4° Serata – Le relazioni ecclesiali2025-10-07T21:52:36+02:00

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Introduzione

In questa quarta serata mettiamo a tema un’altra specificazione delle relazioni che noi tutti viviamo: le relazioni ecclesiali. È un tema molto vasto ed anche molto bello. Non è la prima volta che ne parliamo, vi rimanderei anche a ciò che abbiamo detto nel corso degli esercizi spirituali di due anni fa, quando ci siamo soffermati sul tema, rileggendo gli Atti degli Apostoli, in occasione del 15° anno di vita comunitaria come anno importante per la nostra Chiesa. Come sempre partiamo dal nostro esercizio preliminare.

Esercizio preliminare

  • Come vivo le relazioni in comunità?
  • Se guardo alla mia parrocchia di provenienza e se guardo alla più ampia comunità pastorale, cosa potrei dire?
  • Cosa mi pare stiamo facendo in bene per vivere meglio le relazioni tra noi?
  • Cosa avvertiamo ancora come peso, eredità del passato che non siamo riusciti a superare?
  • Cosa potrei fare io, in prima persona, per vivere e per far vivere relazioni più intense e significative?
  • Perché al cuore della vita ecclesiale dobbiamo proprio mettere le relazioni e dare ad esse un peso così grande?
  • Come si intreccia questa particolare relazione con quelle che già abbiamo cercato di mettere a tema nelle altre serate?

Quarto tema: le relazioni ecclesiali

Da che mondo è mondo, da che chiesa è chiesa, le relazioni sono state un po’ il cuore del vissuto degli uomini ma anche la croce, il peso da portare. Non esiste comunità ecclesiale, non esiste monastero di clausura così santo da non vivere un problema serio quando si mettono a tema le relazioni. Non esiste comunità parrocchiale che non sia toccata, prima o poi, da qualche problema che nasce dal vivere le relazioni. Anzitutto immergiamoci nel mondo biblico, prima di riflettere su come viviamo noi, come è nostra, spero buona, abitudine.

Mosè

Ovviamente non daremo questa sera grande peso alla prima lettura, come abbiamo potuto vedere nelle altre serate, dal momento che non possiamo chiedere a Mosè di esprimersi su un tema che sarebbe arrivato solo dopo. Però c’è questo piccolo brano che ho trovato giusto riproporvi, perché pone il nodo del problema. Le relazioni, anche per Israele, come popolo e come comunità credente, hanno avuto il loro peso e, indubbiamente, le loro difficoltà. Credo che il brano dica molto bene quale deve essere la sorgente da non trascurare mai quando si parla di comunità religiosa: Dio. Lo abbiamo sentito molto bene nel testo. Israele è un insieme di tribù, in Egitto ci sono i discendenti di tutti i figli di Giacobbe, ma manca la consapevolezza di essere popolo, manca la consapevolezza di essere comunità costituita da Dio. Quando si perverrà a questa consapevolezza? Solo dopo l’uscita dall’Egitto, solo quando Israele “servirà Dio sul monte”, ovvero quando sarà stato passato il Mar Rosso e quando ci sarà quella tranquillità che permette l’adorazione del nome di Dio, il Dio liberatore. È la cura della fede che permette relazioni nuove, anche tra persone che si conoscono da sempre. È l’alimentarsi alla stessa sorgente che permette ad un insieme di tribù di pervenire ad una coscienza più forte: quella di essere popolo. Ci saranno altri momenti della storia di Israele dedicati a questa presa di consapevolezza progressiva: l’assemblea di Sichem, il tempo dei Giudici, il tempo dei profeti, l’elezione di Davide come Re… C’è, dunque, una consapevolezza di come far crescere le relazioni mentre si cresce nella lode di Dio, nella professione di fede.

L’altra grande consapevolezza è che è la presenza di Dio a far crescere questa riflessione e a portare gli uomini ad un livello sempre più profondo di comprensione della necessità di relazioni vere e profonde. La consapevolezza di Mosè che sa che Dio gli dice: “Io sarò con te”, diventa anche la consapevolezza di tutta una comunità che cerca il volto di Dio e che cerca di lodare Dio autore di ogni bene e creatore di ogni realtà.

