo cuore.
La via della gente.
Oltre alla reazione della sinagoga, oltre alla reazione dei genitori, mi piace anche sottolineare che alla piscina di Siloe c’erano molti malati. Il cieco, quel giorno, si aggiunse a loro, come accadeva anche nelle altre piscine pubbliche di Gerusalemme. Mi piace questo particolare silenzioso del Vangelo perché ritrae tutta la folla di malati che c’è nel mondo, la maggior parte dei quali rimane senza nome, senza volto, senza storia. Passa senza lasciare traccia, almeno nell’uomo, perché nella compassione di Dio c’è posto per tutti.
Esodo
Malattia trattata anche nella prima lettura, non dal punto di vista della malattia fisica, ma dal punto di vista di quella spirituale. La malattia dell’incredulità è la malattia forte dell’uomo, anche ai tempi antichi, anche in presenza dello stesso Mosè, uomo, profeta dalla fede adamantina e capace di realizzare miracoli nel nome di Dio, a sostegno e a conforto della fede. La malattia spirituale è la mancanza di fede in Dio, che nasce sempre dal rapporto con le cose pratiche della vita. L’acqua che sorge dalla roccia è simbolo di come Dio interviene anche in queste realtà dell’esistenza per riaccendere la speranza nella vita dell’uomo.
Tessalonicesi
L’Epistola, oggi, cita invece la speranza. In un bel paragone con l’abbigliamento del combattente, Paolo dice che la speranza è l’elmo. Elmo che protegge la testa, cioè la sede del pensiero. L’uomo è chiamato a mettere il pensiero della speranza dentro di sé e ad andare avanti con la ricerca della speranza, in modo fisso, con costanza, con fedeltà. La corazza della fede e della carità sono il vestito del combattente che vive in riferimento a Cristo qualsiasi evento della vita, malattia compresa, mettendosi in relazione con Cristo, il servo sofferente venuto a portare il peccato di tutti. Il credente vive come un combattente anche il tempo della malattia, perché non si dà per vinto. Quand’anche la malattia vincesse su di lui, il credente non si lascia vincere nella speranza, che rimane il punto di contemplazione fisso pur in mezzo alle cose che segnalano l’avvicinarsi della fine. Fine che, se per molti, è la fine della vita interpretata come una sciagura, per il credente è la fine dell’attesa. La fine del corpo è anche il passaggio alla vita in Cristo, per usare la medesima metafora il tempo in cui si depone la veste del combattente, si toglie l’elmo della speranza perché, finalmente, si vedrà nella realtà e non più nella fede.
Per noi e per il nostro cammino
Di qui anche alcune possibili piste di riflessione per la nostra quaresima e per il nostro cammino di revisione sia personale che comunitario.
Di fronte al tema della malattia e della sofferenza io credo che tutti siamo invitati a procedere con moltissima cautela. Se siamo sani per rispetto ai malati. Se siamo nella malattia perché sappiamo bene che questa condizione mette in po’ in subbuglio tutto il nostro essere. Credo che il primo invito della scrittura di oggi sia proprio quello di stare come sulla soglia di un grande mistero. Perché la malattia è un mistero come è un mistero la reazione dell’uomo ad una malattia propria o di altri. Conosco diversissime reazioni, dovute ad un insieme di fattori che è quasi impossibile ridurre ad un’unica realtà. Il primo invito per far nascere speranza dentro di noi è dunque quello di sostare in silenzio di fronte alle situazioni di cui siamo partecipi.
In secondo luogo credo che per far nascere speranza dentro un contesto di malattia occorra non solo una buona e forte disposizione dell’animo, ma occorra proprio fede. La speranza non deve nascere da qualche illusione che, con compassione, tutti tentiamo di accendere nel cuore di chi è malato o che lasciamo che altri accendano in noi se siamo nella condizione della malattia. La speranza nasce dalla relazione con Cristo. Qui vediamo le cose più diverse. Conosco malati che hanno reso la fede più forte perché già vivevano un itinerario di fede intenso, ma conosco anche malati che hanno smesso di credere. Conosco persone che erano lontane dalla fede e che, nella malattia si sono riavvicinate alla Chiesa e a Cristo e persone che hanno preso seria distanza dal mondo della fede. Tutto dipende da quale relazione con Dio nasce o viene fatta proseguire nel momento del dolore e della malattia. Credo che se deve nascere speranza dentro di noi questo sia fondamentale. La speranza nasce solo dove c’è una relazione con Cristo. Relazione che può anche essere burrascosa, che può anche essere segnata dalla rabbia che si esprime, dalla fatica che si compie, dalla contrapposizione a Dio: tutto è possibile dentro una relazione piena di rispetto e di desiderio. Dove c’è una relazione vera con Dio nasce sempre la speranza. Dove c’è desiderio di capire, dove c’è desiderio di parlare con il Padre, nasce sempre speranza.
Infine, in terzo luogo, direi che la speranza nella malattia nasce dove un credente capisce che quella è la propria strada di santificazione. Sono moltissime le vie con cui Dio guida la nostra anima alla salvezza e all’incontro con lui. Anche quella della malattia è una strada di santificazione, è una via di adesione alla volontà del Padre e, per questo, produce santità. Non dovremmo sottovalutare questa verità e non dovremmo mai smettere di credere che Dio ci santifica su vie che hanno qualche cosa di specifico per ciascuno di noi. Anche il tempo della malattia dovrebbe essere il tempo in cui ci chiediamo: come Cristo ci santifica in questa condizione? Cosa significa, per me, camminare verso la santità pur passando attraverso questa esperienza?
Se poi siamo sani che devono accompagnare malati, credo che il rispetto, il silenzio, la vicinanza premurosa che diventa espressione di autentica carità siano il modo con cui si partecipa ad una santificazione della propria anima mentre si seguono dei malati. Non dimentichiamo che anche l’assistenza al malato diventa occasione di santificazione.
Vi invito quindi a riscoprire il percorso di vicinanza al malato, come quello della malattia stessa, come fonte di santificazione e come luogo abitato dalla speranza.
Per una revisione di vita giubilare
Così vi raccomando di continuare a vivere la vostra revisione giubilare, introducendo, nella prossima settimana, o la preghiera per qualche malato cui siamo vicini, oppure la visita, oppure il sostegno fattivo e concreto. Vi invito a fare in modo che ci sia sempre molta attenzione ai malati, nonostante le difficoltà e le scelte da modificare. Sia questa l’opera nella quale ci sentiamo tutti immersi e alla quale ci sentiamo tutti richiamati.