3 dopo Pentecoste
Introduzione
Per introdurmi alla riflessione domenicale, vorrei rileggere con voi le parole che papa Leone ha pronunciato in settimana nella s. Messa dalla Chiesa della Sagrada Famiglia in Barcellona.
Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina. Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo.
Sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta (cfr Gv 1,5.11). Questo rifiuto non fa però venir meno l’amore di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo», dice il Signore, «allora conoscerete che Io Sono e che nulla faccio da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» (Gv 8,28). Occorre passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere illuminati dalla gloria del Risorto: da sempre, infatti, il Padre insegna a dare la vita e il Figlio, che la riceve da Lui, a tutti la dona con potenza di Spirito Santo. Ecco perché proprio la Croce è il segno luminoso del suo amore.
La Parola di Dio
LETTURA Gen 2, 4b-17
Lettura del libro della Genesi
Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo, ma una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l’oro e l’oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d’ònice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate. Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire».
SALMO Sal 103 (104)
Benedetto il Signore che dona la vita.
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature. R
Tutti da te aspettano
che tu dia loro il cibo a tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono;
apri la tua mano, si saziano di beni. R
Nascondi il tuo volto: li assale il terrore;
togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra. R
EPISTOLA Rm 5, 12-17
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato… Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
VANGELO Gv 3, 16-21
Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Il Signore Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
Genesi
Queste parole ci aiutano a comprendere tutti i testi biblici che leggiamo oggi che ci aiutano a riflettere sul tema del peccato, che è pure una realtà che contraddistingue l’uomo che, come abbiamo detto domenica scorsa, è il centro, l’apice, il vertice del creato.
Il testo lascia sullo sfondo altri testi sul tema del peccato che leggiamo in altri anni liturgici. Oggi abbiamo letto una riflessione in generale che ci indica la prospettiva dalla quale guardare anche al peccato dell’uomo che, in ultima analisi, è il nostro peccato. Noi dobbiamo guardare al peccato dell’uomo dalla prospettiva di Dio. È per questo che, nell’inno di lode del Gloria, diciamo quelle parole che il Papa ha ricordato perché iscritte sulla base della guglia dedicata a Cristo: “tu solo il santo, tu solo il Signore, tu solo l’altissimo…”. Forse noi le ripetiamo un po’ distrattamente, non mettendo attenzione alle parole che diciamo. Il richiamo è, dunque, per noi: se noi non mettiamo al centro della nostra contemplazione il mistero di Dio, al quale ci rivolgiamo perché unico, santo, Altissimo, noi rischiamo di non collocare il peccato nella giusta dimensione e ne facciamo vuoi solo un errore umano, per il quale poi non sappiamo chiedere perdono, oppure solo una questione privata tra noi e Dio, dimenticandoci che il peccato ci separa da tutta la creazione. Questo è il significato proprio della lettura che abbiamo fatto. Noi siamo al centro del creato, l’uomo è davvero pensato come l’apice della creazione, ma se l’uomo perde questo sguardo di contemplazione sul mistero di Dio da cui proviene ogni cosa, necessariamente perde anche la sua identità. Ecco perché la lettura ci faceva pensare a quei “fiumi di grazia” che sempre sgorgano da Dio e si riversano sull’umanità per educarla, sostenerla, condirla verso il suo compimento. Il peccato può essere compreso solo in questa prospettiva: la prospettiva della grazia che discende su ciascuno di noi da parte di Dio.
Romani
A ricordarcelo è anche San Paolo che, in questa intensissima riflessione della lettera ai Romani, ci ricorda che il peccato non è come il dono di grazia. Il “dono di grazia” ovvero la salvezza che viene da Dio, è molto più grande e infinitamente più grande. A noi può sembrare che tutta l’umanità sia immersa non solo in un fiume, ma addirittura in un mare di peccato. Per alcuni versi è così: il peccato degli uomini è veramente infinito e noi tutti assistiamo ad un prevalere del peccato su tanti altri aspetti della vita dell’uomo. Eppure San Paolo ci ricorda che per quanto infinito il peccato dell’uomo è sempre inferiore alla grazia che viene donata da Dio: la grazia di Dio è quella che si riversa su di noi a partire da Gesù Cristo. La sua redenzione, l’opera compiuta da Cristo per riconciliare l’umanità con il Padre, è incommensurabile e, comunque, infinitamente superiore alla caduta degli uomini.