Paolo – Efesini

Questa sera prendiamo due testi di San Paolo agli Efesini, essenziali per la nostra riflessione.

Le consapevolezze di Paolo che parla agli Efesini sono molteplici:

  • Il popolo di Dio è costituito da tutti gli uomini di buona volontà che Dio chiama alla grazia della fede. Parlando ad un contesto pagano, Paolo sa bene che tutti erano lontani da Dio, ma grazie alla venuta di Cristo sono stati resi vicini a Dio e, per questo, vicini tra loro. L’origine della relazione in una comunità cristiana è Dio che, chiamando tutti alla grazia della fede, permette a tutti di comprendere il valore della fraternità cristiana. La fraternità cristiana è unica ed universale perché Cristo chiama tutti all’amicizia con Lui.
  • Propriamente Cristo è colui che di due ha fatto una cosa sola. Espressione molto forte, con la quale l’Apostolo riconosce che la carne dell’uomo, ovvero tutti gli aspetti della vita dell’uomo, aspetti che già erano buoni perché creati da Dio, ora che sono stati assunti da Cristo nella sua carne e portati da Cristo sulla Croce, sperimentano anche la forza e la grazia della redenzione. Così l’uomo, tutto l’uomo, ogni aspetto della vita umana è inserito in Cristo che rende santa ogni cosa. È per questo che noi tutti siamo una sola cosa in Lui. Con questa espressione decisamente forte San Paolo ci ricorda quanto è importante sapere e ricordare che ogni relazione nasce, per i cristiani, da Cristo e culmina in Cristo, perché tutto, nella vita dell’uomo, concorre al bene e alla conoscenza di Dio.
  • Nel mistero della redenzione di Cristo è nato un uomo nuovo, che sperimenta la pace. Uomo nuovo significa uomo redento, uomo che può finalmente avere la consapevolezza del mistero di liberazione dal male e dal peccato che Cristo ha attuato. Per questo chi vive per Cristo, già sperimenta la pace: la pace che viene dal sentirsi inseriti nel mistero di Dio e opera per la pace, ovvero perché tutti, riconoscendo questa verità, perseverino in un cammino tutto indirizzato all’incontro con Cristo.
  • Il finale è sorprendente. Ogni uomo legato a Cristo dal Battesimo, è concittadino dei santi, un familiare di Dio. Si apre proprio una prospettiva nuova, unica, altrimenti non conoscibile e non sperimentabile. La prospettiva che viene aperta alle relazioni da Cristo, apre tutti ad una possibilità nuova, unica, singolare, di perfezione. Questa identità del battezzato, l’identità di chi si riconosce familiare di Dio, dà origine a relazioni profonde e vere tra tutti i credenti. Non c’è solo una relazione umana da curare, non c’è solo un rispetto reciproco da osservare, ma c’è una chiamata alla santità che deve essere comune, perché tutti siamo stati inseriti in Cristo, tutti siamo di lui discendenza, tutti siamo orientati ad una sempre più profonda conoscenza di Lui. Fino alla perfezione della relazione che si potrà sperimentare solo in Dio, quando anche noi, liberati attraverso la morte da questa esperienza di vita, saremo totalmente di Dio.
  • Questa relazione innerva anche la speranza del cristiano. Speranza che è sempre in atto e che sempre sostiene il ritorno al Padre al quale tutti siamo indirizzati.

Da questo primo pregnante testo, passiamo al secondo, dove continua ad emergere la consapevolezza di Paolo in ordine alle relazioni ecclesiali.

