3 di Pasqua
Per introdurci
- Perché non bisogna essere turbati, se tante cose della vita, di fatto, sono contro l’uomo?
- Perché occorre accettare anche la sofferenza?
- Perché occorre sempre essere attenti ai segni e, magari, anche cambiare?
Sono le tre domande che vorrei porre ai testi sacri per questa domenica e vorrei dire a ciascuno di voi di tenerle presenti per il proprio cammino di fede.
La Parola di Dio
LETTURA At 16, 22-34
Lettura degli Atti degli Apostoli
In quei giorni. La folla insorse contro Paolo e Sila e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.
SALMO Sal 97 (98)
Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Oppure: Alleluia, alleluia, alleluia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo. R
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele. R
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! R
EPISTOLA Col 1, 24-29
Lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
Fratelli, io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi. A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo. Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.
VANGELO Gv 14, 1-11a
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me».
Vangelo
Dunque perché non bisogna essere turbati? È la domanda che nasce spontanea se rileggiamo il Vangelo. Proviamo anche a considerare il contesto nel quale è nata la domanda. Gesù è ormai prossimo alla sua Pasqua e sta parlando della sua morte. Sta dicendo ai discepoli che, di lì a poco, non lo avrebbero più visto, non avrebbero più potuto godere della sua compagnia, non avrebbero più visto il suo volto né potuto ripetere alcuna di quelle esperienze che avevano fatto nel corso del suo ministero. Ovviamente il cuore del discepolo si turba e si agita. Lo capisce bene chi ha assistito un proprio caro nelle ore decisive della vita, quando tutto, ormai, conduce alla morte e si teme. Si teme non solo per la fine della vita di chi è nell’ombra della morte ma anche per sé stessi. La morte di una persona cara segna sempre un’assenza che è vuoto incolmabile. Se questa è l’esperienza del discepolo, ma anche la nostra, perché non temere?
La risposta del Signore, come al solito, è illuminante. Cosa desidera un uomo per avere pace e tranquillità? Il ritorno a casa. La casa, il luogo della dolcezza, il luogo degli affetti, il luogo della quiete è presa a paragone dal Signore per descrivere la vita eterna, la vita eterna è un ritorno a casa. Ritorno che si adempie con il passaggio attraverso la morte. Ritorno a casa perché, finalmente si vede il volto di Dio. Ritorno a casa perché si incontra Gesù Cristo, Colui che ha infuso nei nostri cuori questa nostalgia di eternità che segna tutta la vita di un credente. Ma anche ritorno a casa perché, nella comunione dei santi, si ritrovano le persone care di una vita, ci si ricongiunge con tutte quelle persone che hanno segnato una parte del cammino di questo tempo. La vita eterna è ricongiunzione con tutto questo mondo degli affetti che, appunto, normalmente, chiamiamo casa.
Si capisce la risposta del Signore: se la vita eterna è tutto questo, cosa c’è da temere? Se la vita eterna è questa visione del volto di Dio da cui tutto proviene, se la vita eterna è incontro con il redentore degli uomini e ricongiunzione con le persone care, cosa fa paura? Al contrario, ci insegna il Signore, la vita eterna deve essere desiderabile. Come il ritorno a casa dopo una giornata di lavoro, o dopo una assenza prolungata per un viaggio. La vita eterna è il compimento di ogni attesa dell’uomo e la morte non deve incutere paura così tanto da svuotare il senso di questo ritorno a casa. Ovviamente il morire, nostro o delle nostre persone care, ci preoccupa e ci rende tristi. Anche il Signore ha provato questi sentimenti. Ma non nella misura tale da spegnere la speranza che l’uomo di fede porta dentro di sé.
I cristiani, eredi di questa speranza avuta in dono dal Signore, si comportano così nel mondo, come gente che sa di essere di passaggio ed attende questo incontro finale con il Risorto, causa, fondamento di ogni speranza della vita. Ecco perché il cristiano argina sempre il turbamento del suo cuore e, forte di questa speranza, continua il suo viaggio nel mondo e nel tempo.
Epistola
Perché occorre accettare anche la sofferenza? Ecco la domanda da porre all’epistola, la seconda lettura di ogni Messa domenicale e festiva. San Paolo è stato un uomo che ha incontrato molteplici sofferenze. Come ogni uomo ha incontrato la sofferenza umana, ma, al di là di ciò che rende simile l’esperienza di sofferenza di ogni uomo, San Paolo ci ricorda che le sue maggiori sofferenze sono avvenute proprio per la fede cristiana, nel vivo del suo ministero, dopo l’incontro con il Signore Gesù Cristo che è, come abbiamo sentito dal Vangelo, la fonte di ogni speranza. Ciò che Paolo capisce, è, però, che alla sofferenza occorre dare un senso, uno scopo. Ecco che Paolo, contemplando il Cristo sofferente, comprende che anche la sua sofferenza può avere il medesimo scopo. Paolo offre il suo soffrire a Cristo per il bene della Chiesa. Vuole che le sue sofferenze, il suo dolore, a volte, come abbiamo sentito fisico e procurato da altri uomini, a volte interiore, spirituale, sia offerto a Cristo a favore della Chiesa. Poiché la sofferenza edifica e fortifica, ecco che Paolo comprende che anche lui è chiamato a crescere nella medesima direzione e, per questo, offre a Dio tutte le sue sofferenze perché si trasformino in forza e grazia per tutto il popolo dei credenti. Paolo, che ha meditato sulle sofferenze del Signore, ha compreso che ogni sofferenza di Cristo ha portato un frutto per la Chiesa. Ecco perché Paolo prende parte alle sofferenze del Signore con le sue sofferenze e le offre a Dio per il bene delle comunità che visita, edifica, sprona.
