1° Serata – Le relazioni come dono2025-10-07T21:52:26+02:00

Project Description

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 Introduzione

È il quarto anno che propongo, in occasione della festa della Madonna del Rosario, un corso di esercizi spirituali. Dopo quelli sulla preghiera – anno del Padre nostro –, dopo quelli per il 15esimo della comunità – l’anno degli Atti degli Apostoli –, dopo quelli sulla speranza – per l’inizio dell’anno del Giubileo –, propongo un tema importante: le relazioni. Già da anni continuo a dire che le relazioni devono essere più curate, perché sono la nervatura di una comunità e anche il suo indice di salute. Quest’anno anche l’Arcivescovo ha dedicato un passaggio della lettera pastorale al tema delle relazioni:

Il discernimento per orientare il cammino della comunità nella missione di cui ha la responsabilità richiede relazioni fraterne “secondo lo Spirito”. Chi si cura della qualità delle relazioni? Il comandamento di amarci gli uni gli altri come Gesù ha amato noi deve configurare la comunità cristiana.[1]

La domanda è essenziale: chi si cura della qualità delle relazioni? Chi cura la qualità delle relazioni nella nostra comunità? È da anni che ci penso ed è da anni che propongo almeno agli operatori pastorali più vicini e soprattutto a quelli della comunità educante, la cura delle relazioni come primo punto della loro formazione. Credo però sia giunto il tempo di dare a tutti un segnale e un richiamo, perché possiamo davvero essere tutti più attenti alla cura delle relazioni.

Nota di metodo

Come sapete è l’estate il tempo in cui faccio nascere molte delle proposte che si vivono durante l’anno pastorale. In questa estate ho avuto modo di rileggere testi biblici fondamentali per il nostro cammino. Ecco perché questi esercizi sono come delle “incursioni” nella vita di Mosè, nel testo di San Paolo agli Efesini e nel Vangelo di Matteo che ci faranno da guida ogni sera. Non saranno una lectio corsiva di questi testi, ma verranno proposti brani scelti, come trovate nel libretto. Ci lasceremo aiutare da questi esempi di grandi uomini di fede – Mosè e San Paolo – e dalla predicazione di Gesù per riflettere su alcuni temi:

1a serata:          il dono delle relazioni

2a serata:          le relazioni in famiglia

3a serata:          le relazioni di amicizia

4a serata:          le relazioni ecclesiali

5a serata:          relazionarsi alla morte

per poi lasciare alle giornate eucaristiche le riflessioni sulle relazioni economiche, sociali e di reciproco aiuto; avendo anche dedicato il ciclo natalizio alla riflessione sull’Emmanuele, il Dio con noi per stabilire la relazione con Dio Padre e l’Epifania per riflettere sulla relazione con gli stranieri; per poi dedicare il ciclo della Pasqua ad altri temi ancora e tra questi: giovedì santo le relazioni nel cenacolo; venerdì santo la relazione con Gesù Crocifisso; la domenica di Pasqua al tema del correre al sepolcro per relazionarsi con il Risorto. Siamo dentro un progetto che ha punti salienti nell’anno pastorale e che deve riguardare anche praticamente la realizzazione delle feste, delle processioni, del trovarci fraterno in oratorio. Il tema guiderà anche un percorso per i genitori del catechismo. Rispondiamo all’Arcivescovo: noi desideriamo curare le relazioni in comunità. Noi proponiamo percorsi di formazione per tutti. Noi preghiamo insieme, per cercare, proprio nella Scrittura, spunti di meditazione. Noi: ovvero noi comunità pastorale, noi consiglio pastorale di comunità, noi comunità educante, noi collegio dei prefetti… noi tutti, uomini e donne di buona volontà, animati dallo Spirito di Dio, in un esercizio di collaborazione e di corresponsabilità.

Esercizio preliminare

  • Come vivo le relazioni?
  • Soffro di qualche “povertà relazionale”?
  • A quale aspetto delle mie relazioni dono più attenzione e più tempo?
  • A quale sono meno attaccato e per quale aspetto sono più distratto?

Primo tema: le relazioni donate

Iniziamo, quindi, dal primo dei temi che ci proponiamo e che corrisponde all’affermazione: le relazioni sono un dono. Avrei voluto, in un primo progetto, partire dalla prima pagina della Genesi, la pagina della creazione, perché lì emerge chiaramente che l’uomo è chiamato a relazionarsi con il suo simile ma anche con tutto il resto della creazione. Tuttavia, ho preferito, come ho detto, cercare di tenere un tema unitario. Quindi partiamo da una domanda: dove Mosè ha capito che le relazioni sono un dono? Quando San Paolo l’ha compreso per sé? Quando il Signore ha predicato su questo tema?

