Venerdì 31 gennaio

Settimana della 3 domenica dopo l’Epifania – Venerdì – SAN GIULIO SACERDOTE E COSTRUTTORE DI CHIESE

La spiritualità di questa settimana

Oggi celebriamo la solennità di San Giulio, il cui titolo è costruttore di Chiese. Sarà leggenda o meno, fatto sta che ci sono cento chiese che sono direttamente attribuite alla sua opera di evangelizzazione. L’ultima, come sappiamo bene, è quella dell’isola di San Giulio, alla quale ci sentiamo particolarmente legati. Siamo dunque di fronte ad un amico di Cristo unico, un uomo di Dio che ha saputo fare della sua relazione con Cristo e della sua adorazione di Cristo, lo stimolo non solo per evangelizzare i fratelli, ma anche per costruire luoghi dove altri fratelli potessero trovarsi insieme per lodare il nome del Signore. Sorretti da questa memoria solenne affrontiamo dapprima i testi biblici e, poi, ci lasciamo guidare anche oggi dall’Enciclica “Dilexit Nos”, in questi giorni di adorazione prolungata dell’Eucarestia.

La Parola di questo giorno

Corinti

Che cosa tramanda Paolo come essenziale rispetto alla sua opera di evangelizzatore? Credo che, dal testo che oggi ci viene donato, emerga la gioia di San Paolo per il compito ricevuto. Innanzi tutto non ci sono né le fatiche, né le preoccupazioni, né le difficoltà affrontate, ma solo la gioia di essere un evangelizzatore nel nome di Cristo. Direi che Paolo si sente “consolato”, cioè pieno di gioia soprannaturale, celeste, divina, perché il suo compito è quello di “consolare” l’uomo, ovvero portare a tutti l’annuncio dell’unico Vangelo di Cristo, fonte di pace e di speranza per tutti. Per questo San Paolo non esitava a dire che tutta la sua vita si è trasformata in un ministero di comunione: Paolo impara a farsi debole per stare con i deboli, forte per essere insieme ai forti; il suo unico scopo è “salvare ad ogni costo qualcuno”; partecipe come è del Vangelo, l’unico scopo della sua vita è rendere altri partecipi del medesimo annuncio di gioia che viene da Cristo Signore.

Vangelo

Paolo dimostra di avere capito bene la predicazione del Signore. Il suo stile di vita è quello della vigilanza. Egli tiene sempre accanto a sé la Parola del Signore, sulla quale riflette, che continuamente approfondisce, perché non vuole assolutamente rischiare che la sua predicazione sia solamente formale. San Paolo sa benissimo che il rischio c’è per tutti. Ecco perché rimane sempre vigilante come il Signore ha indicato. L’indicazione di Cristo, vissuta da San Paolo, è per tutti. L’invito alla vigilanza, perché si possa mantenere nel cuore fervido il Vangelo e il suo richiamo, è per ogni credente, anche per noi. Se vogliamo che il nostro cammino non si appesantisca nelle cose della vita, ma rimanga sempre molto attaccato a Cristo Signore, ecco che dobbiamo fare in modo che la virtù della vigilanza sia il punto cardine della nostra esperienza di fede. Vigilare significa non stancarsi mai. Il cammino di fede porta pesantezze e stanchezze. Se vogliamo che esso non si fermi, occorre, appunto, vigilare per rimanere assidui ascoltatori della Parola che salva e fedeli discepoli di Colui che tutto opera per la salvezza.

San Giulio

Noi possiamo vedere queste virtù anche nel ministero di San Giulio. Certo fu uomo di vigilanza. La sua vigilanza gli permise di essere costruttore di Chiese, sia a livello materiale, che a livello comunitario. San Giulio volle che le piccole comunità cristiane del suo tempo avessero luoghi dove radunarsi, dove celebrare la Messa, dove adorare il Signore, dove ricevere la sua Parola. Luoghi di cui lui stesso sentiva il bisogno per la sua fede. Ma volle anche che questi luoghi fossero abitati da comunità ferventi, da popolazioni dal cuore caldo, in grado di vivere la fede con impegno. San Giulio consolò in questo modo il popolo di Dio, cercando di istruire tutti perché ciascuno diventasse consolatore del fratello.

Per noi e per il nostro cammino di fede

In questo giorno scandito da questi richiami, possiamo allora leggere i numeri 161-163 dell’Enciclica.

In questa contemplazione del Cuore di Cristo donatosi fino all’estremo noi veniamo consolati. Il dolore che sentiamo nel cuore lascia il posto a una fiducia totale, e alla fine ciò che rimane è gratitudine, tenerezza, pace; rimane il suo amore che regna nella nostra vita. La compunzione «non provoca angoscia, ma alleggerisce l’anima dai pesi, perché agisce nella ferita del peccato, disponendoci a ricevere proprio lì la carezza del Signore». E la nostra sofferenza si unisce a quella di Cristo sulla croce, perché quando diciamo che la grazia ci permette di superare tutte le distanze, ciò significa anche che Cristo, quando soffriva, si univa a tutte le sofferenze dei suoi discepoli nel corso della storia. Così, se soffriamo, possiamo provare la consolazione interiore di sapere che Cristo stesso soffre con noi. Desiderosi di consolarlo, ne usciamo consolati. 162. Ma a un certo punto di questa contemplazione del cuore credente, deve risuonare quel drammatico appello del Signore: «Consolate, consolate il mio popolo» (Is 40,1). E ci tornano alla mente le parole di San Paolo, che ci ricorda che Dio ci consola «perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2 Cor 1,4). 163. Questo ci invita ora a cercare di approfondire la dimensione comunitaria, sociale e missionaria di ogni autentica devozione al Cuore di Cristo. Infatti, nello stesso momento in cui il Cuore di Cristo ci conduce al Padre, ci invia ai fratelli. Nei frutti di servizio, fraternità e missione che il Cuore di Cristo produce attraverso di noi, si compie la volontà del Padre. In tal modo il cerchio si chiude: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto» (Gv 15,8)”. Anche il Papa ci dice che chi contempla il cuore di Cristo – e noi lo stiamo facendo in questi giorni di adorazione più profonda, più distesa e più intensa – si sente consolato dal Signore. Solamente il guardarlo, solamente lasciare che Egli guardi a noi, alla nostra vita, alla nostra anima, diventa fonte di consolazione. La contemplazione della persona di Cristo, che ha il suo apice nella contemplazione eucaristica e una devozione importante nella contemplazione del Sacro Cuore, fa anche sì che noi stessi diventiamo consolatori. Consolatori di chi vive qualche sofferenza, consolatori di chi è nella malattia, consolatori di chi vive momenti di difficoltà grandi, consolatori di chi ha dolori grandi come compagni di viaggio nell’esistenza. Chi contempla il cuore di Cristo riceve consolazione grande e diviene grande consolatore. Realtà della quale oggi abbiamo tutti più che mai bisogno. Guai se mancassero consolatori nella nostra Chiesa, guai se non ci sentissimo noi per primi consolati dalla presenza del Signore.

Provocazioni

  • Quando contemplo il Signore mi sento consolato?
  • Vivo momenti di devozione all’Eucarestia e al cuore di Cristo per sentire questa consolazione?
  • Divento io stesso consolatore? Di chi posso farmi consolatore anche in questi giorni?
2025-01-24T22:52:49+01:00