Lettura
Così comprendiamo anche il senso spirituale della prima lettura. Ancora Paolo, insieme con gli altri che sono con lui, Sila soprattutto, accettano le proprie sofferenze. Anche in questo caso, le sofferenze del ministero, le sofferenze che derivano da altri uomini. Uomini di fede. Sono i Sacerdoti del tempio, sono i custodi della fede di Israele a non accettare la Chiesa nascente e a procurare a Pietro e agli altri sofferenze di ogni genere, a partire dalla restrizione della libertà. Sofferenza che diventa preghiera della notte. Preghiera efficace, se tutti i carcerati trovano la libertà a causa di un terremoto. Il capo delle guardie vorrebbe uccidersi: perdere dei prigionieri lo avrebbe sottoposto ad un severo giudizio e ad una pena esemplare. Eppure quest’uomo, vedendo i prigionieri che non sono fuggiti ma che, anzi, pregano, chiede cosa deve fare per essere salvato. La domanda è sul desiderio di salvezza eterna. probabilmente era un uomo, certo pagano, ma di non troppa fede. Quell’episodio accende in lui la domanda: ma cosa c’è dopo la vita? Che senso ha darsi da fare per molte cose se, poi, si finisce nel nulla? È per questo che accetta la predicazione di Paolo, accetta quell’idea nuova di eternità che gli viene proposta non come frutto di uno sforzo dell’intelletto, ma come adesione a Cristo attraverso la sua “compagnia”, ovvero attraverso la Chiesa. Il battesimo inserisce in quella comunione di credenti che sperano, lottano anche soffrono ma, insieme, si sentono indirizzati verso la vita eterna. Racconto bellissimo che dice come la speranza dell’eternità sia contagiosa.
Per noi e per il nostro cammino
Noi ci sentiamo attratti dalla medesima speranza?
È la domanda che ci dobbiamo fare, che, poi, corrisponde alla domanda: perché siamo qui? Perché siamo venuti a Messa? Certo la tradizione, certo il precetto, certo l’abitudine… ci sono anche questi aspetti. Eppure tutti noi dovremmo essere qui per dire che siamo figli di Dio, destinati alla vita eterna; dovremmo essere qui per dire che, come ogni domenica, come ogni settimana, vogliamo rendere la nostra speranza più certa. Siamo qui per lasciare che il Signore entri dentro di noi con il suo corpo, oltre che con la sua parola, ed insegni a noi a quale speranza siamo chiamati, a quale eredità di gloria siamo indirizzati. Credo che questa dovrebbe e potrebbe essere l’esperienza più bella da raccomandarvi. Esperienza da ripetere tutte le settimane e anche di più, se possibile, perché la vita eterna nasce dentro di noi quando noi ci apriamo al Vangelo.
Che senso dare alle nostre sofferenza?
Anche per noi, poi, vale la proposta di affidare le nostre sofferenze al Signore, perché le tenga con sé, le custodisca, insegni anche a noi che c’ è un senso, c’è un valore per il nostro soffrire. Il beato don Carlo Gnocchi, di cui sono molto devoto, scriveva e insegnava ai suoi “mutilatini” che a soffrire con Cristo e per Cristo non cambia il dolore fisico. Cambia la prospettiva della speranza. Chi si apre a Cristo, chi soffre con Cristo e per la sua Chiesa, si sente meno solo. Nel momento di qualsiasi sofferenza, vi invito a riscoprire la preghiera come forza che accompagna, guida, sostiene.
Perché e cosa cambiare?
Io credo che a cambiare deve essere proprio il nostro modo di guardare alla vita eterna, il nostro modo di pensare all’eternità, il nostro modo di pensare a ciò che c’è dopo la vita terrena. È il cuore del messaggio pasquale. Se noi abbiamo questa fede, se noi viviamo questa speranza, allora non potremo mancare a questo incontro, che è l’incontro con il Signore Risorto, l’incontro con la sua comunità, l’incontro con il Sacramento. Ecco il senso della celebrazione eucaristica. Non un dovere, non un obbligo, non una tradizione, ma l’incontro con Colui che è risorto dai morti, che si rende presente con la sua parola e con la forza del Sacramento, l’incontro con Colui che sostiene la nostra speranza e guida ciascuno di noi alla salvezza. Ecco il senso, bellissimo, di questa terza domenica di Pasqua. Tratteniamo nel cuore queste domande, per essere sempre più attenti alla vita eterna!