  • L’invito è a comportarsi in maniera degna della chiamata ricevuta. Qui ci sarebbe da fermarsi e tremare. Paolo ci sta dicendo che se il battezzato è veramente consapevole della sua identità, se il battezzato è veramente consapevole della sua chiamata, allora si comporta in maniera degna della Chiesa di cui fa parte proprio per il suo Battesimo.
  • Umiltà, dolcezza, magnanimità, sopportazione… sono le conseguenze pratiche di chi vive come concittadino degli angeli e dei santi e familiare di Dio. Sono virtù che non possono non competere al battezzato che vuole vivere le relazioni alla luce del Vangelo che ha ricevuto come dono. La capacità di pensare sempre bene degli altri, la magnanimità e la sopportazione delle cose che non vanno sono i tratti essenziali e distintivi di chi si immerge nel mondo delle relazioni cristiane. Non c’è altra verità, non c’è altro da fare. Tutti siamo chiamati a questa verità, tutti siamo chiamati a sperimentare la bellezza, la grandezza, l’ampiezza, la profondità di queste relazioni vissute alla luce del Vangelo.
  • Spirito di unità e pace, sono le altre due conseguenze da cercare. Spirito di unità perché rompere le relazioni significa non solo compiere un’azione umanamente discutibile, ma significa anche lacerare il corpo di Cristo. La pace a cui tendere è quella che nasce dal far verità nel complicato mondo delle relazioni. Due richiami attualissimi per ciascuno di noi e non solo per la situazione mondiale che stiamo vivendo e sperimentando.
  • L’ordine nella comunità. Stupisce poi, nella seconda parte della pagina, il richiamo all’ordine con il quale devono essere vissute le relazioni dentro la comunità. Anche il servizio, in una comunità, nasce certo dalla disponibilità e dalla generosità di ciascuno, ma deve sempre fare i conti con i doni, i talenti che il Signore ha dato e ha distribuito in modo non uguale. Così ciascuno può sperimentare l’importanza del proprio apporto ma anche la necessità del contributo degli altri. Credo che sia del tutto fondamentale cercare di capire bene che senza questa condivisione, una comunità si impoverisce e diventa priva di frutti. Quando, invece, si cerca di vivere in modo ordinato dentro una Chiesa e quando tutti mettono a disposizione i carismi con i quali ciascuna persona è stata benedetta, allora la comunità cresce in modo ben ordinato. È un insegnamento tipico di San Paolo, basti pensare a quello che è contenuto anche nella più nota lettera ai Corinti.
  • Così, con il desiderio di vivere un ordine anche dentro le relazioni di una comunità, si dà prova della propria visione del mondo – quell’essere alternativi di cui ci parla il Vescovo nella sua lettera pastorale – e si resiste a “qualsiasi vento di dottrina”, cioè a qualsiasi pensiero che tenta di distogliere la comunità stessa dal percorso di fede nel quale si è incamminata e nel quale è chiamata a proseguire.

I testi paolini sono ricchissimi e svelano tutto il vissuto di San Paolo che, in quanto a relazioni, ha conosciuto tutte quelle sfumature che anche noi conosciamo: l’unione e la divisione, la concordia e la discordia, l’unità e il rimprovero fraterno… Paolo ha vissuto uno spettro grandissimo di relazioni con comunità di gran parte del mondo conosciuto allora. La ricchezza di questa sua posizione brilla nelle sue lettere e in questa riflessione che, in modo particolare, abbiamo approcciato questa sera.

Predicazione di Gesù in San Matteo

Da ultimo la predicazione del Signore che scelgo è quella che Matteo condensa in queste parole che dicono bene su che cosa si fondano le relazioni in una comunità cristiana. Esse si fondano sul perdono. È il tema del “legare e sciogliere” che conosciamo bene. Il riferimento ultimo è proprio al perdono che, in una comunità, è sempre il punto essenziale. Proprio perché, come dicevamo, non si danno comunità sante. Proprio perché non si danno comunità che non hanno problemi di relazione. Proprio perché non esistono luoghi già fuori pericolo, ecco che il tema del perdono è essenziale per vivere bene le relazioni dentro una comunità credente. Nel continuo rivolgersi a Dio per ottenere il perdono dei peccati, sta non solo la chiave della santità ma anche la molla, la spinta che è necessaria per continuare a fondare le proprie relazioni in Cristo.

Per una cura delle relazioni

Siamo quasi alla fine della nostra settimana di esercizi e credo che sia bello sostare in atteggiamento di sintesi per capire cosa siamo chiamati a fare noi.

