4° Incontro – Il Figlio2025-10-11T14:25:12+02:00

Project Description

SCARICA IL TESTO
  1. Il secondo articolo

Il secondo articolo del Credo, quello su Gesù Cristo, è il più ampio e anche il più difficile. Ha una sua genesi storica che culmina nel Concilio di Nicea del 325 e poi in quello successivo di Costantinopoli. Molto in sintesi cerchiamo di capire perché il Concilio si è espresso su questi temi in modo così puntuale e, se vogliamo, per noi, anche in modo così difficile.

  1. La risposta del Concilio

Il problema, come abbiamo detto, è dato dalle “eresie” dei primi secoli di vita della Chiesa. Eresia è, notoriamente, una dottrina contraria alla fede. Nei primi secoli di vita della Chiesa il tema era molto sentito, perché molti, in assenza di una riflessione teologica piena, incominciavano a far circolare teorie personalizzate, mettendo in discussione il dato della fede. Fu così, come abbiamo anche detto nella prima serata, che il Concilio dovette reagire alla questione posta da Ario e dal movimento che da lui prese il nome, che cercava di collocare il “logos” divino non sul piano stesso di Dio, ma su un piano inferiore, togliendone la qualifica di Dio. La riflessione dei padri conciliari fu chiarissima ed è confluita proprio nelle parole che noi recitiamo nel Credo. Concentriamoci su alcune espressioni.

  • “Signore”

Il titolo di “Signore” è presente svariate volte nella Scrittura. Generalmente, per quanto riguarda il Primo Testamento, è un titolo che si riferisce a Dio, ed è stato utilizzato anche per tradurre il tetragramma Sacro “Jhwh”. È però con la rivelazione del Nuovo Testamento che questo titolo acquista un significato pregnante in riferimento a Gesù. In che senso il NT chiama Gesù Signore? Ce lo spiega anche il Catechismo della Chiesa cattolica.

447 Gesù stesso attribuisce a sé, in maniera velata, tale titolo allorché discute con i farisei sul senso del salmo 110, ma anche in modo esplicito rivolgendosi ai suoi Apostoli. Durante la sua vita pubblica i suoi gesti di potenza sulla natura, sulle malattie, sui demoni, sulla morte e sul peccato, manifestavano la sua sovranità divina.

448 Molto spesso, nei Vangeli, alcune persone si rivolgono a Gesù chiamandolo « Signore ». Questo titolo esprime il rispetto e la fiducia di coloro che si avvicinano a Gesù e da lui attendono aiuto e guarigione. Pronunciato sotto la mozione dello Spirito Santo, esprime il riconoscimento del mistero divino di Gesù. Nell’incontro con Gesù risorto, diventa espressione di adorazione: « Mio Signore e mio Dio! » (Gv 20,28). Assume allora una connotazione d’amore e d’affetto che resterà peculiare della tradizione cristiana: « È il Signore! » (Gv 21,7).

449 Attribuendo a Gesù il titolo divino di Signore, le prime confessioni di fede della Chiesa affermano, fin dall’inizio, che la potenza, l’onore e la gloria dovuti a Dio Padre convengono anche a Gesù, perché egli è di « natura divina » (Fil 2,6) e perché il Padre ha manifestato questa signoria di Gesù risuscitandolo dai morti ed esaltandolo nella sua gloria.

Dunque il titolo di Signore è preso da alcune discussioni teologiche sul Primo Testamento ma, in ultima analisi, viene a delineare la potenza del Risorto. Il titolo “Signore” è il titolo che viene attribuito a Cristo perché è risorto dai morti. Così quando noi lo invochiamo con questo titolo, intendiamo fare riferimento immediato alla sua risurrezione. Il titolo dice in modo molto preciso che Cristo è il Figlio di Dio risorto dai morti. Come si vede è già una specifica molto chiara, un ottimo richiamo per noi che mettiamo un po’ tutto sullo stesso piano rendendo i titoli “Figlio”, “Cristo”, “Signore”, “Messia” dei sinonimi. Non è così, ogni titolo ha il suo senso, la sua storia ed anche la sua specificità.

  • Cristo

436 Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico « Messia » che significa « unto ». Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re,25 dei sacerdoti26 e, raramente, dei profeti.27 Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno.28 Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore,29 ad un tempo come re e sacerdote30 ma anche come profeta.31 Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re.