Mosè

Anche a questo proposito avrei potuto scegliere diversi testi, ma scelgo quello notissimo delle prescrizioni per la Pasqua che, normalmente, rileggiamo dal punto di vista liturgico per comprendere cosa è la Pasqua degli ebrei. In questa occasione, invece, vorrei rileggerlo dal punto di vista delle relazioni. Cosa ci dice questo testo a proposito delle relazioni?

  1. La relazione nasce mettendosi di fronte a Dio

Anzitutto mi sembra che il testo parta da una affermazione forte. La relazione tra gli uomini è curata e giunge a buon fine solo se ci si sa mettere di fronte a Dio. Il cuore della rivelazione del Primo Testamento ci dice anzitutto questo. In questo senso potrebbero anche essere recuperate le pagine della Genesi. Si impara cosa è una relazione, si impara quanto è importante relazionarsi con gli altri, quando ci si sa mettere di fronte a Dio e quando si sta instaurare una relazione con Lui. La Pasqua è l’origine di tutto questo perché è il momento in cui si prende consapevolezza di essere popolo, famiglia, comunità. Proprio perché ci si relaziona con Dio si trova la forza di relazionarsi anche con gli altri che vengono percepiti come fratelli e come parte di un unico cammino.

  1. La cura delle relazioni parte da una famiglia

Chi educa a tutto questo? La centralità è data dalla famiglia. Non si impara da soli cosa siano le relazioni. Non si impara da soli a relazionarsi con gli altri. È la famiglia, che si raduna nel nome di Dio, è la famiglia che si mette in relazione di preghiera con Dio, a insegnare come ci si relaziona all’interno del popolo di Dio. Non è l’unico modo per imparare cosa siano le relazioni ma, quasi anticipando ciò che dirà Gesù, il popolo di Israele ha una sua “ricetta”, un suo modo peculiare di vivere le relazioni, che è quello che nasce dalla fede praticata in famiglia. Come dire: tra noi non è come fanno gli altri! Tra noi c’è uno specifico che nasce dalla nostra fede! Tra noi c’è un modo particolare di vivere le relazioni che nasce dal credo che professiamo.

  1. La cura delle relazioni genera una comunità

Una terza risposta: dalla cura delle relazioni che la famiglia insegna, non nasce solo un richiamo per vivere bene le relazioni personali, ma anche un’attenzione alle dinamiche comunitarie. Poiché nella Pasqua ci si trova per ricordare come Dio ha tratto il suo popolo dalla servitù dell’Egitto fino alla terra della libertà, ecco che si impara da qui ad essere popolo, ad essere comunità, ad essere uniti. Le tre dimensioni: personale, famigliare, sociale, sono tutte unite. Non si dà l’una senza l’altra. La fede in JHWH Dio che libera il suo popolo dall’oppressione dell’Egitto è il collante tra tutte queste forme di relazione.

Così Mosè professa e fa professare che le relazioni tra gli uomini sono un dono di Dio, un dono di cui prendersi cura con responsabilità ed attenzione. Rinnovando la fede – Pasqua è la festa più importante per tutto il popolo ebraico – si rinnova anche la coscienza di essere popolo, famiglia, cioè uomini e donne di relazioni intense.

Paolo – Efesini

Cosa ci dice San Paolo sulle relazioni donate?

  1. Le relazioni sono una benedizione

San Paolo, conscio della eredità di Mosè che ha professato per una vita, rilancia il tema alla luce della rivelazione cristiana. Le relazioni non sono solo un dono, sono una vera benedizione. È una benedizione il dono della presenza di altri uomini e donne con cui si condividono la vita e la fede. È una benedizione di Dio il dono, la presenza di altri che si interrogano sulla verità. È un dono, una benedizione di Dio, la presenza di altri uomini che la fede aiuta a riconoscere come fratelli. Il guadagno di Paolo è questo: non più solo la cerchia della propria famiglia, nemmeno il confine del proprio popolo, sono l’orizzonte delle relazioni del cristiano. Il cristiano vede nella presenza di tutti gli uomini una benedizione. Il cristiano è aperto ad accogliere tutti come un dono della stessa presenza di Dio. Tra questi, poi, il cristiano vede in chi vive il medesimo cammino di fede, un aiuto, un conforto, un sostegno.

  1. Figli adottivi in Cristo

C’è uno specifico cristiano, che nasce anche dalla predicazione del Signore, dall’invito di Cristo a non essere come gli altri. Lo specifico del modo di vivere le relazioni di chi ha fede nasce dal sapere che tutti siamo figli adottivi in Cristo. La rivelazione di Cristo, l’unigenito Figlio di Dio, ha portato l’umanità a questa consapevolezza. Tutti siamo figli nel Figlio. Gesù Cristo, con la sua rivelazione, con la sua venuta, con la redenzione operata a favore di tutta l’umanità, dona all’uomo una dignità nuova: la dignità di figli. Per conservare questa dignità occorre una relazione profonda con il mistero di Dio. Chi è cercatore della verità, chi si impegna nella lode di Dio, riceve questa dignità che può conservare per sempre. Nemmeno il peccato rovina questa identità dal momento che è il Signore stesso che, perdonando ogni peccato, conduce ciascuno alla vita eterna.

