In albis depositis
Per introdurci
Vita e morte. Se ci pensate tutte le liturgie pasquali e specialmente tutte le S: Messe di questa settimana in albis, cioè in bianco – il riferimento è all’abito battesimale che veniva indossato nella notte di Pasqua e che oggi veniva deposto – ci hanno proposto questa dialettica. Non solo nel rito. Oggi battezziamo 9 bambini, una scena di vita, un dono di grazia, ma oggi ricordiamo anche solennemente il 25 aprile, con un giorno di anticipo. Vita e morte. Infine abbiamo tutti nel cuore, nella mente, le immagini che ogni giorno ci raggiungono dal fronte di guerra, dove si scontra la vita con la morte quotidianamente. Che cosa ha da dirci questa liturgia su questi temi? Cosa ha da suggerirci il Vangelo per interpretare la nostra vita alla luce della fede che celebriamo e rinnoviamo?
La Parola di questa domenica
LETTURA At 4, 8-24a
Lettura degli Atti degli Apostoli
In quei giorni. Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù. Vedendo poi in piedi, vicino a loro, l’uomo che era stato guarito, non sapevano che cosa replicare. Li fecero uscire dal sinedrio e si misero a consultarsi fra loro dicendo: «Che cosa dobbiamo fare a questi uomini? Un segno evidente è avvenuto per opera loro; esso è diventato talmente noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme che non possiamo negarlo. Ma perché non si divulghi maggiormente tra il popolo, proibiamo loro con minacce di parlare ancora ad alcuno in quel nome». Li richiamarono e ordinarono loro di non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni replicarono: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato». Quelli allora, dopo averli ulteriormente minacciati, non trovando in che modo poterli punire, li lasciarono andare a causa del popolo, perché tutti glorificavano Dio per l’accaduto. L’uomo infatti nel quale era avvenuto questo miracolo della guarigione aveva più di quarant’anni. Rimessi in libertà, Pietro e Giovanni andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto loro i capi dei sacerdoti e gli anziani. Quando udirono questo, tutti insieme innalzarono la loro voce a Dio.
SALMO Sal 117 (118)
La pietra scartata dai costruttori
ora e pietra angolare.
Oppure: Alleluia, alleluia, alleluia.
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre». R
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi. R
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie,
sei il mio Dio e ti esalto.
Rendete grazie al Signore, perché è buono,
perché il suo amore è per sempre. R
EPISTOLA Col 2, 8-15
Lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
Fratelli, fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo. È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e di ogni Potenza. In lui voi siete stati anche circoncisi non mediante una circoncisione fatta da mano d’uomo con la spogliazione del corpo di carne, ma con la circoncisione di Cristo: con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. Avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo.
VANGELO Gv 20, 19-31
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Tommaso
Emerge, nel Vangelo, la figura di San Tommaso. Egli è assente nella prima apparizione del Risorto nel cenacolo, la sera stessa di Pasqua. Non ci viene detto il perché, ma solo che egli non fu presente e quindi non ricevette quella effusione dello Spirito Santo che divenne, per tutti gli altri presenti, incentivo alla fede, sostegno delle proprie fragilità nel credere, forza per l’evangelizzazione. È per questo che Tommaso, sentendo il racconto degli altri, dirà: “se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Una posizione molto chiara. Una posizione di fede molto profonda. Tommaso ha visto la passione del Signore, ha visto tutto il suo dolore, tutto il suo soffrire ed è stato come folgorato da quella visione. Cosa c’è di peggio da vedere? Cosa c’è di più doloroso da immaginare. Tommaso è un uomo profondamente affezionato al Signore, il suo parlare lo lascia trasparire. Tommaso è un uomo con i piedi per terra. Non gli basta una parola, sebbene detta dai suoi amici, sebbene degna di fede, per credere. Tommaso vuole di più. È forse il primo di coloro che desiderano che il Signore sia risorto, ma vuole una prova certa della sua risurrezione, non solo un racconto pieno di entusiasmo.
Seguono otto giorni. Una settimana. Una settimana terribile per Tommaso. Per tutti non c’è altro che il parlare di quella risurrezione, di quella visione nel cenacolo. A loro si aggiunge il racconto delle donne, che ripetono continuamente ciò che hanno fatto al sepolcro il mattino di Pasqua, ciò che hanno visto alla tomba. Anche Cleopa e l’altro discepolo di Emmaus ripetono il loro racconto. Tommaso rimane l’unico solo. L’unico che non ha ricevuto una consolazione dal Signore, l’unico che rimane in una posizione difficile, quella della ricerca interiore. La posizione di chi certamente crede, ma ancora attende un incentivo, un segno per fare un salto nel proprio percorso interiore.
Otto giorni dopo, cioè in quella che noi chiamiamo domenica dopo Pasqua, in un giorno come questo, che ora è detto “in albis depositis”, cioè nel primo giorno nuovo, quello che diviene memoria della risurrezione, Gesù ancora si fa vedere, torna tra i suoi e chiama a sé Tommaso perché compia quello che ha pensato: mettere il dito nel segno dei chiodi, mettere la mano nel suo costato. Non riusciamo nemmeno ad immaginare cosa deve avere provato il povero Tommaso a mettere il suo dito lì dove erano le piaghe del Signore, chissà quali emozioni, chissà quali sentimenti, chissà che dolore, da un lato, non solo nel vedere questi segni ma nel toccarli fisicamente. Ma, al tempo stesso, chissà quale gioia. Chissà quale consolazione interiore nel sentire la carne lacerata del Signore come carne viva.