Anche questo articolo del Catechismo ci aiuta a chiarire. Gesù si presenta come il Cristo, come tale viene riconosciuto dai discepoli che, pian piano, vengono introdotti nel segreto e nel mistero della sua stessa identità. Dunque quando diciamo “Cristo” intendiamo fare riferimento alla sua unzione come sacerdote, che realizza la riconciliazione con il Padre nella sua Pasqua; come profeta, anzi come Colui che chiude la serie dei profeti raccogliendone tutta l’eredità; come Re che regna vittorioso dalla Croce anche sulla morte.

  • “Unigenito Figlio di Dio”

441 Figlio di Dio, nell’Antico Testamento, è un titolo dato agli angeli,44 al popolo dell’elezione,45 ai figli d’Israele46 e ai loro re.47 In tali casi ha il significato di una filiazione adottiva che stabilisce tra Dio e la sua creatura relazioni di una particolare intimità. Quando il Re-Messia promesso è detto « figlio di Dio »,48 ciò non implica necessariamente, secondo il senso letterale di quei testi, che egli sia più che umano. Coloro che hanno designato così Gesù in quanto Messia d’Israele49 forse non hanno inteso dire di più.50

444 I Vangeli riferiscono in due momenti solenni, il battesimo e la trasfigurazione di Cristo, la voce del Padre che lo designa come il suo « Figlio prediletto ».59 Gesù presenta se stesso come il Figlio unigenito di Dio60 e con tale titolo afferma la sua preesistenza eterna.61 Egli chiede la fede « nel nome dell’unigenito Figlio di Dio » (Gv 3,18). Questa confessione cristiana appare già nell’esclamazione del centurione davanti a Gesù in croce: « Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio » (Mc 15,39); infatti soltanto nel mistero pasquale il credente può dare al titolo «Figlio di Dio» il suo pieno significato.

445 Dopo la risurrezione la sua filiazione divina appare nella potenza della sua umanità glorificata: egli è stato costituito « Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti » (Rm 1,4).62 Gli Apostoli potranno confessare: « Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità » (Gv 1,14).

Anche questi articoli del Catechismo ci fanno capire che se il titolo “Figlio di Dio” nel Primo Testamento ha una accezione più ampia, con la rivelazione del Nuovo Testamento e con la persona di Gesù, questo titolo acquista un significato molto più intenso e molto più appropriato. Gesù è il Figlio che viene da Dio, realizza pienamente la volontà di Dio, porta a termine, porta a compimento la piena rivelazione del Padre che è quella nella quale Egli mostra la predilezione per ogni uomo e il desiderio di salvezza di Dio che si realizza nell’opera della redenzione. In questo senso Egli è l’ “Unigenito” ed anche l’ “Amato”. Egli è “nato dal Padre prima di tutti i secoli”, come ci ricorda il prologo stesso del Vangelo di Giovanni, ma venuto nel tempo in un momento preciso della storia, “nella pienezza dei tempi”. Ecco il senso delle immagini utilizzate dal Credo Niceno Costantinopolitano, luce da luce, o la precisazione “Dio vero da Dio vero”. Sono tutte espressioni che indicano la reazione dei padri all’eresia ariana in primis e ad altre forme di discussioni del tempo contro le quali la Chiesa ha preso una posizione di vera chiarificazione.

  • “Generato non creato”

Di nuovo abbiamo un intervento diretto sulla questione posta dagli Ariani. Poiché essi affermavano che Egli è inferiore al Padre, proclamavano che anche il Logos di Dio è una creatura. La più perfetta, la più elevata ma, pur sempre, una creatura. La reazione del Concilio si basa sulla rivelazione della Scrittura. Il Figlio non è creatura, si colloca proprio su un altro piano. Egli condivide la stessa sostanza di Dio, è Dio come il Padre e in comunione con lo Spirito. Il che ci porta alle due questioni fondamentali espresse con i termini “sostanza” e “consostanziale”.

  • La questione dell’ “homooúsios”

Siamo alla questione cardine del secondo articolo del Credo. Per introdurci leggiamo due citazioni di papa Benedetto XVI.