  1. In attesa della piena eredità

Questa è l’ultima consapevolezza di Paolo: chi siamo, il mistero che è ogni persona, può essere scoperto pian piano nella vita, ma ciò che è veramente un uomo, lo si saprà solo nella vita eterna quando Cristo sarà tutto in tutti, quando tutti vedremo bene ciò che è ogni realtà, perché saremo purificati dall’amore di Dio e potremo giudicare le cose non più secondo criteri umani, ma nel criterio della carità di Dio e del suo amore. L’identità del cristiano è quella di essere pellegrino verso la vita eterna. Poiché è pellegrino, il cristiano vive le relazioni ora in senso di scoperta, di aiuto, di vicinanza, di sostegno, e, nella vita eterna, di piena fratellanza con tutti coloro che avranno avuto il desiderio di vivere nella verità.

Predicazione di Gesù in San Matteo

Per la predicazione del Signore scelgo un testo classico. La domanda che viene posta a Gesù è tipica di un uomo del Primo Testamento. Un uomo di fede conosce bene i precetti di Mosè che sono in primis i dieci comandamenti ma, poi, anche tutti gli altri precetti che ne erano derivati. Un uomo del Primo Testamento capisce che ci vuole una bussola per orientarsi in un contesto così complesso. È questo il senso della domanda che viene posta al Signore Gesù. Domanda che ha una risposta precisa.

  1. Ama il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente

Riprendendo anche ciò che è emerso dai testi precedenti, appare chiaro che l’amore di Dio è il fondamento di ogni cosa. Cuore, anima e mente dicono tutte le componenti della persona. Si ama Dio con l’affetto del cuore, con il pensiero della mente, con la preghiera che nasce dall’anima. Dunque l’amore per Dio non è un sentimento, anche se li comprende tutti; non è un atto della volontà solamente, anche se la volontà è pienamente inserita nell’atto di fede; non è solo un’espressione religiosa, anche se queste espressioni servono per tradurre in atto ciò che si sente nell’anima, nel cuore, nella mente. L’atto di fede, che è un atto complesso e ricco di sfumature, è la base di ogni vera relazione. Con Dio e con gli uomini.

  1. Ama il prossimo come te stesso

Da Dio si riceve la vita, come primo dono. Tutti siamo chiamati ad amare la nostra vita, al di là delle singole e concrete condizioni nelle quali essa si spende. Proprio per questo, proprio perché amiamo la nostra vita, dobbiamo anche amare la vita degli altri. Ben sapendo che non siamo soli, ben sapendo che condividiamo la vita con altri, ricordando che per tutti la vita è dono di Dio, il cristiano si impegna a vivere la relazione come dono autentico del Padre. La relazione, anche in questo caso, è ampliata, è aperta a tutti. La relazione è con il “prossimo”, con colui che è vicino, con l’uomo. Senza nessuna altra definizione. È nel prossimo che il cristiano vede il fratello da amare, da servire, da conoscere.

Per una cura delle relazioni

Da queste note bibliche ricaviamo le prime indicazioni per i nostri esercizi.

  • Le relazioni sono un dono, un dono di Dio, un dono con il quale Dio benedice continuamente la nostra vita.
  • La relazione è un mistero: noi non possiamo conoscere tutto dell’altra persona nella verità fino a quando non saremo alla sua presenza, al suo cospetto, nella vita eterna.
  • La relazione con gli uomini, per il credente, suppone la relazione con Dio. Quando si vive bene la relazione con Colui che è Creatore e Padre si può vivere bene la relazione con gli altri uomini, in modo assolutamente significativo e singolare. È questa la specificità del credente, oltre il dato umano che vale per tutti.
  • La relazione del credente non ha confini. Il credente si apre ad ogni uomo accogliendolo come dono di Dio.
  • Il credente vede nel prossimo uno che è fratello, uno del quale prendersi cura, uno da rispettare perché figlio di Dio.
  • Per vivere bene le relazioni occorre cura: tutto nasce anche dall’atto di fede che non può mai essere atto improvvisato, ma, al contrario, deve essere curato e coinvolge ogni aspetto della persona.
  • La famiglia e la comunità di appartenenza sono il primo ambito per imparare cosa siano le relazioni e come si vivono, per poi dilatarsi al mondo intero.