  • Rilanciare le relazioni

Sono molto contento per il fatto che il Vescovo ha chiesto di riflettere su questo tema delle relazioni. In generale, ma anche a livello di comunità. Abbiamo fatto alcuni passi, significativi, forti. Mi pare di vedere che siamo più capaci di unirci, di valorizzare alcune espressioni comunitarie. Ma non siamo certo arrivati alla fine del percorso. Ancora non ci conosciamo bene, ancora non ci stimiamo, ancora non sappiamo bene chi lavora per la comunità. È il rischio delle grandi comunità pastorali. L’unico modo per uscire da questo rischio è quello di tessere relazioni sempre più significative. Credo che tutti voi che state attendendo a questi esercizi spirituali siate, in fondo, un po’ dei privilegiati, perché ogni sera avete la possibilità di stare con il Signore, di stare tra voi, di riflettere su un tema, di affidarvi al Signore con le difficoltà che avete. Credo che già questo sia un bellissimo esercizio di comunità.  Questo esercizio sarà da vivere non tanto questa sera, davanti al Santissimo, ma nelle prossime manifestazioni comunitarie, a partire dalla processione di domenica. Saranno queste occasioni, anche la più semplice, anche quella con meno fede, a doverci vedere partecipi di alcuni atteggiamenti di apertura e di condivisione. A titolo di esempio potrei dire di non andarsi a sedere vicino agli amici; di non mettersi a Messa con quelli del proprio movimento, associazione, gruppo; di non cercare i genitori che già si conoscono perché amici, perché parte della propria squadra, del proprio gruppo di catechismo… andiamo a cercare quelli che non conosciamo, andiamo a sederci vicino agli sconosciuti, mettiamoci a Messa non al solito posto e non vicino a chi conosciamo bene… piccole cose che traducono in pratica quello che le Scritture ci hanno detto.

  • Ricostituire un ordine

Una seconda attenzione mi pare sia quella di ricostituire un ordine. Non che siamo una comunità disordinata, dove ciascuno fa quello che vuole, non in tutti gli aspetti, per lo meno. Piuttosto direi che occorre capire come vivere in alcuni ambienti, dallo sport alla cultura, al tempo libero, alla formazione di fede. Mi pare che il Vescovo, anche quest’anno, non abbia perso occasione per rilanciare il richiamo ad una formazione di fede che, poi, rende belli, possibili tanti atteggiamenti di fede da vivere e da condividere. Credo che questo sia davvero un punto sul quale tutti noi possiamo e dobbiamo migliorare.

  • La riscoperta del Battesimo

Il Vescovo, nella sua lettera, ci chiede anche di saper riscoprire il Battesimo come origine di un cammino buono, come sorgente di un cammino che porta poi dove il Signore vuole. Ecco, credo che se ci domandassimo il perché di impegni così forti nelle relazioni ecclesiali, la risposta non potrebbe essere che questa: perché siamo battezzati, perché vogliamo vivere bene il nostro Battesimo, perché vogliamo portare a termine tutte le conseguenze della nostra chiamata, come abbiamo sentito dai sacri testi.

  • Unità, unità, unità

Infine, vi ricordo l’insistenza sul tema dell’unità in San Paolo. Che non è appiattimento, che non è appianamento delle singolarità e delle differenze, che non è unicità di carismi… unità significa scoprire una dimensione nuova nella quale collocare tutte le singolarità di cui il Signore stesso ci ha dotato. Ed è proprio su questo punto che chiudo la riflessione. Anche quest’anno gli esercizi siano un momento da cui ripartire; la festa della Madonna del Rosario sia una manifestazione di unità e di fede. A Lei, a Maria, che veglia su tutti i nostri cammini, chiediamo di riscoprire questo dono, per essere sempre desti nel cercare ciò che ci unisce e ciò che rende bello il cammino comune.

Credo che i materiali raccolti siano moltissimi e che ci permettano un esercizio finale.

Esercizio finale

  • Quali passi possiamo progettare?
  • Quale impegno personale per vivere meglio le relazioni in comunità?
  • Come discernere i passi futuri?
  • Cosa posso richiamare io, nel mio gruppo, nel mio giro di amicizie, tra coloro con cui condivido un servizio… perché si vivano ancor meglio le relazioni ecclesiali?
  • Che uomo/donna di relazione sono io?