Mi piace citare ancora la parola del Papa, che ci ha ricordato che il centro di tutti è Cristo.
Vangelo
Come emerge dal Vangelo: se Cristo viene per compiere l’opera della redenzione, è proprio per quell’amore infinito che il Padre nutre per l’umanità e che Egli riserva per tutti gli uomini. Non c’è amore più grande di questo: quello di Dio che, mosso a compassione per il peccato dell’uomo, non solo fa qualcosa per salvare l’uomo peccatore, ma viene lui stesso, si mette lui stesso sulle tracce dell’uomo per vincere il potere infinito del peccato. “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto ma abbia la vita eterna”. Quanta dolcezza nelle parole di San Giovanni che ci ricorda che Dio non è il giudice implacabile ma la Verità che tutto giudica con more e con carità. Chi rimane condannato? San Giovanni lo spiega ancora con accuratezza e con profondità: “chiunque fa il male, non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate”. Il giudizio riguarda coloro che rinnegano la presenza di Dio, non si aprono al suo mistero di pace, di gioia, di amore. Chiunque in qualche modo si apre a questo mistero, invece, non trova la morte ma solo la pace che viene dal sentirsi riconciliato con Dio e dentro la sua stessa opera di amore. Il fiume di grazia che sgorga dal trono di Dio, per stare al linguaggio delle immagini bibliche, è sempre più fecondo di qualsiasi cosa che tenti di ostacolare o di fermare questo fiume di grazia.
Perchè la Parola dimori in noi
Torno alla parola del Papa. Cristo è una luce. Una luce alla quale tutti devono poter guardare. Chi per trovare aiuto e forza nel bene che già si sostiene; chi per convertirsi da quel male che lo ha ingabbiato, irretito, completamente vincolato a sé. Chi guarda a Cristo non si perde. Lo dice molto bene il papa che “chi guarda alla verità di Cristo, trova anche la verità dell’uomo”. È veramente così. Se vogliamo far brillare in noi quel progetto originario del Padre di cui la scrittura ci ha parlato settimana scorsa, abbiamo necessariamente bisogno di guardare a Cristo, vero Dio ma anche vero uomo, prototipo di ogni umanità perfetta, riuscita. Se noi non guardiamo a Cristo, se ci allontaniamo da lui, ci immergiamo nel mondo del peccato e, rinnegando Dio, rinneghiamo anche noi stessi, giacché qualsiasi genere di peccato è anche imbruttimento, imbarbarimento della propria umanità. Dunque se vogliamo rimanere umani, dobbiamo guardare a Cristo. Se vogliamo togliere da noi il peccato che grava sulla coscienza, dobbiamo guardare a Cristo. Se vogliamo vincere su ogni fronte, dobbiamo guardare a Lui, che è la pietra di riferimento.
Ancora il Papa: “occorre passare attraverso il Crocifisso per essere illuminati dal Risorto”. Credo che sia fondamentale lasciare che queste parole entrino dentro di noi. Al principio dell’estate, quando anche la nostra fede incomincia ad essere intesa come qualcosa che può andare in pausa per qualche tempo, ecco che la Chiesa ci sa ricordare che il nostro compito è quello di essere sempre più vicini a Cristo, per capire che solo Lui ci può salvare da quel peccato che distoglie noi stessi da quel cammino di grazia che tutti siamo chiamati a compiere.
Chiediamo, allora, insieme questa grazia. Chiediamo al Signore di non staccarci mai da lui. Chiediamo al Signore la forza di rimanere attaccati al suo nome.
Solo così riusciremo a vedere il peccato dal punto di vista di Dio, solo così riusciremo a vedere il nostro peccato, il nostro male, a partire da quel fiume di grazia che inonda l’universo ed anche noi, pienamente consapevoli del poco che siamo, eppure illuminati da una grazia che ci trascende e ci guida.
Impariamo anche noi, come ci ha detto il Papa, a guardare a Cristo. Scopriremo quel fiume di grazia che inonda anche noi e ci rende uomini veri, figli amati di Dio.