Una provocazione

Una prima provocazione per noi consiste proprio nel verificare se noi viviamo queste cose. Se abbiamo la consapevolezza di fede che nasce dalla predicazione del Signore e della quale ci ha parlato sia San Paolo che Mosè, tutti dovremmo percepire e capire che la relazione con gli uomini adulta, significativa, stimolante, nasce solo dentro un contesto di fede adulto e maturo. In questo senso la novità del cristiano e la specificità del cristiano sono un richiamo grande per ciascuno di noi. Credo che, non solo in occasione della festa della Madonna del Rosario ma per l’anno pastorale che inizia, tutti dovremmo decidere come vivere la fede. Il che, come dice l’Arcivescovo nella sua proposta pastorale, non dovrebbe farci limitare alla sola ripetizione delle cose che facciamo più o meno sempre. Non siamo esentati, non solo come singole persone ma anche come comunità pastorale, a chiederci come dobbiamo vivere quest’anno se vogliamo portare frutto.

Una seconda provocazione: le relazioni sono un dono, un dono di Dio, un dono che contrasta fortemente con la chiusura, lo spirito di tristezza, il ripiegamento su sé stessi che coinvolge più o meno tutti in differenti stagioni di vita e che mortifica la comunità. Credo che in questa prima serata, i testi biblici ci abbiano detto con chiarezza che chiusura, tristezza, ripiegamento, sono ciò che mortifica maggiormente lo Spirito di Dio che parla nel cuore dell’uomo e che lo rende aperto al suo simile. Ed è vero. Eppure, anche se siamo in un tempo in cui è molto facile vivere o rinnovare le relazioni, vediamo tanto spesso questi “spiriti cattivi” impossessarsi di noi e rendere meno bella la nostra vita e la vita della nostra comunità. Ogni spirito di chiusura spegne il dono delle relazioni. Quando ci chiudiamo nel nostro gruppo, quando ci chiudiamo dentro i confini imposti dal nostro movimento, quando ci limitiamo a quelli della nostra cerchia, quando al massimo quelli con cui svolgiamo il nostro servizio sono coloro a cui rivolgiamo la parola… tutti viviamo uno spirito di impoverimento che non è solo personale, ma che travalica i confini e si estende a tutta la comunità. Dunque, il richiamo è a non fare di quello che è un dono di Dio, un peso, una eredità scomoda, un qualcosa da evitare di portare.

Una terza provocazione. Se è vero che tutto nasce dalla relazione con Dio, il compito deve essere duplice. Da un lato ciascuno di noi è chiamato a guardare alla propria fede, al proprio cammino, alla propria modalità di esprimere la fede in questo tempo. È il richiamo a vivere bene il tempo presente e a decidere una regola di vita personale. Abbiamo, tuttavia, anche un compito comunitario. Se è vero che tutto nasce da qui e se è vero che alcune relazioni sono deboli proprio perché manca, a molti, questo livello, il nostro compito deve essere missionario e richiamare chi partecipa della vita della comunità in primis, ad un esercizio di fede più profondo. Questo esercizio, poi, è estensibile, con diverse modalità, anche ad altri. Anche a seconda del cammino di ciascuno e di ciò che la fede indica a ciascuno nel momento presente. Dice ancora il Vescovo: “La consapevolezza proclamata che «l’Eucaristia fa la Chiesa» e la Chiesa riceve la sua “forma” di comunità unita e pluriforme dalla celebrazione eucaristica è spesso ribadita.3 Non potrà essere ricevuto il dono della comunione, non potrà vivere la comunità, non potrà essere praticata la sinodalità, se i discepoli non si lasciano plasmare dalla partecipazione spirituale alla celebrazione eucaristica.[2]

È un richiamo che facciamo spesso e, però, per il quale ci spendiamo poco. Credo che dovrebbe nascere, proprio da questa serata, il desiderio di coinvolgere maggiormente nella celebrazione eucaristica chi è n relazione con noi ma sta facendo un po’ fatica a vivere l’appartenenza comunitaria e la relazione con il Signore. Su questo tema, normalmente, siamo molto rispettosi ma, forse, occorrerebbe davvero osare di più…

Chiudiamo la serata con un esercizio finale che potrà aiutarci a riflettere ma anche a pregare bene iniziando la giornata di domani.

Esercizio finale

  • Vivo la mia relazione di fede con Dio in modo autentico?
  • Quale proposta posso vivere per l’anno pastorale che è appena iniziato?
  • Quali limiti viviamo personalmente?
  • Quali limiti comunitari vediamo?
  • Quando lo spirito di tristezza, chiusura, ripiegamento, si impossessa di noi e della nostra comunità?
  • Chi posso invitare a Messa?
  • Con quale modalità?

[1] Proposta pastorale per l’anno 2025-26: “Tra voi, però, non sia così”, cap. 3, §2

[2] Ib. Pag 32