Martedì 31 agosto

Settimana della domenica che precede il martirio – martedì

Vangelo

Lc 3, 15-18
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Anche oggi le due Scritture vanno nella stessa direzione e ci aiutano a riflettere su ciò che capita quando il cuore si perverte e non segue più la legge di Dio. Il tempo di Giovanni, anche se è tempo di fermento e di attesa del Messia, come abbiamo detto, è anche tempo in cui molti avevano abbandonato la legge di Dio e si erano lasciati andare seguendo il costume dei romani e non pregando più. Ecco il richiamo forte di Giovanni. Chi abbandona la legge di Dio, chi si allontana dalla legge di Mosè, non può crescere in nessuna dimensione di vita, perché da Dio viene ogni bene. Allontanarsi da Dio, significa anche “imbruttire”, per così dire, la propria umanità. Il richiamo di Giovanni è alla conversione del cuore per essere popolo che ha, come compito, quello di richiamare la presenza di Dio sulla terra e in mezzo agli uomini. Solo questo richiamo può aiutare l’uomo a crescere in quella dimensione di umanità che, poi, dà senso ad ogni altra cosa della vita. La predicazione è anche un richiamo molto forte a non lasciare perdere le tradizioni dei padri. Senza questa radice, si perde il senso dell’appartenenza al popolo di Dio. Il richiamo è molto forte per un popolo che, ormai abituato da secoli a dominazioni straniere, stava lasciando perdere ogni appello della legge di Mosè.

Maccabei

2Mac 4, 7-12a. 13-17a
Lettura del secondo libro dei Maccabei

In quei giorni. Essendo passato all’altra vita Selèuco e avendo preso le redini del governo Antìoco, chiamato anche Epìfane, Giasòne, fratello di Onìa, volle procurarsi con la corruzione il sommo sacerdozio e, in un incontro con il re, gli promise trecentosessanta talenti d’argento e altri ottanta talenti riscossi con un’altra entrata. Oltre a questi prometteva di versargli altri centocinquanta talenti, se gli fosse stato concesso di erigere di sua autorità un ginnasio e un’efebìa e di costituire una corporazione di Antiocheni a Gerusalemme. Avendo il re acconsentito, egli, ottenuto il potere, fece subito assumere ai suoi connazionali uno stile di vita greco, annullando i favori concessi dai re ai Giudei per opera di Giovanni, padre di quell’Eupòlemo che compì l’ambasciata presso i Romani per negoziare il patto di amicizia e di alleanza; quindi, abolite le istituzioni legittime, instaurò usanze perverse. Intraprese con zelo a costruire un ginnasio, proprio ai piedi dell’acropoli. Ciò significava raggiungere il colmo dell’ellenizzazione e passare completamente alla moda straniera, per l’eccessiva corruzione di Giasòne, empio e non sommo sacerdote. Perciò i sacerdoti non erano più premurosi del servizio all’altare, ma, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici, si affrettavano a partecipare agli spettacoli contrari alla legge nella palestra, appena dato il segnale del lancio del disco. Così, tenendo in poco conto l’onore ricevuto in eredità dai loro padri, stimavano nobilissime le glorie elleniche. Ma appunto per questo li sorprese una grave situazione ed ebbero quali avversari e punitori proprio coloro le cui istituzioni seguivano con zelo e ai quali cercavano di rassomigliare in tutto. Non resta impunito il comportarsi empiamente contro le leggi divine.

La prima lettura ci mostra una scena opposta a quella di ieri. Al sacerdote santo ed intercessore per tutti, Onia, subentra il fratello a cui non spetterebbe questa carica. Carica che viene comprata. Il cuore di questo sommo sacerdote fasullo è, però, lontano da Dio ed egli si serve della sua carica e della sua immensa influenza per portare Israele lontano da Dio. È la tragedia del popolo di Dio quando è in mano a guide che non sono veri pastori e che allontanano tutti da quelle verità di fede che, invece, il popolo stesso di Dio ha ricevuto come depositario e custode. Così abbiamo sentito della progressiva ellenizzazione di Gerusalemme, dove vengono introdotte scuole greche e modi di divertirsi greci. Il risultato è esilarante. Mentre gli ebrei cercano, ad ogni costo, di diventare “greci” nei modi di pensare e di fare, i greci diventano i loro oppositori e persecutori. C’era una sottile nota di ironia nel testo, quando l’autore sacro ci diceva che i greci furono i loro oppositori principali, invece che i loro protettori! L’adesione alla mentalità greca che ha allontanato da Dio Israele non solo non viene apprezzata, ma nemmeno ripagata! È la fine, è la tragedia del popolo di Dio. È su questa trama che nascerà l’epopea dei Maccabei che, nel ricordo del santo sacerdote Onia e delle leggi e prescrizioni di Dio, cercheranno di riportare il popolo di Israele all’osservanza dei comandamenti di Dio.

Per noi

La forza della globalizzazione è uno dei concetti più richiamati dal Papa nel suo magistero. Il venir meno di una mentalità credente e di un modo di interpretare la vita alla luce della propria fede è stato una costante di riferimento nella predicazione di papa Benedetto XVI. Credo che tutti siamo invitati a comprendere che il pericolo che corriamo è il medesimo del popolo ebraico del tempo dei Maccabei o del tempo di Gesù. Quando si perde di vista il riferimento alla fede, poi subentrano tutte quelle realtà che non aiutano né il cuore né la mente dell’uomo e del credente. La globalizzazione dell’indifferenza, la globalizzazione dell’aridità spirituale, la perdita delle radici cristiane, come i due Papi ci hanno detto e continuano a dirci nel corso del loro ministero, è sotto gli occhi di tutti. La domanda è per noi:

  • Lasciamo che questa globalizzazione dell’indifferenza ci prenda?
  • Cosa stiamo facendo, noi personalmente, per reagire a questo modo di fare?

Credo che sia questa la domanda pressante che ci dobbiamo portare dentro in questi giorni. È innegabile che tutto questo stia avvenendo nel nostro mondo ma noi, come credenti, siamo chiamati, anzitutto, a vigilare su noi stessi e sul nostro modo di vivere. Chiediamo al Signore di uscire da una mentalità che ci porta ad imitare gli altri ma che ci fa perdere la nostra fede. Questa è, infatti, la sciagura peggiore che potrebbe capitarci.

2021-08-20T12:23:15+02:00