“L’espressione Figlio di Dio collegava Gesù con l’essere stesso di Dio. Il genere di questo legame ontologico, tuttavia, divenne oggetto di faticose discussioni da quel momento in cui la fede volle dimostrare anche la propria ragionevolezza e riconoscerla in modo chiaro. Egli è Figlio in senso traslato – nel senso di una vicinanza particolare a Dio – oppure questa espressione indica che in Dio stesso vi è un Padre e un Figlio? Che Egli è davvero «uguale a Dio», Dio vero da Dio vero? Il primo Concilio di Nicea (325) ha riassunto il risultato di questa ricerca faticosa nella parola homooúsios («della stessa sostanza») – l’unico termine filosofico entrato nel Credo. Questo termine filosofico serve tuttavia a proteggere l’affidabilità della parola biblica; vuole dirci: se i testimoni di Gesù ci mostrano che Egli è «il Figlio», non lo intendono in senso mitologico o politico – le due interpretazioni che si impongono a partire dal contesto dell’epoca. Questa affermazione va intesa letteralmente: sì, in Dio stesso vi è dall’eternità il dialogo tra Padre e Figlio che, nello Spirito Santo, sono davvero il medesimo e unico Dio.
È stato necessario chiarire compiutamente questo nuovo significato [dell’espressione “figlio”] mediante processi molteplici e difficili di differenziazione e di ricerca faticosa, per proteggerlo dalle interpretazioni mitico-politeistiche e politiche. Questo fu il motivo per il quale il Primo Concilio di Nicea (325 d.C.) impiegò l’aggettivo homooúsios (della stessa sostanza). Questo termine non ha ellenizzato la fede, non l’ha gravata di una filosofia estranea, bensì ha fissato proprio l’elemento incomparabilmente nuovo e diverso che era apparso nel parlare di Gesù con il Padre. Nel Credo di Nicea la Chiesa dice insieme con Pietro sempre di nuovo a Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).[1]

Ario, con la sua teoria, minacciava l’autentica fede in Cristo, dichiarando che il Logos non era vero Dio, ma un Dio creato, un essere «medio» tra Dio e l’uomo, e così il vero Dio rimaneva sempre inaccessibile a noi. I Vescovi riuniti a Nicea risposero mettendo a punto e fissando il «Simbolo della fede» che, completato più tardi dal primo Concilio di Costantinopoli, è rimasto nella tradizione delle diverse confessioni cristiane e nella Liturgia come il Credo niceno-costantinopolitano. In questo testo fondamentale – che esprime la fede della Chiesa indivisa, e che recitiamo anche oggi, ogni domenica, nella celebrazione eucaristica – figura il termine greco homooúsios, in latino consubstantialis: esso vuole indicare che il Figlio, il Logos, è «della stessa sostanza» del Padre, è Dio da Dio, è la sua sostanza, e così viene messa in luce la piena divinità del Figlio, che era negata dagli ariani”.[2]

Come ben si vede, siamo al cuore della questione e ad un punto cardine della fede. Introducendo questo termine filosofico, la Chiesa ha inteso difendere la divinità di Gesù che è il dato della rivelazione al quale ci dobbiamo attenere. Il Figlio è Dio come il Padre e come lo Spirito Santo; condivide la stessa sostanza del Padre e dello Spirito e, come il Padre e lo Spirito è una Persona propria. Il Padre è Onnipotente e creatore. Il Figlio, che condivide la medesima sostanza e che, quindi, è onnipotente come il Padre, è il redentore, il salvatore del mondo. Lo Spirito, che pure è della stessa sostanza e, quindi, Onnipotente, santifica l’opera dell’uomo, rende possibile l’inserimento di ogni opera di amore dell’uomo nell’amore trinitario, verso il quale tutti siamo diretti e chiamati. Il termine “homooúsious – consubstantialis” non è, allora, un’indebita introduzione di quello che è un concetto filosofico, ma un’introduzione certo presa dalla filosofia, per rendere la fede pensabile. La ragionevolezza del credere ha bisogno di questi passaggi. Forse per noi è abbastanza difficile metterci a ragionare su queste cose, forse è abbastanza complesso ricostruire le vicende storiche per capirle e fare in modo che la fede chiarificata in questi momenti della storia della Chiesa porti frutto per l’oggi della salvezza. Credo, però, che sia indispensabile che anche noi cerchiamo di rendere ragionevole il nostro percorso di fede e credibile la nostra scelta. Ecco perché recitiamo ogni domenica e in ogni festa il simbolo della nostra fede. Recitando questo condensato di verità di fede, noi cerchiamo di renderci sempre più appassionati di queste verità e ci proponiamo come coloro che desiderano essere in comunione con Dio e in comunione tra di loro, per vivere bene la propria fede e per dire a tutti la ragionevolezza del credere. Inoltre vogliamo professare continuamente le verità nelle quali crediamo, per crescere noi stessi alla scuola della rivelazione e per metterci noi stessi a servizio di quella fede che rimane un punto di riferimento imprescindibile per le nostre vite.