“Mio Signore e mio Dio!” così la nuova professione di fede. Signore e Dio che ascolta. Tommaso sente che il Signore, invisibile, o assente nel momento in cui Tommaso pronuncia queste parole, è attento alla voce, alla preghiera degli uomini. Tommaso dice questo, professa questo, annuncia questo: la vittoria sulla morte di Cristo che è colui che ascolta la preghiera che si eleva dal cuore dell’uomo. Dio che consola, che prende su di sé le ferite degli uomini non per cancellarle – anche il Risorto ha ancora i segni della passione – ma per dare un senso anche al dolore, alla sofferenza e perfino alla morte, che si trasforma in nuova vita per la forza di Dio.
Tommaso ha detto questo, evangelizzando la città di Edessa e, poi, più tardi, sostandosi fino in India, per annunciare a tutti che Dio ascolta, consola, permette di rovesciare la morte per trasformarla in aurora di vita.
Atti
Mentre Pietro annunciava la Parola che “Cristo è la pietra angolare, scartata da voi, costruttori, ma divenuta testata d’angolo”, Tommaso diceva con la sua vita che Cristo è il fondamento della sua fede. Ecco perché anche Pietro non arresta la sua testimonianza di fede e, ormai sicuro di sé e sicuro dell’amore che sempre lo accompagna, non ha più paura di dichiarare apertamente che “occorre obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Così proclama il Vangelo della vita oltre la morte, il Vangelo del perdono, della pace e della riconciliazione, lui che si sente beneficato per primo da quella parola di misericordia e di perdono.
Colossesi
Incontro tra la vita e la morte di cui San Paolo comprende la portata spirituale. Se al credente è promessa la stessa risurrezione apertura del tempo della comunione con Dio nell’eternità, non sfugge a Paolo che ogni volta che il credente passa dalla condizione di peccato alla vita, si ripete, per lui, il medesimo passaggio di risurrezione spirituale. Ogni volta che si passa dalla condizione di peccato a quella di grazia, ogni volta che si apre al credente la via di un passaggio da una condizione di lontananza da Dio ad una condizione di vicinanza al suo mistero, si attua quella potenza della risurrezione che diventa incentivo a proseguire, con fiducia, il proprio cammino verso la vita eterna, dono del risorto a tutti coloro che attendono la redenzione.
Per noi
A noi cosa dicono queste scritture? A noi che celebriamo la domenica in albis, a noi che assistiamo al battesimo di questi 9 bambini e bambine, a noi che celebriamo il ricordo del 25 aprile, a noi che viviamo con apprensione le notizie per le varie guerre del mondo?
“Pace a voi”. Lasciamo che le scritture ci dicano, ancora e nuovamente, pace. Lasciamo che il saluto del Risorto risuoni ancora nelle nostre chiese, perché ciascuno di noi comprenda che il richiamo della Pasqua è anzitutto questo, il richiamo alla pace. La pace, dono sublime del Signore, carezza di Dio all’umanità, segno di alleanza non solo tra i popoli, ma anche tra gli uomini e Dio.
“Con l’ordine mirabile dell’universo continua a fare stridente contrasto il disordine che regna tra gli esseri umani e tra i popoli; quasicché i loro rapporti non possono essere regolati che per mezzo della forza”, scriveva nel 1963 e, quindi 60 anni fa San Giovanni XXIII nella “Pacem in Terris”. Quelle parole avevano uan risonanza particolare, a soli 18 anni dalla fine della 2° guerra mondiale e in piena guerra fredda tra occidente e est del mondo. Questa visione vale ancora oggi, nella sua attualità. A chi pretenderebbe di risolvere ogni cosa con la forza, il Papa ricorda che c’è un altro modo per risolvere le cose. Quel modo che porta, anzitutto, a mettere ordine dentro sé stessi per donare pace ai mondi che si frequentano. Questo è il nostro compito. Questo è il compito di chi prega per la pace. Questo è il compito del cristiano che ha celebrato rettamente la Pasqua. Mettere ordine dentro sé stesso per mettere in ordine il mondo. Uscire dalla logica della violenza di qualsiasi tipo e genere nella propria vita personale, per dire a tutti che è possibile attuare una logica diversa anche nei rapporti tra stati, popoli, nazioni. Logica che non è quella della lotta e nemmeno quella del silenzio freddo.
Ecco il compito per noi, in questa domenica in albis, in questo 25 aprile, in questo momento nel quale accogliamo la vita di questi bambini come dono prezioso. Noi siamo chiamati a mettere ordine dentro noi stessi. Compito che noi potremo svolgere solo se, con Pietro, con Tommaso, con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, riusciremo a costruire la nostra vita su Cristo, pietra angolare, scartata dai costruttori, ma pietra angolare della storia, del mondo.
Diceva ancora San Giovanni XXIII: “Talvolta si crede di poter risolvere, in vario modo, i problemi e le questioni ordinarie dell’esistenza. Si fa ricorso a complicati e anche difficili mezzi, dimenticando che basta un poco di pazienza per disporre ogni cosa in ordine perfetto e ridonare calma e serenità”. Chiediamo questo dono di pazienza. Quella pazienza degli otto giorni di solitudine di Tommaso. Quella pazienza che viene dal meditare il mistero di Dio, la sua potenza di vita, la sua gloria di risurrezione. Chiediamo questa pazienza per essere promotori di vita e difensori di vita non solo nei ricordi, nelle celebrazioni, pur doverose ed utili, ma nei contesti della nostra vita ordinaria, partendo da quell’ordine interiore che, spesso, ci manca.