Infine vorrei che tutti facessimo nostra la professione di fede di Pietro di Mt 16: “Tu sei il Cristo, Tu sei il Figlio del Dio vivente”. Pietro era un pescatore. Non aveva studiato. Non conosceva nulla della filosofia greca. Tutto ciò che ha detto, lo ha affermato proprio in forza dello Spirito Santo che lo ha illuminato e sostenuto. Anche noi dobbiamo avere la stessa fede. Anche noi dobbiamo imitare la medesima semplicità. Non è per aver molto studiato che emetteremo una professione di fede seria ed autentica. È solo per aver creduto, è solo per aver messo il nostro cuore a servizio di Dio che noi potremo riconoscere in Cristo il Signore, salvatore delle nostre anime, guida delle nostre vite. La ragionevolezza del credere e il sapere molte cose della fede certo aiutano la nostra professione di fede, ma non sostituiscono l’impegno di metterci in ginocchio davanti al Signore a pregare. È così che entra nel cuore ciò che molti teologi e scrittori ci hanno trasmesso.

  • Nell’ordine della storia

È a questo punto e dopo queste delucidazioni che il Credo ci fa passare dal piano dell’eternità a quello della storia, chiedendoci di fare memoria della “storicità” di Cristo. Il Verbo si incarna nel seno della Vergine Maria, Colui che è consostanziale al Padre viene nel grembo della Madre e si rende anche a lei consostanziale. Così Cristo è vero Dio ma anche vero uomo. Egli condivide con Dio la sostanza di Dio stesso, ma prende il corpo di un uomo, nasce come un uomo, vive come un uomo, muore come un uomo, ma portando nella sua morte santa e benedetta il sigillo di Dio che, facendolo risorgere dai morti, apre a tutti gli uomini la possibilità di avere accesso alla vita in Dio. È così che la vita dell’uomo prende senso, si apre agli orizzonti dell’eternità, acquista senso nel medesimo spirito di donazione che in Cristo tutti possono raggiungere. Per sottolineare ancor meglio la sua storicità ecco il richiamo a “Ponzio Pilato” che ricorda che il sacrificio di Cristo non è un modo di dire, un segno, un invito a guardare ad un simbolo. Il sacrificio di Cristo fu reale, avvenne veramente, si colloca in un determinato punto della storia romana della quale, pure, si ha traccia. Il cristiano, però, non è chiamato solo a fare memoria, non è chiamato solo a ricordare. È chiamato a celebrare questo sacrificio, cioè a fare in modo che, attraverso la liturgia, egli diventi contemporaneo di Cristo. Quando recitiamo il “Credo” a Messa noi non facciamo solo una professione di fede a parole. Noi chiediamo a Dio di renderci contemporanei e, quindi, partecipi, del sacrificio redentore perché esso porti frutto nelle nostre anime.  Come ha scritto ancora J. Ratzinger:  “La forma essenziale del culto cristiano si chiama, a ragion veduta, Eucarestia, cioè rendimento di grazie. Il sacrificio cristiano non consiste nel dare a Dio ciò che egli non avrebbe senza di noi, bensì nel diventare accoglienti e nel lasciarci prendere totalmente da Lui. Lasciare che Cristo agisca in noi: ecco il sacrificio cristiano”. [3] Quando celebriamo la Messa e quando recitiamo il Credo, noi non diamo lode a Dio con le nostre parole fini a sé stesse e nemmeno facciamo un ripasso generale della fede. Noi esprimiamo a parole quella partecipazione al sacrificio di Cristo che salva ciascuno di noi perché ci rende realmente partecipi della sua passione, morte e risurrezione.

  • Verso il futuro

Così nella medesima professione di fede noi non ci soffermiamo solo su ciò che fu ma, contemplando il fine della vita di Cristo, ovvero la sua ricongiunzione al Padre, proclamiamo anche che noi tutti siamo diretti nella medesima direzione. L’ascensione al Padre e l’effusione dello Spirito Santo, sono in ordine alla nostra elevazione al cielo. Anche noi infatti viviamo nell’attesa della piena conoscenza di Dio, nell’attesa della piena rivelazione, nell’attesa della visione del suo volto. Sappiamo infatti che dove è Cristo, primogenito di coloro che risorgono dai morti, saremo anche noi. Il Credo si apre ad una testimonianza di speranza che ci porta a contemplare la vita eterna come luogo del nostro destino finale.

  1. Conclusione

Il secondo articolo del Credo, come ben vediamo, è, quindi, occasione per la nostra professione di fede nella divinità del Verbo, nell’umanità di Cristo, nella risurrezione come momento centrale della storia della salvezza e anche diventa esercizio di speranza per tutti noi. Soffermiamoci a ripensare alle verità professate per rendere certo il nostro percorso di fede.

[1] J. Ratzinger: Gesù di Nazareth pag. 308 e 405

[2] Udienza generale 20/6/2007

[3] J. Ratzinger, Breve introduzione al cristianesimo, pag 173